I filosofi della cultura della morte (Parte III)

Donald DeMarco parla del fascino esercitato ancora oggi dai falsi Messia

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KITCHENER (Ontario), domenica, 7 novembre 2004 (Zenit.org).- Alcuni pensatori retrogradi del passato continuano ancora oggi ad esercitare il loro fascino perché offrono la prospettiva di una vita più facile, afferma un docente di filosofia.



Donald DeMarco, professore aggiunto di filosofia presso l’Holy Apostles College and Seminary e professore emerito del St. Jerome's University, ha approfondito le teorie disfunzionali e la perdurante eredità degli “Architetti della cultura della morte” (Ignatius), in un libro scritto insieme a Benjamin Wiker.

In una intervista rilasciata a ZENIT, egli sostiene che affrontare le responsabilità della vita e non perseguire la via del minimo sforzo, significhi vivere in modo autentico e lottare contro la cultura della morte.

La seconda parte di questa intervista è stata pubblicata nel Servizio Giornaliero del 5 novembre 2004.

Alcuni tendono a dare la colpa agli anni ‘60 per tutti i problemi che affliggono la società attuale. Guardando indietro, gli anni ’60 sono espressione e culmine di un processo logico di eventi e di idee?

DeMarco: Gli anni Sessanta hanno rappresentato, tra le altre cose, una rivoluzione sessuale nel senso di una separazione del sesso dal senso di responsabilità; che potrebbe meglio essere visto come un processo di devoluzione.

Hanno anche rappresentato un rifiuto dell’autorità, tra cui anche l’aspetto della paternità - la nozione culturale e religiosa di paternità. Le visioni di Sigmund Freud, Wilhelm Reich, Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir erano in effetti alquanto in auge in quel periodo.

È stato anche un periodo durante il quale molte persone religiose tentavano di creare una sintesi tra il pensiero cristiano e quello marxista. Alcuni credevano che, nel processo di cambiamento della società, il Cristianesimo contribuisse con l’amore, mentre il Marxismo con le strutture sociali. Il Cristianesimo e il Marxismo, tuttavia, sono in realtà sistemi dottrinali che non possono essere conciliati l’uno con l’altro.

In effetti, il periodo degli anni Sessanta è stato alquanto tumultuoso ed ha rappresentato un momento di convergenza tra i pensieri di diversi “architetti” trattati nel nostro libro. Ma non ha fornito la genesi del problema. Piuttosto, è stato il godimento, se si può usare questo termine, di quel problema.

Le sue radici risalgono indietro alle due Guerre mondiali e persino al periodo dell’Illuminismo, quando l’uomo iniziava a pensare di poter vivere bene senza Dio o senza la religione. La frase di Albert Camus continua ad assillare il mondo moderno e la pretesa dell’uomo di essere autosufficiente: “Perché l’Illuminismo ha portato al buio?”.

Per quale motivo gli “architetti della cultura della morte” continuano a godere di grande rispetto nella cultura popolare?

DeMarco: Credo che l’elemento essenziale di fascino che i nostri 23 “architetti” possiedono - un fascino che ha iniziato a sortire i suoi effetti sin dall’inizio - è che essi offrono al mondo la prospettiva di una vita più facile.

La via del minimo sforzo, la scorciatoia, ha sempre esercitato un grande richiamo. Il mondo moderno darebbe qualsiasi cosa per poter disgiungere la morte dalla vita e godere di una vita senza morte. Questa è la promessa dei falsi Messia, il cui messaggio è più religioso di quanto le persone non sembrino rendersi conto.

Karl Marx, Friedrich Nietzsche, Sigmund Freud e altri hanno una sorta di biblica giusta collera. Sono certamente moralisti, e propongono un mondo migliore rispetto a quello di cui la gente del tempo si era stufata.

Ortega y Gasset ha scritto un lavoro incredibilmente preveggente, nel 1931, dal titolo “La ribellione delle masse”. Una delle mie frasi preferite di quell’opera che contiene un’infinità di frasi memorabili è “la sovranità dell’uomo qualunque”. Ortega osservava che la piramide sociale era stata invertita; che la gente qualificata era stata destituita e collocata sotto, mentre le masse inqualificate erano ascese alla cima e avevano assunto il controllo della cultura.

