I movimenti ecclesiali e le nuove comunità in America Latina

Intervento dell’Arcivescovo Stanislaw Rylko

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BOGOTA’ (Colombia), sabato, 8 aprile 2006 (ZENIT.org).- Pubblichiamo una traduzione dell’intervento dell’Arcivescovo Stanislaw Rylko, presidente del Pontificio Consiglio per i Laici, al primo Congresso dei movimenti ecclesiali e delle nuove comunità dell’America Latina, svoltosi in Colombia il 9 marzo scorso.



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I Movimenti ecclesiali e le nuove Comunità: risposta dello Spirito Santo alle sfide dell'evangelizzazione, oggi

di Mons. Stanislaw Rylko
Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici

1. La sfida più grande lanciata alla Chiesa all’inizio di questo millennio è la missione che da sempre le è stata affidata: l’evangelizzazione. In ogni epoca, e pertanto anche nella nostra, la Chiesa è chiamata ad accogliere nuovamente il mandato missionario di Cristo risorto: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato” (Mt 28, 19-20).

Per Matteo “ammaestrare” e “cristianizzare” è la stessa cosa [1]. “Ammaestrare” discepoli è l’essenza della vocazione della Chiesa e della sua missione in ogni tempo. La Chiesa fondata da Cristo è inviata nel mondo per evangelizzare. Essa vive permanentemente in stato di missione e trova la sua ragion d’essere nella missione.

L’evangelizzazione del mondo attuale – la nuova evangelizzazione di cui tanto si parla e che interessava profondamente il Servo di Dio Giovanni Paolo II – è un compito nel quale la Chiesa ripone molte speranze, pur avendo piena consapevolezza degli innumerevoli ostacoli che si frappongono alla sua realizzazione, sia per le straordinarie mutazioni che sono avvenute nella vita degli individui e delle società che, e soprattutto, per la grave crisi della cultura postmoderna.

La crescente secolarizzazione e la vera e propria “dittatura del relativismo” (Benedetto XVI) stanno producendo in molti nostri contemporanei una grave carenza di valori, accompagnata da un facile nichilismo, che finisce per procurare un’allarmate erosione della fede, come una sorta di “apostasia silenziosa” (Giovanni Paolo II), in una “strana dimenticanza di Dio” (Benedetto XVI).

Questa situazione, che può verificarsi, purtroppo, nei Paesi di antica tradizione cristiana, trova il suo contraltare, per così dire, nel “boom religioso” piuttosto ambivalente e ambiguo. Il Papa ha parlato di questo a Colonia, nel mese di agosto dello scorso anno, dicendo: “Non voglio screditare tutto ciò che c’è in questo contesto [...]. Ma, per dire il vero, non di rado la religione diventa quasi un prodotto di consumo. Si sceglie quello che piace, e certuni sanno anche trarne un profitto” [2].

Si pensi al dilagare delle sette, alla diffusione delle forme di vita e degli atteggiamenti dettati dal New Age, ai fenomeni parareligiosi come l’occultismo e la magia. Il mondo globalizzato, in verità, si è trasformato in una gigantesca terra di missione. Come dice il Salmista con toni drammatici: “Il Signore dal cielo si china sugli uomini per vedere se esista un saggio: se c'è uno che cerchi Dio” (Sal 14, 2). Oggi è più che mai necessario annunciare Gesù Cristo nei grandi areopaghi moderni della cultura, della scienza, dell’economia, della politica e dei mezzi di comunicazione. La messe evangelica è molta ma gli operai sono pochi (cfr. Mt 9, 37). In questo contesto vitale della Chiesa, è necessario oggi operare una radicale virata di mentalità, un autentico nuovo risveglio della coscienza di tutti. Sono necessari nuovi metodi, nuove espressioni e un rinnovato ardore [3].

