I Martiri della guerra civile spagnola, testimoni di carità anche nel supplizio

E “Pietra angolare” per l’edificazione di una nuova società

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MADRID, lunedì, 21 giugno 2004 (ZENIT.org).- La storia precedente alla guerra civile spagnola, in particolare gli avvenimenti della rivoluzione del 1934 e l’inizio, fin dai primi giorni di guerra civile, di una sistematica distruzione di tutto ciò che in qualche modo era legato all’ambiente ecclesiale, rientravano in ben precisi programmi "politici" miranti a “far sparire la Chiesa dalla nuova società spagnola”.



Queste le conclusioni a cui è giunto il professor Alfonso Carrasco Rouco, docente presso la Facoltà di Teologia di “San Dámaso”, nell’intervenire da Madrid alla teleconferenza mondiale organizzata dalla Congregazione per il Clero il 28 maggio scorso.

La storia del popolo spagnolo è difatti segnata dalla proclamazione della II Repubblica, il 14 aprile 1931, fino 1° aprile 1939, quando viene dichiarata la fine della guerra civile, dal programmatico intento di cancellare la memoria di una persecuzione anticristiana senza uguali nella storia del cristianesimo occidentale.

Le tappe di questo processo mirante a strappare Dio dal cuore degli uomini e ad “uccidere tutte quelle persone che costituivano il sostegno della Chiesa: in primo luogo il clero”, come ha affermato il professore, si apre il 9 dicembre 1931 con l’approvazione della Costituzione "laica", che delinea il quadro della persecuzione legislativa e amministrativa.

Il 16 gennaio 1932 una circolare governativa impone di togliere dalle scuole qualsiasi simbolo religioso; il 2 febbraio è introdotto il divorzio; il 6 vengono secolarizzati i cimiteri e l’11 marzo è soppresso l’insegnamento della religione.

Il 17 maggio 1933 viene poi approvata la “Ley de Confesiones y Congregaciones religiosas”, che limita l’esercizio del culto cattolico, sottoponendolo al controllo delle autorità civili.

“Tuttavia, nel corso di tali persecuzioni trovarono la morte anche moltissimi religiosi e fedeli laici; in particolare coloro che facevano parte di associazioni o di attività apostoliche cattoliche”, ha tenuto a precisare il professore Carrasco Rouco.

“Tali eventi ebbero luogo in un ambiente traboccante di odio e di propaganda”, dove “un prete” poteva essere ucciso “soprattutto se era apprezzato e benvoluto dal popolo”.

“Non si conoscono con esattezza le cifre globali delle vittime dell’odium fidei nel corso della guerra civile spagnola, e ciò è dovuto soprattutto alla difficoltà di accertare i casi di moltissimi fedeli laici”, ha detto il docente spagnolo.

Tuttavia se da una parte non è possibile conoscere le cifre esatte dei fedeli laici, “vittime dell’odium fidei”, per la difficoltà nell’accertarne i casi, dall’altro è possibile al contrario conoscere le cifre concernenti il clero ed i religiosi: “Ci furono almeno 4184 omicidi fra le file del clero secolare, compresi i seminaristi; dodici vescovi ed un amministratore apostolico; 2365 religiosi e 283 religiose”, cita il professore.

“Per fare alcuni esempi; nella diocesi di Barbastro, di 140 sacerdoti ne rimasero solo 17; a Madrid morì il 30% del clero; a Toledo il 48%. A Valencia 2.300 luoghi di culto furono totalmente o parzialmente distrutti; a Barcellona tutti, tranne dieci, subirono danneggiamenti, e così via”.

“I processi per il riconoscimento ufficiale di questi martiri della Chiesa in Spagna stanno seguendo il loro corso”, ha sottolineato Carrasco Rouco. Infatti, secondo i dati diffusi dall’Ufficio statistico vaticano, fino ad oggi il numero dei martiri spagnoli beatificati da Giovanni Paolo II ammonterebbe a 473.

La prima beatificazione di martiri spagnoli risale al 1985 mentre l’ultima all’11 marzo 2001, quando di fronte ad una folla di circa 25 mila “pellegrini”, in quella che è stata la più affollata beatificazione collettiva nella storia della Chiesa, il Pontefice ha elevato alla gloria degli altari ben 233 martiri della guerra civile spagnola.

“Tuttavia, la loro presenza e la loro testimonianza ha posto le basi per la rinascita della Chiesa dopo la guerra, avvicinando l’intera società spagnola alla grazia della riconciliazione, poiché questa testimonianza descrive chiaramente il dramma vissuto nella Spagna di allora”, ha spiegato il professor Carrasco Rouco.

“Moltissima gente soffrì e morì dedicando le sue ultime parole a Cristo Re, l’unico vero Signore”, “altri dedicarono le loro ultime parole alla misericordia ed al perdono, a imitazione dell’esempio dato da Gesù Cristo sulla croce e già seguito dal primo martire: Santo Stefano”.

“Molti testimoniarono fino alla fine l’amore per la propria vocazione e per la Chiesa: senza abbandonare la propria missione, rimanendo accanto ai propri fratelli in pericolo e salutandoli con fede e con la ferma speranza di incontrarsi di nuovo nella vera vita nel regno dei cieli”, ha poi aggiunto il professore spagnolo.

“Attraverso tutto ciò, offrirono la testimonianza più grande dell’amore verso il Signore; evidenziando la grandezza della sua grazia, che trionfava sulla debolezza umana, e la profondità delle radici della propria fede, che riuscì così a fiorire sotto la persecuzione e che confortò e sostenne le fede di molti altri”, ha affermato in seguito.

“Il loro martirio divenne così una luce disperatamente necessaria affinché la Chiesa, e con essa tutta la società spagnola, trovasse in mezzo a tanta oscurità il cammino verso la riconciliazione e la pace”, ha commentato.

“La pietra scartata dai costruttori si è così trasformata nella pietra angolare per l’edificazione della vera città degli uomini: la Gerusalemme che viene dall’alto, luogo di libertà e di vita vittoriosa sulla morte”, ha infine concluso.

Per saperne di più su questo argomento si veda l’intervista precedentemente realizzata dalla redazione di ZENIT con padre Vicente Cárcel Ortí, esperto dei rapporti Stato-Chiesa nel XX secolo in Spagna e autore di libri come “Martiri spagnoli del secolo XX” (BAC): ZENIT, Servizio Giornaliero, 3 maggio 2004.