Noi viviamo oggi in una cultura di massa con gusti di massa, standard di massa e stili di vita di massa. La filosofia e la religione sono viste con profondo sospetto. La saggezza si presume che non esista affatto o che sia irraggiungibile. L’intrattenimento fornito dai mezzi di comunicazione è proprio questo: una distrazione dalla realtà e priva di contenuto edificante.

La nostra è una cultura molto superficiale, portatrice della terna dell’immediato, dell’espediente e del semplicistico, nella quale permettiamo a noi stessi di subire l’influenza di un pensiero povero e incompleto, proposto dai quei filosofi che troviamo tra gli architetti della morte.

È più facile per tutti seguire la corrente del fiume; anche un uomo inanime è in grado di farlo. Ma nuotare contro corrente, scoprire la nostra identità autentica di esseri umani capaci di amare, costa fatica, coraggio e virtù.

I mezzi di comunicazione continuano a cullarci per farci addormentare dondolando davanti ai nostri occhi le chimere del pensionamento anticipato, dell’autonomia finanziaria, di un ridotto orario di lavoro, di esotici pacchetti vacanze, di un confort materiale e di mille altre forme di sonnolenza che rappresentano la comodità della morte piuttosto che l’energia della vita. E così siamo facilmente preda dei cattivi filosofi.

Se, come lei osserva, la cultura della morte poggia su una visione frammentata della persona e sull’eclissi di Dio, su cosa si fonda la cultura della vita? Che speranze porta per il futuro?

DeMarco: La risposta evidente è che la cultura della vita si fonda su persone integre, capaci di stabilire un rapporto autentico con Dio e con il prossimo. La risposta è sufficientemente ovvia, ma la sua attuazione è ben altra cosa.

Abbiamo bisogno di essere ispirati per poter accettare le vere sfide della vita. Ma le difficoltà non dovrebbero intimidirci. In questo senso, il poeta inglese John Keats è veramente una figura eroica. In una sua lettera scritta ai suoi fratelli nelle isole britanniche, egli spiegava che abbiamo bisogno delle difficoltà per poter affrontare il problema e così scoprire chi siamo veramente.

“Non vedi come sia necessario un mondo di dolori e di difficoltà”, scriveva, “per formare un’intelligenza e farne un’anima? Così come sono varie le vite degli uomini, così varie diventano le anime e così Dio crea gli esseri umani”.

Keats visse in esilio a Roma e morì all’età di 23 anni di tubercolosi. Nonostante la sua morte prematura, lasciò ai posteri diversi brani di poesia incredibilmente profondi e belli. Dovremmo interessarci di più di persone come Keats e meno degli Howard Sterns di questo mondo.

Se c’è qualcosa che vorrei che i lettori traessero dal nostro libro è proprio il senso della primaria importanza della realtà antropologica. Nel senso che dovremmo perseguire, senza lasciarci tentare dalle illusioni, una realistica comprensione di cosa significhi vivere come essere umano e trovare poi il coraggio di vivere alla luce di quanto abbiamo capito, ovvero di vivere in modo autentico.

Cos’è un essere umano? È una persona che è al contempo un individuo unico e irripetibile e un essere sociale con responsabilità di amore verso il prossimo. In questa tensione dinamica tra gli estremi dell’individualità e della socialità, emerge la persona vera, in grado di formare matrimoni saldi e di contribuire a fornire le basi per una società migliore.

Quando Fyodor Dostoevsky scrisse “Delitto e Castigo”, egli appose questa nota: “Questa è la storia di uno studente universitario la cui mente è contaminata da idee incomplete che fluttuano nel vento”.

La cultura della vita si basa invece su idee complete della persona umana. In questo senso, il personalismo di Giovanni Paolo II è un ottima base su cui iniziare a capire meglio cosa significhi essere persona umana. E per quanto possa essere difficile vivere come un essere umano integro, questa sfida è necessaria, se vogliamo evitare le chimere della cultura della morte e vivere secondo i principi della cultura della vita.