All’inizio del nuovo millennio, il Servo di Dio Giovanni Paolo II esortava così la Chiesa: “Ho tante volte ripetuto in questi anni l'appello della nuova evangelizzazione. Lo ribadisco ora, soprattutto per indicare che occorre riaccendere in noi lo slancio delle origini, lasciandoci pervadere dall'ardore della predicazione apostolica seguita alla Pentecoste. Dobbiamo rivivere in noi il sentimento infuocato di Paolo, il quale esclamava: ‘Guai a me se non predicassi il Vangelo!’ (1 Cor 9,16)” [4].

Parlando ai Vescovi tedeschi a Colonia, Papa Benedetto XVI ha pronunciato, al riguardo, parole che lasciano intendere un profondo zelo apostolico: “Dovremmo riflettere seriamente sul modo in cui oggi possiamo realizzare una vera evangelizzazione, non solo una nuova evangelizzazione, ma spesso una vera e propria prima evangelizzazione. Le persone non conoscono Dio, non conoscono Cristo. Esiste un nuovo paganesimo e non è sufficiente che noi cerchiamo di conservare il gregge esistente, anche se questo è molto importante [...].Credo che dobbiamo tutti insieme cercare di trovare nuovi modi per riportare il Vangelo nel mondo attuale, annunciare di nuovo Cristo e stabilire la fede” [5]. Questi orientamenti dei due Sommi Pontefici serviranno per guidare la nostra riflessione sul filo che unisce l’evangelizzazione del mondo attuale ai movimenti ecclesiali e le nuove comunità.

2. Tra i molti frutti generati dal Concilio Vaticano II per la vita della Chiesa, uno particolare e speciale è senza dubbio la “nuova stagione aggregativa” dei fedeli laici. Grazie all’ecclesiologia e alla teologia del laicato, elaborate dal Concilio, accanto alle associazioni tradizionali sono sorte molte altre aggregazioni denominate oggi “movimenti ecclesiali” o “nuove comunità” [6].

Ancora una volta, lo Spirito è intervenuto nella storia della Chiesa conferendole nuovi carismi portatori di uno straordinario dinamismo missionario, e le adeguate risposte alle drammatiche sfide della nostra epoca. Il Servo di Dio Giovanni Paolo II, che seguiva con affetto e con una particolare sollecitudine pastorale queste nuove realtà ecclesiali, affermava: “Uno dei doni dello Spirito al nostro tempo è certamente la fioritura dei movimenti ecclesiali, che sin dall’inizio del mio Pontificato continuo a indicare come motivo di speranza per la Chiesa e per gli uomini” [7]. Papa Wojtyla era fermamente convinto che tutti i movimenti ecclesiali erano espressione di un “nuovo avvento missionario”, di una “grande primavera cristiana” preparata da Dio in vista del terzo millennio della Redenzione [8]. Questo è stato uno dei grandi momenti profetici del suo pontificato.

I movimenti ecclesiali e le nuove comunità sono portatori di un prezioso potenziale di evangelizzazione, di cui la Chiesa ha oggi grande bisogno. Costituiscono una ricchezza ancora non pienamente conosciuta e valorizzata. Giovanni Paolo II diceva: “Nel nostro mondo, spesso dominato da una cultura secolarizzata che fomenta e reclamizza modelli di vita senza Dio, la fede di tanti viene messa a dura prova e non di rado soffocata e spenta. Si avverte, quindi, con urgenza la necessità di un annuncio forte e di una solida ed approfondita formazione cristiana. Quale bisogno vi è oggi di personalità cristiane mature, consapevoli della propria identità battesimale, della propria vocazione e missione nella Chiesa e nel mondo! Quale bisogno di comunità cristiane vive! Ed ecco, allora, i movimenti e le nuove comunità ecclesiali: essi sono la risposta, suscitata dallo Spirito Santo, a questa drammatica sfida di fine millennio. Voi siete questa risposta provvidenziale!” [9].

