I diritti riproduttivi sono in realtà “diritti a non riprodursi”

Intervista alla giornalista Eugenia Roccella

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ROMA, mercoledì, 22 giugno 2005 (ZENIT.org).- I cosiddetti “diritti riproduttivi” sono in realtà “diritti a non riprodursi”, ha affermato la giornalista Eugenia Roccella sostenendo che la pianificazione familiare è lo strumento delle lobby antinataliste per operare un controllo demografico ed eugenetico nei Paesi poveri.



Eugenia Roccella conosce bene il mondo femminile. Già leader negli anni Settanta del Movimento per la Liberazione della Donna, autrice di saggi sul femminismo e sulla letteratura delle donne, ha appena pubblicato insieme a Lucetta Scaraffia il libro “Contro il Cristianesimo – l’Onu e l’Unione Europea come nuova ideologia” (Piemme, 210 pagine, Euro 11,50).

In questa intervista a ZENIT, la giornalista svela cosa si nasconde dietro all’ideologia antinatalista di istituzioni internazionali come l’ONU e l’Unione Europea.

Lei sostiene che i cosiddetti “diritti riproduttivi” sono un inganno per favorire la pianificazione familiare e selezionare geneticamente le nascite. Ci può spiegare l’evoluzione dei “diritti riproduttivi” e come l’antinatalismo è diventato eugenismo?

Roccella: Va chiarito in primo luogo che i cosiddetti “diritti riproduttivi” sono, in realtà, diritti a NON riprodursi, e si sono concretizzati nel controllo dei Governi sulla fertilità femminile e in una politica di diffusione mondiale di aborto, contraccezione e soprattutto sterilizzazione. Generalmente si crede che l’assunzione di questi diritti da parte degli organismi internazionali sia stata una conquista del movimento delle donne, ma dai documenti si evince con chiarezza che non è stato così.

Storicamente, il diritto alla pianificazione familiare è nato dalla pressione di potenti lobby antinataliste internazionali (per esempio la Fondazione Rockfeller), aiutate dalla volontà dell’Occidente di esercitare un controllo demografico sul Terzo Mondo. Basta consultare, in fondo al libro, l’ottima documentazione curata da Assuntina Morresi che dimostra quanto le associazioni di matrice eugenista abbiano inciso sulle politiche dell’ONU, attraverso ONG come, per esempio, l’IPPF.

Antinatalismo ed eugenetica sono stati fin dall’inizio strettamente intrecciati: l’idea di costruire un mondo migliore attraverso la selezione genetica era molto diffusa agli inizi del ‘900, e godeva di larga credibilità anche in ambienti colti. Lo scopo era di impedire di riprodursi agli esseri umani considerati di seconda categoria, cioè geneticamente imperfetti, anche attraverso la coercizione.

L’assunzione delle teorie eugeniste da parte del regime nazista ne ha provocato il discredito e la condanna internazionale, ma le associazioni nate con questo scopo (tra cui appunto l’IPPF) sono sopravvissute, cambiando il proprio linguaggio e utilizzando in modo furbo e spregiudicato, dopo gli anni Settanta, alcuni slogan del movimento delle donne, come la “libertà di scelta”.

In realtà le conferenze internazionali sulla popolazione (cioè sul controllo demografico) hanno sempre preceduto le conferenze sulle donne, e ne hanno preparato le parole d’ordine: per esempio, è alla Conferenza del Cairo del ‘94 su popolazione e sviluppo che la vecchia “pianificazione familiare” viene sostituita dalla nuova definizione di “diritti riproduttivi”. L’anno successivo, la definizione sarà adottata acriticamente e fatta propria dalla Conferenza delle donne a Pechino, senza cambiare una virgola.

Il femminismo è stato, paradossalmente, una comoda maschera per attuare pratiche di controllo sui corpi delle donne spesso selvagge e violente, in particolare nei paesi terzi. Nel libro, tra l’altro, raccontiamo alcuni casi esemplari, come le politiche antinataliste adottate in Cina, Iran, India, Bangladesh, dove la povertà e l’assenza di meccanismi democratici consolidati hanno reso le donne facili vittime di sperimentazione di contraccettivi rischiosi per la salute, di sterilizzazioni di massa e aborti forzati.

