I cristiani in Pakistan, tra povertà e discriminazione

Denuncia dell’Arcivescovo di Lahore, monsignor Lawrence John Saldanha

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NUOVA DELHI, lunedì, 5 febbraio 2007 (ZENIT.org).- Discriminazione e povertà sono le situazioni che subiscono i cristiani in Pakistan, ha confermato il presidente dell’episcopato cattolico del Paese.



L’Arcivescovo di Lahore, monsignor Lawrence John Saldanha, si è recato a Nuova Delhi (India) una settimana fa e ha parlato della situazione della Chiesa in Pakistan al segretario esecutivo della Commissione per le Comunicazioni Sociali della Conferenza dei Vescovi Cattolici dell’India (CBCI), padre Henry D’Souza.

“Poveri, isolati e discriminati”, ma “saldi nella fede”: è la descrizione dei cristiani in terra pakistana, secondo quanto ha affermato il presule di Lahore.

I cristiani in Pakistan, che formano una piccola comunità, “sono orgogliosi della loro fede e vogliono portarla avanti”, ha aggiunto, secondo quando citato dalla CBCI.

Dei 165 milioni di abitanti del Pakistan, il 97% è musulmano (per la maggior parte sunnita, per il 20% sciita). I cristiani rappresentano il 2,5% della popolazione; i cattolici sono 1,2 milioni.

L’Arcivescovo di Lahore ha spiegato che la comunità cristiana pakistana appartiene per la maggior parte alla classe medio-bassa della società, e manca di un’istruzione sufficiente.

“A causa della povertà, i bambini vengono ritirati dalle scuole e vengono mandati a lavorare per aumentare le entrate familiari”, ha lamentato.

C’è anche isolamento, ha confermato il presidente dell’episcopato pakistano: “Esistono barriere sociali e non viene data ai cristiani uguale dignità; anzi, subiscono discriminazioni”.

“A causa dei conflitti politici in Medio Oriente, i cristiani vengono identificati con l’Occidente, cosa che porta ad attacchi alle nostre chiese e istituzioni”, ha aggiunto.

Responsabili della discriminazione, soprattutto contro la donna e le minoranze religiose, sono “l’estremismo religioso e più specificamente le ordinanze Hudud” [ispirate al Corano, sanzionano i comportamenti ritenuti incompatibili con l’islam, ndr.], ha puntualizzato.

Il Paese continua anche a registrare abusi nell’utilizzo della cosiddetta “legge della blasfemia”, che sanziona offese al Corano o al nome del Profeta, nonostante nel 2004 il Parlamento abbia approvato una legge rivolta a ridurre la sua portata.

La norma si utilizza per vendette di avversari politici o nemici personali, da parte di musulmani integralisti, o per vendette private.

In base alle recenti dichiarazioni dell’Arcivescovo di Lahore, degli 800 casi registrati per accusa di blasfemia la metà è contro musulmani, il 13% contro cristiani.

“La legge della blasfemia pende come una spada di Damocle e quando si registra un caso spesso gli estremisti religiosi puniscono l’accusato, anche prima che sia giudicato colpevole”, ricorda monsignor Saldanha.

Sono l’insicurezza e l’isolamento, ha sottolineato, a far sì che i cristiani pakistani, appena ne hanno l’opportunità, cerchino di lasciare il Paese.

Da parte loro, “i leader ecclesiali cercano di promuovere il dialogo interreligioso”, ha sottolineato.

Nonostante questo, si mostra ottimista sul futuro: “La situazione si evolve in meglio. L’anno scorso ci sono state una pace e un’armonia relative. Il Governo pakistano cerca di sopprimere l’immagine di Stato intollerante, promuovendo il dialogo interreligioso fornendo un’immagine migliore”, ha commentato.