Il Papa indicava qui due priorità fondamentali dell’evangelizzazione, dell’ “ammaestrare” discepoli di Gesù Cristo oggi: una “solida ed approfondita formazione” e un “annuncio forte”. Due ambiti nei quali i movimenti ecclesiali e le nuove comunità danno frutti stupendi per la vita della Chiesa, diventando per migliaia di cristiani di ogni angolo del mondo veri “laboratori della fede”, autentiche scuole di vita cristiana, di santità e di missione.

3. La prima grande priorità è quindi la formazione cristiana. E qui tocchiamo un punto nevralgico, perché oggi le fondamenta stesse del processo educativo della persona sono messe a rischio. Come avvertiva il Cardinale Ratzinger, “Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie” [10]. La cultura dominante del nostro tempo genera personalità frammentate, deboli, incoerenti.

Qualcuno mette in guardia: “è in crisi la capacità di una generazione di adulti di educare i propri figli. Per anni dai nuovi pulpiti – scuole e università, giornali e televisioni – si è predicato che la libertà è assenza di legami e di storia, che si può diventare grandi senza appartenere a niente e a nessuno, seguendo semplicemente il proprio gusto o piacere. È diventato normale pensare che tutto è uguale, che nulla in fondo ha valore se non i soldi, il potere e la posizione sociale. Si vive come se la verità non esistesse, come se il desiderio di felicità di cui è fatto il cuore dell’uomo fosse destinato a rimanere senza risposta” [11].

Dall’influenza di questa cultura non sono esenti i battezzati. Da essa derivano quindi le identità cristiane deboli e confuse; una fede che assume l’aspetto di una pratica abitudinaria sotto l’influenza di un pericoloso sincretismo di superstizione, magia e New Age; una superficiale e distratta appartenenza alla Chiesa, che non si ripercuote in maniera significativa sulle scelte e sui comportamenti. Si assiste oggi ad una preoccupante carenza di ambiti educati, non solo fuori della Chiesa, ma anche al suo interno. La famiglia cristiana, da sola, non è più capace di trasmettere la fede alle nuove generazioni, né è sufficiente per questo la parrocchia, anche se questa continua ad essere la struttura indispensabile per la pastorale della Chiesa sul territorio.

Le parrocchie, soprattutto nelle grandi città, si estendono su quartieri troppo ampi – quando non si tratta di autentici quartieri dormitorio – nei quali è difficile instaurare rapporti personali e far sì che ritornino ad essere luogo di vera iniziazione cristiana. Cosa fare allora? Proprio in questo contesto intervengono i movimenti ecclesiali come luogo per una profonda e solida formazione cristiana. I movimenti e le nuove comunità sono caratterizzati infatti da una ricca varietà di metodi e di itinerari educativi straordinariamente efficaci. Ma qual è il motivo della loro forza pedagogica? Questo “segreto”, per così dire, è racchiuso nei carismi che li hanno generati e che costituiscono la loro anima. Il carisma genera questa “affinità spirituale tra le persone” [12] che dà vita alla comunità e al movimento.

Grazie a questo carisma, l’affascinante esperienza originale dell’evento cristiano, di cui è testimone particolare ogni fondatore, può riprodursi nella vita di molte persone e in diverse generazioni di persone, senza perdere nulla della sua novità e della sua freschezza. Il carisma è la fonte della straordinaria forza educatrice dei movimenti e delle nuove comunità. Si tratta di una formazione che ha come punto di partenza una profonda conversione del cuore. Non a caso queste nuove realtà ecclesiali contano tra i loro membri molti convertiti, gente che “viene da lontano”.

All’inizio di questo processo vi è sempre un incontro personale con Cristo, un incontro che cambia radicalmente la vita. Un incontro facilitato dalla presenza di testimoni credibili, che hanno rivissuto, nel movimento, l’esperienza dei primi discepoli: “Vieni e vedi” (Giov 1, 46).

