"I cristiani non possono tacere"

Relazione di mons. Crepaldi al Convegno di presentazione del IV Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa

Roma, (Zenit.org) | 1192 hits

Riprendiamo la relazione introduttiva al Convegno di presentazione del IV Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa dell'Osservatorio internazionale Cardinale Van Thuân, pronunciata sabato 26 gennaio 2013 nella Sala della Camera di commercio di Trieste da monsignor Giampaolo Crepaldi, vescovo della diocesi triestina.

***

Ci ritroviamo ancora una volta per la presentazione dell’annuale Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo che l’Osservatorio Cardinale Van Thuân ha curato insieme ad altri cinque Istituti di ricerca internazionali. Rispetto all’edizione dell’anno scorso, presentata a Palazzo Diana il 3 dicembre 2011, si è aggiunta alla squadra l’Area di ricerca in Dottrina sociale della Chiesa della Pontificia Università Lateranense. E’ stato lo stesso Magnifico Rettore della Lateranense, S. E. Mons. Enrico Dal Covolo, a caldeggiare questa collaborazione e la cosa ci ha molto onorato.

Come sapete, il Rapporto non analizza un singolo tema, ma fa una rassegna dei fatti e delle tendenze più significative nell’anno di riferimento – per questo Quarto Rapporto si tratta del 2011 – nei cinque continenti. Esso analizza anche la scena internazionale e l’attività della Santa Sede, nonché il Magistero del Santo Padre. Pur costruendo un affresco complesso e pur toccando varie tematiche nel campo della giustizia e della pace, il Rapporto si concentra su una tendenza emergente e sintetica che caratterizza l’anno in esame. Non fa solo una rassegna o una cronaca, ma tenta un discernimento, segnalando il fenomeno più importante, nel bene e nel male.

Potremmo dire che indica una emergenza. Ebbene, questo Quarto Rapporto ha individuato questa emergenza nella “Colonizzazione della natura umana”, il cui processo viene documentato ampiamente con fatti e nomi.

Nel 2011, anno di riferimento del Rapporto, il caso che a livello mondiale ha fatto più scalpore è stato quello dell’Argentina. Il Rapporto lo documenta nel dettaglio in quanto uno dei Centri di ricerca che hanno collaborato con l’Osservatorio per la stesura del Rapporto è il CIES di Buenos Aires. Nel giro di un solo anno – il 2011 appunto – quel grande Paese di tradizione cattolica ha avuto una legge sulla procreazione artificiale che ha denaturalizzato la procreazione, una legge sul riconoscimento sulla “identità di genere” che ha denaturalizzato la famiglia e una modifica del Codice civile per permettere l’”utero in affitto” che ha denaturalizzato la genitorialità e la filiazione. Nel giro di un solo anno è stata rivoluzionata la base dell’intera società argentina, è stata messa da parte la nozione di “natura umana” ed è stata violentemente posta in angolo l’ispirazione della fede cattolica per la costruzione della società.

Perché abbiamo chiamato questo processo con il termine di “colonizzazione” – colonizzazione della natura umana - ? Perché l’ideologia che provoca questa colonizzazione è occidentale. E’ espressione di una cultura nichilista che intende ormai superare completamente il concetto di natura umana. Ed infatti è proprio qui, in Europa, che il congedo dalla natura umana sta ottenendo i risultati più inquietanti. L’Europa che diffondeva il cristianesimo e, con esso, la tutela della natura umana creata da Dio, ora esporta il superamento della natura umana verso una identità da costruirsi liberamente: maschio o femmina, madre o padre, moglie o marito … non si è, si diventa.

Non intendo ora entrare nel merito di questo argomento centrale del Rapporto. In esso viene pubblicato un importante studio di Elizabeth Monfort, una nota studiosa francese di questo problema. Soprattutto abbiamo qui con noi la Prof.ssa Assuntina Morresi, bioeticista, membro del Comitato Nazionale di Bioetica ed intellettuale cattolica molto impegnata oltre che sul fronte culturale anche su quello politico e legislativo, che ci spiegherà come stanno le cose. Io vorrei piuttosto dedicarmi ad affrontare una premessa che fa da sfondo a questo nostro incontro.

