I cristiani figli del Vangelo, l'unità è nel nostro dna

Sfide e prospettive del dialogo interreligioso alla luce del pontificato di Bergoglio. Intervista a mons. Marco Gnavi, direttore dell'Ufficio per l'ecumenismo del Vicariato di Roma

Roma, (Zenit.org) Salvatore Cernuzio | 364 hits

Si conclude oggi, nella festa della Conversione di San Paolo, la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Tanti gli appelli del Papa in questi giorni a superare lo “scandalo” della divisione tra i cristiani, e numerose anche le iniziative delle diverse confessioni per approfondire la conoscenza e l'accoglienza reciproche. Tutto seguendo come filo conduttore l’interrogativo dell’Apostolo alla comunità di Corinto: “Cristo è stato forse diviso?”. Le sfide emerse per il cammino ecumenico e le relazioni tra i cristiani sono molteplici, come pure le grandi novità che si prospettano all’orizzonte. Non ultimo, il viaggio di Bergoglio in Terra Santa, dove incontrerà il Patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo. Di tutto questo ZENIT ha parlato con mons. Marco Gnavi, direttore dell'Ufficio per l'ecumenismo ed il dialogo interreligioso del Vicariato di Roma.

***

Oggi, a che punto si è arrivati nel dialogo ecumenico? E quali sfide si prospettano?

Mons. Gnavi: Mai quanto nel momento attuale si è raggiunta una coscienza e una consapevolezza delle diversità di ognuno. Si tratta ora di rendere testimonianza insieme, davanti a un mondo che guarda ai discepoli del Vangelo, da cui si aspetta di vedere una speranza. La ricerca dell’unità oggi non può essere appannaggio solo degli accademici, dei teologi, ma deve coinvolgere tutti in un nuovo afflato, in una nuova passione, ricordandoci il pressante invito all’unità che scaturisce dalla preghiera sacerdotale di Gesù nel Vangelo di Giovanni, il testamento spirituale che Cristo ci ha lasciato.

Qual è, secondo lei, il contributo di Papa Francesco allo sviluppo del dialogo ecumenico?

Mons. Gnavi: Grande ascolto e disponibilità all’incontro. Lo dimostrano le numerose udienze dal primo giorno del suo pontificato: Bartolomeo, Tawadros, Theodoros II e tanti altri. Come pure le parole su Siria, Egitto e tutte quelle aree del mondo infuocate dai movimenti della storia: un appello continuo alla solidarietà, all’incontro con le chiese in minoranza, a dare speranza a questi fratelli. Credo che il Santo Padre stia aiutando tutti a ricentrarsi sul Vangelo: in un mondo secolare come il nostro, tentato da divisioni, presentarsi come Vescovo di Roma è un segno a ritrovarsi nell’essenzialità delle radici cristiane, senza dimenticare le proprie differenze.

Francesco ha indicato un approccio diverso con gli ortodossi per agevolare il rapporto tra il primato di Pietro e la “sinodalità”?

Mons. Gnavi: Papa Francesco si colloca nella linea dei suoi predecessori: porre il ministero petrino al servizio dell’unità. Il Santo Padre ha parlato di “sinodalità” pensando alla comunione interna della stessa Chiesa cattolica, come indicazione di incontro tra le chiese locali con la fede di Roma. L’esempio della sinodalità ortodossa è quindi una provocazione per spronare i vescovi cattolici alla ricerca di una vera comunione. Il Papa lo ha sottolineato come una domanda aperta: per ora non ha risposta, forse si realizzerà nella storia.

Sempre il Papa, nell’ultima udienza generale di mercoledì, ha affermato che “la divisione dei cristiani è uno scandalo”.

Mons. Gnavi: Credo che il Pontefice abbia voluto stimolare tutte le chiese e le comunità ecclesiali, in primis noi cattolici, a considerare l’urgenza di una testimonianza credibile e gioiosa che dobbiamo rendere al Vangelo in ogni contesto in cui viviamo. La divisione è più dolorosa dove i cristiani sono in minoranza, dove le armi pacifiche del dialogo fronteggiano il male della violenza. Ci sono aree del mondo in cui i cristiani cercano di “ricomporsi”, seppure nelle loro divisioni e diversità, per darsi sostegno reciproco. Penso in particolare alla Nigeria dove cattolici, anglicani ecc, resistono insieme alle aggressioni o muoiono innocentemente mentre pregano nelle chiese.

In un'intervista il Papa ha parlato infatti di “ecumenismo del sangue”…

Mons. Gnavi: Esatto. È l’ecumenismo dei martiri che viene celebrato da questi fratelli dell’Asia, dell’Africa, dell’America Latina che vivono le beatitudini evangeliche a prezzo del sangue, muoiono nell’esercizio della carità, nella ricerca della pace. Questa umiltà li rende grandi.

Secondo lei, la ricerca della comunione con altre chiese è realmente una priorità per i cristiani oggi? O è un “modo di dire”, mentre ci si crogiola a rimarcare ancora le proprie differenze?

Mons. Gnavi: È una priorità perché la vocazione dei cristiani all’unità è scritta nel loro Dna. I cristiani vivono nella storia, e anche se essa ha perso il senso dell’unità e del bene comune, portano questo tratto distintivo. Siamo figli del Vangelo e la nostra radice è la comunione. Senza unità, infatti, la testimonianza evangelica è debole e la divisione diventa un varco aperto al male in tutte le sue espressioni. La ricerca dell’unità quindi non solo è, ma deve essere una priorità. Giovanni XIII diceva di cercare ciò che unisce e lasciare da parte ciò che divide. Abbiamo vissuto momenti in cui si è fatto il contrario, e ne continuiamo a risentire; oggi, però, siamo chiamati a lasciarci attraversare dallo spirito per ricercare una comunione piena. Il tema della Settimana di quest’anno è “Cristo è stato forse diviso?”. La risposta è semplice: Cristo non può essere diviso, ciascuno di noi deve dare segni efficaci di questo. 

Alla luce di quanto detto finora, in che modo il viaggio del Papa in Terra Santa potrà favorire un salto di qualità nel dialogo ecumenico?

Mons. Gnavi: È un grande segno che questa visita avvenga cinquant’anni dopo lo storico abbraccio di Paolo VI e Athenagora. Un gesto che ha rappresentato la cancellazione di tutte le scomuniche, dopo una distanza secolare, il 1054. Un evento straordinario avvenuto proprio nella Terra di Gesù. Il Papa pure incontrerà il patriarca Bartolomeo, e questo incontro - come anche la scelta delle tre tappe - mostra la sua fiducia nel futuro. Il viaggio di Francesco non vuole segnare una nostalgia del passato, ma una speranza tenace nella possibilità di fecondare il mondo insieme ai fratelli ortodossi. E, a mio parere, è un appello per i cristiani a cominciare da Gerusalemme un nuovo cammino. Il mondo sta attraversando una stagione difficile, scandita da crisi economiche, sociali, di valori, ma ciò deve diventare un’occasione per i cristiani per far brillare luminosamente e con umiltà la speranza di cui sono portatori, senza lasciarsi tentare dalle insidie del male. Anche perché il mondo si aspetta proprio questo da loro.