Nella vita dei membri dei movimenti ecclesiali e delle nuove comunità vi è sempre un “prima” e un “dopo”. La conversione del cuore è a volte un processo graduale che richiede tempo. Altre volte è come un fulmine, inaspettato e improvviso.

Ma in entrambi casi essa è vissuta come un dono gratuito di Dio che ricolma il cuore di felicità e si trasforma in una ricchezza spirituale per tutta la vita. “Dio esiste, io l’ho incontrato”. Quanti membri di movimenti ecclesiali e nuove comunità potrebbero far loro queste parole di André Frossard, un altro convertito!

La formazione è l’ambito per eccellenza in cui si esprime l’originalità dei carismi dei diversi movimenti e comunità, ognuno dei quali fonda il processo educativo della persona su una propria e specifica pedagogia. In generale, una pedagogia cristocentrica, che si concentra sull’essenziale, ovvero sul risvegliare nella persona la vocazione battesimale propria dei discepoli di Cristo. Una pedagogia radicale che non diluisce il Vangelo, che esige e propone la meta della santità. Una pedagogia che si sviluppa nell’interiore delle piccole comunità cristiane che – soprattutto in una società “atomizzata” nella quale regnano la solitudine e la spersonalizzazione delle relazioni umane – costituiscono un punto indispensabile di riferimento e di appoggio. Una pedagogia integrale che, abbracciando ed impegnando tutte le dimensioni dell’esistenza di una persona, genera un senso di appartenenza “totale” al movimento.

Un’appartenenza diversa da qualsiasi altra adesione a gruppi o circoli settoriali di vario tipo e che si traduce in un forte senso di appartenenza alla Chiesa e in un vivo amore per essa. Per questo non è azzardato affermare che i movimenti e le nuove comunità sono vere scuole per la formazione di cristiani “adulti”. Come scriveva qualche anno fa il Cardinale Joseph Ratzinger, sono “modi forti di vivere la fede che stimolano le persone e gli danno vitalità e allegria; una presenza di fede, quindi, che significa qualcosa per il mondo” [13].

Per completare il quadro, occorre almeno menzionare il ruolo che queste realtà possono svolgere, nel contesto della Chiesa latinoamericana, in relazione al fenomeno radicato e diffuso della pietà popolare. I movimenti ecclesiali e le nuove comunità offrono infatti pedagogie di evangelizzazione che possono contribuire efficacemente ad orientare bene questa religiosità, captando ed approfondendo aspetti importanti, senza svalutane il valore che hanno nella vita della popolazione [14].

4. La seconda grande esigenza alla quale rispondono i movimenti e le nuove comunità è “l’annuncio forte”. La formazione cristiana deve avere sempre un grande slancio missionario, perché la vocazione cristiana è, per sua natura, vocazione all’apostolato. La missione aiuta a scoprire pienamente la propria vocazione di battezzati, difende dalla tentazione di un ripiegamento egoistico su se stessi, protegge dal pericolo di considerare il proprio movimento di appartenenza come una sorta di rifugio, in un clima di amicizia, per tutelarsi dai problemi del mondo.

Tra le caratteristiche dell’impegno missionario dei movimenti ecclesiali e delle nuove comunità bisogna segnalare la loro indiscutibile capacità di risvegliare nei laici l’entusiasmo apostolico e il coraggio missionario. Sono realtà che sanno tirar fuori il potenziale spirituale delle persone. Che aiutano a superare le barriere della timidezza, del timore e dei falsi complessi di inferiorità che la cultura laicista infonde in molti cristiani. Sono molti quelli che hanno vissuto una tale trasformazione interiore, rimanendone essi stessi meravigliati. Molti non si sarebbero mai immaginati di arrivare ad essere capaci di annunciare così il Vangelo e di partecipare in questo modo alla missione della Chiesa.