Perché la Chiesa, perché la Dottrina sociale della Chiesa, perché il nostro Osservatorio … si occupano di queste cose? Perché si interessano di sessualità e procreazione, di famiglia e

genitorialità, di omosessualità e di eterosessualità, di coppie di fatto e di matrimonio? E’ a questa domanda che vorrei rispondere. Si tratta infatti della domanda principale, dalla cui risposta dipende il senso stesso di questo Rapporto e di questo incontro di oggi. Parlando di queste cose siamo noi al nostro posto? Facciamo ciò che dobbiamo fare o invadiamo campi altrui – fossero anche i campi della libertà individuale e della laicità delle leggi?

Rispondo con le parole del Santo Padre Benedetto XVI, che nel 2008 disse: «Poiché la fede nel Creatore è una parte essenziale del Credo cristiano, la Chiesa non può e non deve limitarsi a trasmettere ai suoi fedeli soltanto il messaggio della salvezza. Essa ha una responsabilità per il creato e deve far valere questa responsabilità anche in pubblico. E facendolo deve difendere non solo la terra, l’acqua e l’aria come doni della creazione appartenenti a tutti. Deve proteggere anche l’uomo contro la distruzione di se stesso. È necessario che ci sia qualcosa come una ecologia dell’uomo, intesa nel senso giusto. Non è una metafisica superata, se la Chiesa parla della natura dell’essere umano come uomo e donna e chiede che quest’ordine della creazione venga rispettato. Qui si tratta di fatto della fede nel Creatore e dell’ascolto del linguaggio della creazione, il cui disprezzo sarebbe un’autodistruzione dell’uomo e quindi una distruzione dell’opera stessa di Dio. Ciò che spesso viene espresso ed inteso con il termine “gender”, si risolve in definitiva nella autoemancipazione dell’uomo dal creato e dal Creatore. L’uomo vuole farsi da solo e disporre sempre ed esclusivamente da solo ciò che lo riguarda. Ma in questo modo vive contro la verità, vive contro lo Spirito creatore. Le foreste tropicali meritano, sì, la nostra protezione, ma non la merita meno l’uomo come creatura, nella quale è iscritto un messaggio che non significa contraddizione della nostra libertà, ma la sua condizione. Grandi teologi della Scolastica hanno qualificato il matrimonio, cioè il legame per tutta la vita tra uomo e donna, come sacramento della creazione, che lo stesso Creatore ha istituito e che Cristo – senza modificare il messaggio della creazione – ha poi accolto nella storia della sua alleanza con gli uomini. Fa parte dell’annuncio che la Chiesa deve recare la testimonianza in favore dello Spirito creatore presente nella natura nel suo insieme e in special modo nella natura dell’uomo, creato ad immagine di Dio» (Discorso alla curia romana per la presentazione degli auguri natalizi, 22 dicembre 2008).

Queste parole parlano dell’essenza stessa del messaggio cristiano e alla loro luce io dico che quando la Chiesa parla di queste cose, quando la Dottrina sociale della Chiesa e il nostro Osservatorio se ne interessano, lo fanno per fedeltà al proprio mandato. Nessuno è qui per se stesso. Tutti siamo qui perché abbiamo ricevuto un mandato. I cristiani non possono tacere.

