I giovani e il lavoro: qual è il problema?

Il seminario "I giovani e la crescita. Formazione, impresa e lavoro" ieri alla Lateranense

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di Salvatore Cernuzio

ROMA, venerdì, 24 febbraio 2012 (ZENIT.org) – Giovani, crisi, formazione, lavoro sono temi di cui si discute spesso negli ultimi tempi, ma che ieri pomeriggio, alla Pontificia Università Lateranense, nel convegno I giovani e la crescita. Formazione, impresa e lavoro, nell’ambito del corso di alta formazione Etica finanza sviluppo, hanno ricevuto un’accezione e un’importanza diversa.

Sarà merito dell’organizzazione dell’Ateneo; degli interventi brillanti dei relatori e del direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, moderatore dell’incontro o del discorso iniziale ricco di spunti del Rettore, mons. Enrico dal Covolo. O sarà merito forse del fatto che si sta sviluppando una nuova coscienza per cui di “giovani, lavoro, impresa, formazione” non si deve parlare solo denunciandone lo status perenne di crisi, ma credendo che una soluzione c’è e va correttamente individuata.

Questo filo conduttore ha animato i discorsi degli illustri ospiti: Luca Cordero di Montezemolo, presidente di Ferrari e di Italia Futura; mons. Lorenzo Leuzzi, vescovo ausiliare eletto di Roma; Michel Martone, vice ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali e l’economista Fiorella Kostoris, docente de La Sapienza Università di Roma.

Ognuna di queste personalità, in base alle proprie competenze, ha cercato, infatti, di fornire una proposta per designare più concretamente il futuro delle nuove generazioni e del nostro Paese, cercando anche di capire perché ci troviamo adesso in questa situazione.

Hanno introdotto i lavori: il saluto del vescovo Dal Covolo e la relazione del presidente Aises, Valerio De Luca, a cui ha fatto seguito l’intervento di Luca Cordero di Montezemolo, il quale ha insistito sulla necessità di cambiare dalla base la cultura del nostro paese “che molto spesso trascura l’ascensore sociale”, affermando infine che “formazione, lavoro, impresa rappresentano l’essenza dell’Italia”.

«È fondamentale in proposito – ha ribadito il presidente di Ferrari – valorizzare la scuola, sia pubblica che privata, superando il dibattito che spesso le mette in contrapposizione”. Una scuola, che “deve essere sostenuta da una politica forte e che dia fiducia al Paese e ai suoi cittadini, coinvolgendoli negli obiettivi e nelle sfide che ogni giorno si prefigge”.

Per questo, ha rimarcato Montezemolo, “il rapporto tra cittadino e Stato deve essere ripensato puntando soprattutto sui giovani a cui bisogna dare una speranza di crescita. Tale crescita non può esserci se non c’è un sistema impresa forte che a sua volta deve essere sostenuto da adeguate politiche di formazione”.

 “Un futuro con l’innovazione nel DNA” è dunque secondo il presidente “il sogno per il nostro paese”. Con uno sguardo puntato più al presente, in particolare sulle statistiche del rapporto tra giovani e lavoro, Michel Martone ha evidenziato, invece, come sia necessario “incentivare i giovani a iscriversi all’università e laurearsi prima possibile”, altrimenti “più tardi ci si laurea, più sarà difficile fare i conti con la realtà del mondo del lavoro”.

 “La mia generazione è cresciuta su due miti: quello del laurearsi e trovare sicuramente un lavoro e che quel lavoro sarebbe durato tutta la vita” ha dichiarato il viceministro, accusando il fatto che il problema delle nuove generazioni è “non aver ricevuto messaggi chiari”.

 “È fondamentale sfatare questi miti ricordando che non è vero che un laureato trova sempre lavoro e che non è certamente meglio di un falegname - ha proseguito -.  C’è la necessità di modificare i messaggi culturali e raccontare la verità puntando sulla formazione e su forme contrattuali che la prevedono”.

 In questa direzione, una scommessa per l’Italia potrebbe essere, secondo il politico, l’apprendistato: mezzo più efficace dello stage - che ha un tempo limitato - “per imparare un mestiere” e che permette di “trasmettere le conoscenze e dunque una vera formazione”.

Un’altra è la rivalutazione delle scuole professionali e degli istituti tecnici che preparino i giovani ai lavori manuali, considerati screditanti e quindi affidati alle mani degli extracomunitari, ma “di cui c’è realmente bisogno nelle aziende”.

Un problema relativo più alla “formazione culturale, rispetto a quella professionale” è, secondo mons. Leuzzi, il nocciolo della crisi dei giovani di oggi: “Prima l’uomo vedeva ciò che produceva – ha spiegato - man mano non è stato più così, fino ad arrivare a uno svuotamento esistenziale che porta non trovare neanche un senso al lavorare”.

I giovani, vittime di questa ‘disillusione’, hanno puntato tutto “su una formazione fine a sé stessa, dimenticando il loro vero ruolo di protagonisti della società”.

“Dobbiamo evitare di appiattire il problema del lavoro sul lavoratore - ha concluso il presule – ma bisogna ridare fiducia ai giovani e aiutarli a diventare costruttori della società, sperimentando che il nuovo sviluppo è un qualcosa a partire da noi, che non devono essere altri a progettare”.

 In conclusione, la professoressa Kostoris ha dichiarato che “la generazione nuova soffre di elementi negativi di quella passata”. “Alcune ‘battaglie’ portate avanti dalla generazione del dopoguerra – ha affermato - come l’abbassamento dell’età pensionabile e delle ore lavorative o la promozione dell’articolo 18 non hanno agevolato i nostri giovani”.

Essi, ha proseguito, “a volte vengono anche accusati di essere pigri o 'bamboccioni', ma in realtà chiedono solo più opportunità, sicurezza, meriti”. Sarebbe utile, in tal senso - propone la docente - “attivare delle ‘Agenzie di valutazione’ esterne al mondo dei valutati”, che “lavorando sulla qualità dei posti dove avviene la formazione”, possano finalmente ridare valore al ‘merito’, quale “ingrediente fondamentale della fase che stiamo vivendo”.