Lo zelo di “ammaestrare” discepoli di Gesù Cristo che i movimenti sono in grado di risvegliare incoraggia gli individui, le coppie sposate e le famiglie intere a lasciare tutto per andare in missione. Perché, pur senza dimenticare la testimonianza personale, i movimenti e le nuove comunità si propongono anzitutto l’annuncio diretto dell’evento cristiano, riscoprendo il valore del kerigma come metodo di catechesi e di predicazione. In questo modo rispondono ad una delle necessità più urgenti della Chiesa dei nostri tempi, ovvero la catechesi degli adulti, intesa come autentica iniziazione cristiana in grado di rivelare tutto il valore e la bellezza del sacramento del Battesimo.

Da sempre, uno dei maggiori ostacoli all’opera di evangelizzazione è la routine, l’abitudine, che toglie freschezza e forza persuasiva all’annuncio e alla testimonianza cristiana. Ebbene, i movimenti rompono gli schemi abitudinari dell’apostolato, rivedono le forme e i metodi e li ripropongono in modo nuovo. Si dirigono con naturalezza e coraggio verso le difficili frontiere dei moderni areopaghi della cultura, dei mezzi di comunicazione di massa, dell’economia e della politica. Riservano un’attenzione particolare a coloro che soffrono, ai poveri e agli emarginati. Quante opere sociali sono nate per loro iniziativa!

Essi non aspettano che coloro che si sono allontanati dalla fede tornino spontaneamente alla Chiesa, vanno a cercarli. Per annunciare Cristo non esitano ad uscire per le strade e le piazze delle città, ad entrare nei supermercati, nelle banche, nelle scuole e nelle università, ovunque l’uomo vive. Lo zelo missionario li porta “fino alla fine del mondo”... E si diffondono, dimostrando che i carismi che li hanno generati possono alimentare la vita cristiana degli uomini e delle donne di ogni latitudine, di ogni cultura e tradizione.

Non solo, inserendosi nel tessuto delle Chiese locali, si trasformano in segni eloquenti dell’universalità della Chiesa e della sua missione. Da qui nasce appunto la loro relazione particolare con il ministero del Successore di Pietro. È impressionante la fantasia missionaria che, grazie a questi nuovi carismi, lo Spirito Santo suscita nella Chiesa dei nostri giorni. Per molti laici, i movimenti e le nuove comunità diventano vere scuole di missione.

Oggi, nella Chiesa, si parla molto di evangelizzazione: si organizzano congressi, simposi, seminari di studio e si pubblicano libri, articoli e documenti ufficiali sul tema. Certamente bisogna parlarne, perché l’evangelizzazione è un elemento essenziale per la Chiesa e per il mondo. Tuttavia esiste un pericolo concreto di rimanere fermi al livello teorico, al livello dei progetti che rimangono sulla carta... Ma ecco che intervengono i nuovi carismi che generano aggregazioni di persone – uomini, donne, giovani e adulti –, solidamente formati nella fede, pieni di zelo e pronti per annunciare il Vangelo. Non si tratta quindi di strategie studiate a tavolino, ma di progetti “vivi”, vissuti in molte storie personali e concrete e nella vita di tante comunità cristiane. Progetti, per così dire, pronti all’uso... Questa è la grande ricchezza della Chiesa del nostro tempo.

Come non sorprendersi di fronte alla quantità e alla qualità dei frutti generati dai nuovi carismi nella Chiesa? Il principio evangelico, “dai loro frutti li riconoscerete” (Mt 7, 16), rimane sempre valido. Sono molte le persone che, grazie a questi carismi, hanno incontrato Cristo e trovato la fede, o sono tornate alla Chiesa e alla pratica dei sacramenti dopo lunghi anni. Tante persone sono passate da un cristianesimo meramente anagrafico ad un cristianesimo “adulto”, convinto ed impegnato. Quanti frutti di autentica santità di vita! Quante famiglie ricostruite nella fedeltà e nell’amore reciproco! Quante vocazioni al sacerdozio, alla vita consacrata e alle nuove forme di vita laicale secondo i consigli evangelici! Il messaggio importante che questi nuovi carismi lanciano al mondo attuale è in sostanza il seguente: essere cristiani vale la pena; vale la pena di rispondere all’invito di Cristo. Provaci anche tu!