E’ opinione diffusa che il movimento femminista ha contribuito al raggiungimento dei diritti delle donne. Lei sostiene invece che ci sono molte ambiguità ed equivoci. Può spiegarci quali sono?

Roccella: Il femminismo è una galassia di movimenti e pensieri diversi, assolutamente non omogenea. Gli organismi internazionali ne hanno adottato una versione rigidamente emancipazionista, che tende a equiparare il più possibile donne e uomini. Questo si traduce per esempio nell’idea, mai esplicitamente affermata ma sempre presente, che la maternità costituisca un impedimento alla realizzazione delle donne, e non un elemento centrale dell’identità di genere, da valorizzare e custodire. Si è creato così, nell’ONU e nell’Unione Europea, un femminismo istituzionale tutto imperniato sui diritti individuali e sulla parità, che ha eletto i diritti riproduttivi a proprio obiettivo qualificante.

Esiste invece un pensiero femminista di segno opposto (il cosiddetto pensiero della differenza) che ritiene che il mito dell’eguaglianza impedisca alle donne di pensare se stesse in maniera autonoma, e che la differenza sessuale, radicata nel corpo, sia non soltanto un fatto biologico, ma qualcosa che investe l’intera esperienza dell’essere donna. Con questo femminismo la Chiesa da tempo tiene aperto un dialogo, basta leggere la lettera di Papa Wojtyla sul genio delle donne, e soprattutto quella, più recente, indirizzata ai vescovi e firmata dall’allora Cardinale Ratzinger.

Oggi però, a livello internazionale, è il femminismo “dei diritti” che ha vinto, imponendo i diritti riproduttivi come una bandiera da agitare sempre e comunque. Invece le priorità delle donne, nelle varie aree geografiche, sono diverse: in Africa c’è il problema, urgente e drammatico, di arginare la mortalità da parto e quella neonatale; c’è poi il problema delle malattie sessualmente trasmissibili e della malnutrizione.

Nelle teocrazie islamiche l’obiettivo per le donne è la parità legislativa e la liberazione dal controllo oppressivo sui comportamenti pubblici (vedi, per esempio, l’uso del burqa). In Europa i problemi sono del tutto diversi, e così via. Le risoluzioni ONU partono dal presupposto che l’offerta di aborto e contraccezione siano, in qualunque contesto, elementi di emancipazione, anzi di empowerment, cioè di accrescimento di potere per le donne.

Ma i concreti casi esaminati nel libro dimostrano che non è così: in Iran, per esempio, i programmi per la diffusione del controllo della fertilità hanno avuto grande successo, ma le donne continuano a essere considerate cittadine di seconda classe, soggette all’autorità maschile.

Secondo quanto lei ha scritto, “libertà e salute delle donne” e “diritti riproduttivi” fanno parte di un “nuovo lessico” espressione di “un progetto culturale” che non favorisce né le donne né la famiglia. Può illustrarci il perché?

Roccella: La definizione “diritti riproduttivi” non proviene dal femminismo, ma dalla specificazione dei diritti umani che è in atto all’ONU. Lo slogan del movimento delle donne, anche quando negli anni Settanta lottava per l’aborto, era “maternità come libera scelta”: l’accento era posto sull’assenso femminile alla maternità, mentre adesso lo stesso termine “maternità”, e persino il termine “procreazione”, sono banditi da tutti i testi internazionali.

Ad ogni appuntamento internazionale si apre una lotta terminologica che ad un osservatore estraneo potrebbe apparire incomprensibile. Ma dietro le differenze semantiche si nasconde lo scontro sui concetti. Per esempio, la sparizione di vocaboli come madre e padre, in favore di definizioni prive di caratterizzazione sessuale, come “progetto parentale” o “genitorialità”, e la stessa sostituzione delle parole uomo e donna con un termine neutro, “genere”, tendono ad annullare la differenza sessuale e la specificità dei ruoli di madre e padre.