Facciamo però un passo in avanti nel nostro ragionamento. In una società cristiana in cui la fede fosse ampiamente, anche se non completamente, diffusa il riferimento al Creatore troverebbe accoglienza. Ma la nostra società non è più così ormai da molto tempo. I non credenti o i “diversamente credenti” come curiosamente è stato detto, non accetterebbero un discorso fondato sul Creatore. Il Papa, però, nel discorso che ho riportato, non si limita a parlare della fede nel Creatore, ma parla anche dell’”ordine” e del “linguaggio” del creato, e questo può essere appreso anche dal non credente. Quello che chiamiamo natura – e soprattutto quello che chiamiamo natura umana - è un discorso rivolto a noi, è una lingua, in quanto esprime un ordine tendente ad un fine. Certo, se la natura è vista solo come un insieme di fenomeni materiali guidati dal caso o dalle necessità allora rimane muta nei nostri confronti: non si dice nulla su di noi e sulla nostra vita. Essere maschio o femmina allora non è una parola che ci precede ma un nostro desiderio. Se nella nostra struttura sessuata non c’è un messaggio che ci dice come vivere da persone umane, allora la genitalità diventa un fatto esclusivamente tecnico. Si contesta la Chiesa di ridurre il maschio e la femmina all’aspetto genitale, mentre è proprio spogliando la identità sessuata della capacità di darci un codice di vita che si riduce l’uomo e la donna alla genitalità come pura tecnica vissuta al di fuori di qualsiasi identità, ossia al di fuori dello stesso essere uomo o donna. C’è un immenso lavoro culturale da fare per educare a questo senso della natura e della natura umana e spiace dover riconoscere che dentro la Chiesa e tra le comunità cristiane stesse l’importanza di questo punto è spesso trascurata.

Questo discorso sulla natura umana è un discorso laico, nel senso di una ragione restituita a se stessa. Spesso la ragione si perde per via. Allora è compito della fede intervenire. La fede nel Creatore aiuta la ragione a guardare meglio la natura. Ma essa lo fa con i propri strumenti, come ragione. La fede spesso aiuta la laicità ad essere tale. Viceversa: man mano che si perde la fede nel Creatore, anche la capacità della ragione di leggere la natura umana come una lingua che esprime un senso si allenta e perfino muore. Quando questo avviene, la ragione perde i lumi della ragione e non riconosce più nemmeno le proprie evidenze. Ne abbiamo avuto qualche esempio qui a Trieste nei giorni scorsi.

Tornando alla domanda iniziale, si può allora dire che la Chiesa ha un duplice compito rispetto al creato: riferirlo al Creatore e sostenere la ragione a vedere la natura, e la natura umana in particolare, come un messaggio circa cosa significhi essere persona umana. Per questo motivo il compito della Chiesa è un compito pubblico e non proprio di una sétta particolare di adepti che cercano una soddisfazione individuale o una rassicurazione psicologica. Il riferimento al creato e alla natura umana conferisce alla Chiesa un diritto di cittadinanza a trattare di queste questioni in pubblico.

Ecco allora i motivi primi per cui siamo qui oggi e per cui è stato pubblicato questo Rapporto.

Vorrei concludere parlando della Chiesa di Trieste e di Trieste. Presentando il precedente Rapporto, il 3 dicembre 2011, avevo annunciato la creazione del “Laboratorio Trieste” ossia di un percorso di formazione all’impegno sociale e politico dei cattolici. Nel 2012 ho scritto anche un piccolo libretto a questo riguardo, un testo-base per questa formazione. Il libro, dal titolo appunto “Laboratorio Trieste”, è poi stato presentato in vari luoghi d’Italia e ha suscitato un certo interesse. Però qui a Trieste quel progetto non è stato ancora realizzato. Perché ricordo ora queste cose? Per due motivi. Il primo è per dirvi che non me ne sono dimenticato. La cosa si farà certamente. Con un po’ di ritardo rispetto alle previsioni e alle attese, ma si farà certamente. La seconda per dire che al centro di questa formazione che in Diocesi bisogna impiantare e realizzare ci deve essere questo discorso che facciamo qui oggi, ossia, come diceva il Santo Padre, la responsabilità per il creato, che la Chiesa deve far valere anche in pubblico. Se si perde il riferimento alla natura, si perde la possibilità stessa di sapere chi si è e come si deve vivere per essere persone umane. A quel punto tutto, purtroppo, diventa possibile …