I Gesuiti e la rivoluzione italiana nel 1848

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di Maurizio Schoepflin

ROMA, martedì, 6 gennaio 2009 (ZENIT.org).- Se uno dei compiti della 35ª Congregazione Generale della Compagnia di Gesù – tenutasi a Roma dal 7 gennaio al 6 marzo scorso – è stato quello di delineare l'identikit del Gesuita del futuro (cfr. L'identikit del Gesuita: disponibilità e mobilità, in ZENIT.org, 18 marzo 2008), almeno per quanto riguarda l'Italia, utile sarebbe ripercorrere la storia dell'Ordine ignaziano nel nostro Paese, soprattutto durante il Risorgimento, dato che essa ha conosciuto vari momenti di sofferenza e di grave difficoltà.

Tra questi spicca la vera e propria persecuzione subita dai Gesuiti prima, durante e dopo le vicende rivoluzionarie che travagliarono l’Europa e l’Italia nel 1848. Giuseppe Brienza, giornalista pubblicista e corrispondente dell'Istituto Storico dell'Insorgenza e per l'Identità Nazionale (www.identitanazionale.it) nel saggio I Gesuiti e la rivoluzione italiana nel 1848 (Solfanelli, Chieti 2007, pp. 64, euro 7) ricostruisce a questo fine, con agilità e precisione, questa delicata fase della vita della Compagnia di Gesù, a partire dagli antefatti della campagna orchestrata contro di essa dal liberalismo ottocentesco, che acutamente aveva ravvisato nei religiosi di sant'Ignazio di Loyola un serio ostacolo alla diffusione del nuovo "verbo" laicista e anticattolico.

Fa una certa impressione il fatto, messo adeguatamente in luce da Brienza, che tra i campioni dell’antigesuitismo italiano vi sia stato Vincenzo Gioberti, che pubblicò due opere aspramente ostili verso i religiosi della Compagnia, una volta resosi conto che essi non avrebbero assecondato il suo progetto di federazione italiana. Egli, nell’opera Il gesuita moderno, sostenne che l’antiliberalismo e l’intransigenza dei Gesuiti non avrebbero mai permesso che si affermasse l’accordo fra cristianesimo e modernità.

Dunque, alla vigilia del fatidico ’48, i Gesuiti italiani sono nel mirino di tutto lo schieramento liberale: per timore le loro chiese vengono disertate e si comincia a cacciarli dalle loro sedi che, a volte, subiscono veri e propri saccheggi. Dalla Sardegna al Piemonte, dalla Liguria alla Campania, dallo Stato Pontificio alla Sicilia l’attacco nei loro confronti si spande a macchia d’olio: molti sono costretti alla fuga, la Compagnia si disperde e per tanti non rimane che l’esilio.

Impossibilitato a garantire l’incolumità dei Padri, lo stesso Pontefice Pio IX nel marzo del 1848 li prega di abbandonare lo Stato della Chiesa. Con questo suo interessante lavoro Brienza scrive un’altra pagina di quella rivisitazione del nostro Risorgimento che ormai da tempo è auspicata e perseguita da studiosi di primo livello