C’è un progetto culturale molto diffuso, e in parte inconsapevole, che mira a sganciarsi il più possibile dal diritto naturale, fondamento dei diritti umani. Se non c’è più un diritto naturale inalienabile che garantisca l’eguaglianza degli esseri umani (per esempio per quanto riguarda il diritto alla vita e alla libertà personale), tutto diventa contrattabile e relativo. Rafael Salas, ex direttore dell’UNFPA (il Fondo dell’ONU per la Popolazione), ha sostenuto che le spaventose violazioni dei diritti umani attuate in Cina durante gli anni della politica del figlio unico non erano percepite dai cinesi come tali. Aborti forzati, abbandono e uccisione dei neonati, secondo Salas, erano metodi che “per le loro norme culturali non erano affatto coercitivi”! Questo è relativismo etico: ma è chiaro che si tratta di una concezione che porta alla distruzione dell’idea stessa dei diritti umani.

Altrettanto accade con le donne. In ambito internazionale si punta a superare la disparità sociale e culturale tra uomo e donna attraverso l’introduzione dell’idea di genere. Secondo la teoria del genere i ruoli sessuali sono totalmente avulsi dalla biologia e dal corpo, e sono sostanzialmente costruzioni culturali su cui si può intervenire liberamente. Che questo porti alla destrutturazione della famiglia tradizionale è evidente, basta guardare cosa è successo in Spagna con Zapatero, che ha attuato una semplice riforma lessicale. Ma alcune donne non si rendono conto che in questo modo si distrugge anche il senso della differenza sessuale e della maternità, in una parola dell’esperienza di essere donna.

Sui grandi temi che riguardano la difesa della vita e della famiglia naturale la Santa Sede si è di sovente scontrata con le organizzazioni internazionali, Nazioni Unite e Unione Europea in particolare. Lei ha intitolato un capitolo del libro “L’Europa contro il Vaticano”. Potrebbe illustrarci la sostanza della controversia?

Roccella: L’impostazione culturale prevalente, in Europa, è un massimalismo laicista che ritiene le religioni potenziali portatrici di istanze fondamentaliste. L’Unione Europea adotta però molte cautele, sia politiche che verbali, nei confronti del mondo islamico. Si tratta di cautele che sarebbero comprensibili se non creassero un visibile squilibrio nei confronti del Vaticano, che invece viene attaccato con perfetta serenità ogni volta che è possibile. Il risultato è che il cattolicesimo appare come il più acerrimo nemico delle donne in ambito internazionale, perché si oppone all’ideologia dei diritti riproduttivi e del controllo demografico.

Questa operazione culturale si risolve in una sorta di suicidio identitario, come è già accaduto con la menzione delle radici cristiane nella Costituzione Europea (oggi in crisi). Non si può dimenticare che il cristianesimo ha avuto, fin dall’inizio, una straordinaria considerazione delle donna, e non è un caso se la battaglia per la parità sessuale si è sviluppata essenzialmente in area cristiana. Tra tutte le religioni, quella cristiana è l’unica, per esempio, il cui rito d’iniziazione (il battesimo) sia aperto ad entrambi i sessi. All’interno del mondo cattolico c’è un forte pensiero femminista, e gli ultimi due papati hanno riconosciuto una grande dignità culturale a questo pensiero.

Ma tutto questo viene messo in sordina da un’impostazione che privilegia l’elemento antireligioso. Anche mantenendo la stessa politica sui diritti riproduttivi, l’UE potrebbe modulare diversamente l’atteggiamento nei confronti delle differenti fedi religiose, privilegiando i motivi di accordo. Per esempio sarebbe facile, con la Santa Sede, trovare momenti di unità sulla tutela della maternità, sulle politiche internazionali contro la mortalità materna e infantile o per la scolarizzazione femminile, o ancora per il riconoscimento dei diritti politici ed economici alle donne. Invece si preferisce mettere le religioni in un unico calderone e indicare nel Vaticano il nemico esemplare dell’emancipazione femminile.