I mistici e gli angeli (Seconda parte)

Non vi è vita da santi che non narri il loro intervento

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di don Marcello Stanzione 

ROMA, lunedì, 15 ottobre 2012 (ZENIT.org).- Gli angeli, che non hanno corpo, che non hanno  mai né  fame, né sete, né freddo, che non sono mai stanchi, non dimenticano comunque che noi  conosciamo tutte queste pene. Così, santa Rita, molto malata e non sopportando nessun nutrimento, si augurava, in pieno inverno, di mangiare dei fichi freschi. Un cesto di fichi giunse misteriosamente al convento.

Santa  Rosalia, una principessa italiana discendente da Carlo Magno, che si era ritirata in un deserto, ebbe un giorno l’incantevole sorpresa di un mazzo di rose. Gli angeli, per consolarla, per mostrarle quella che era la bellezza del Paradiso, le portavano dei fiori del cielo. Erano essi, d’altronde, che l’avevano condotta in quella grotta sulla cima di una montagna, affinché potesse consacrarsi a Dio.

Gli angeli hanno  anche permesso talvolta a delle sante anime di riunirsi insieme. La piccola Lucia di Narni di cui abbiamo prima parlato era diventata religiosa a Ferrara; dapprima, si ammirava molto la sua santità, ma il buon Dio volle provare la sua umiltà e la  sua pazienza: la si accusò di mentire, di immaginare le visioni celesti da cui ella era favorita; finalmente, la si rinchiuse in una cella molto scura e non si autorizzò nessuna visita. Abbattuta dal rimpianto, malata, Lucia si augurò un giorno di vedere un’altra religiosa, Caterina di Racconigi, di cui lei aveva molto sentito parlare. La cosa sembrava del tutto impossibile, non avendo Lucia nessun mezzo per comunicare con Caterina che non abitava neanche a Ferrara. Ora, Caterina, da parte sua, desiderava conoscere Lucia. Per miracolo, ella si trovò trasportata nella sua cella, e le due sante poterono consolarsi vicendevolmente, incoraggiarsi nell’amore di  Dio. Questo è il fine di ogni  vera amicizia, e gli angeli sono felici che noi abbiamo  tali amicizie.

Essi si compiacciono soprattutto nell’assistere i sacerdoti che celebrano l’ufficio divino, come si vede, tra molti altri esempi, nella vita di san Bonnet, un vescovo ancora popolarissimo in Alvernia dove diversi villaggi portano il suo nome.

La storia accadde a Clermont. Il giorno calava ed il pio Bonnet pregava ancora mentre il sagrestano percorreva la chiesa San Michele agitando le sue chiavi. Poi ritornò il silenzio. Le porte erano chiuse ed il buon vescovo non si accorgeva di nulla, poiché non aveva cessato di possedere il silenzio nella sua anima, un meraviglioso silenzio in cui mormoravano già le voci del cielo.

La notte avvolgeva ora Clermont. Bonnet pregava. Egli non sapeva più distinguere quando era giorno e quando era la notte poiché una luce infinita era nella sua anima.

Improvvisamente ode dei canti che non provenivano dalla terra e la chiesa si riempie di chiarore. Il sant’uomo alza la testa e vede discendere verso l’altare la Santissima Vergine stessa. Quant’era bella! Non si sarebbe potuto dire se la sua veste fosse rosa, bianca o blu; quella veste rassomigliava ai cristalli di neve impagliuzzati da mille sfumature al sole. Intorno a Maria, vi era tutta una scorta luminosa: gli Angeli.

Un trono si trovò subito vicino all’altare, e la Vergine si sedette  mentre  gli angeli disponevano tutto per la  santa messa. L’altare era preparato, infiorito, i ceri accesi, l’incenso fumava nell’incensiere, il messale era aperto, segnato da un bel segnalibro d’oro. Eppure gli angeli s’interrogavano: “Non vi è sacerdote… Chi sarà l’officiante?”.

La Vergine replicò sorridente: “Il mio servitore Bonnet non è lontano”.

Egli aveva paura, l’uomo di Dio, per tutte quelle meraviglie. Per salvare la sua umiltà, egli si nascose dietro un grosso pilastro, semplicemente, come se credesse che gli angeli non potessero scoprirlo; ma, come dice la cronaca, “gli angeli serventi di Maria, non ebbero grande difficoltà nel riprendere quel fuggitivo!”. Essi lo portarono davanti alla loro Regina.

“Io voglio, Bonnet, che tu celebri ora la santa messa”.

Beninteso, egli non poteva che obbedire, ma tremava con tutto il suo corpo. Gli angeli lo rivestirono dei paramenti sacri, poi servirono la messa. L’emozione di san Bonnet svaniva a poco a poco. Egli si ricordava che gli angeli sono sempre vicino al Tabernacolo, e che è una ben più grande meraviglia ancora che Dio stesso discenda sull’altare, cosa che si produce ad ogni messa. Completato l’ufficio, Bonnet lasciò i paramenti. La Santa Vergine allora gli fece dono di una casula, poi tutto scomparve.

Al tempo di Madre Jacqueline de Blémur, una Benedettina del XVII secolo che ha scritto questa bella storia, si conservava ancora a Clermont la casula della messa degli Angeli. Essa era d’un tessuto così ricco e fine che nessuna seta, nessun ricamo potevano esserle paragonati. Leggenda ancora, diremmo? Ma perché Dio non avrebbe così ricompensato il fervore di san Bonnet, in un tempo in cui una fede più viva permetteva più miracoli?