5. Come abbiamo visto, i movimenti ecclesiali e le nuove comunità sono, in realtà, un “dono provvidenziale” che la Chiesa deve accogliere con gratitudine e con vivo sentimento di responsabilità, al fine di non sprecare l’opportunità che essi rappresentano. Un dono che, allo stesso tempo, è un compito ed una sfida sia per i fedeli laici che per i Pastori. Quale compito e quale sfida?

Giovanni Paolo II insisteva molto sul fatto che i movimenti ecclesiali e le nuove comunità sono chiamati ad inserirsi nelle diocesi e nelle parrocchie “con umiltà”, ovvero con un atteggiamento di servizio alla missione della Chiesa, evitando ogni forma di orgoglio e di senso di superiorità in relazione ad altre realtà, con uno spirito di comunione ecclesiale e di sincera collaborazione. Allo stesso tempo, il Papa insisteva con i Pastori – Vescovi e parroci – affinché li accogliessero “con cordialità”, riconoscendo e rispettando i loro rispettivi carismi e accompagnandoli con paterna sollecitudine [15]. La regola d'oro formulata da San Paolo vale anche in questo caso: “Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie; esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono” (1Ts 5, 19-20).

Ovviamente, l’enorme novità che i movimenti ecclesiali e le nuove comunità apportano alla Chiesa suscita spesso sorpresa, obbliga a porsi delle domande e può causare una certa confusione nella prassi della normale chiamata pastorale. Diceva Papa Wojtyla: “Quando interviene, lo Spirito lascia stupefatti. Suscita eventi la cui novità sbalordisce” [16]. Come abbiamo ripetuto varie volte, i movimenti costituiscono anche una sfida, una provocazione salutare a cui la Chiesa è chiamata a rispondere, e alla quale deve rispondere. I movimenti, con il loro modo radicale di “essere cristiani” nel mondo, mettono sotto accusa il “cristianesimo stanco” (Benedetto XVI) di molti battezzati, un cristianesimo solo di facciata, pieno di complicazioni e confuso.

Aleksandr Men, sacerdote dissidente russo assassinato nel 1990 durante gli anni oscuri delle persecuzioni religiose, diceva in tono provocatorio, in uno dei suoi sermoni, che il peggior nemico dei cristiani, in fondo, non era l’ateismo militante dello Stato sovietico, quanto piuttosto lo pseudocristianesimo di molti battezzati [17]. Parole che non possono far altro che scuotere le nostre coscienze. In fin dei conti, per il cristiano, il vero e grande nemico è la mediocrità, la resistenza a credere veramente al Vangelo. I movimenti, con la loro straripante passione missionaria, mettono sotto accusa un certo modo di “essere Chiesa” forse troppo comodo e adattabile. Il Cardinale Joseph Ratzinger si riferiva qualche anno fa ad un “grigio pragmatismo della vita quotidiana della Chiesa [...] nel quale, in apparenza, tutto procede, ma in realtà la fede si deteriora e precipita nella meschinità” [18].

Ad una Chiesa di “tranquilla conservazione” – tipo piuttosto diffuso al giorno d’oggi –, i movimenti lanciano la sfida di una Chiesa missionaria coraggiosamente proiettata verso nuove frontiere e aiutano la pastorale parrocchiale e diocesana a recuperare la combattività profetica e la spinta necessaria. Al giorno d’oggi la Chiesa ha molto bisogno di questo. Deve aprirsi a questa novità generata dallo Spirito: “Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?” (Is 43, 19).

In relazione ai movimenti ecclesiali e alle nuove comunità, il magistero di Papa Benedetto XVI si colloca in perfetta continuità con quello di Giovanni Paolo II, perché ha sempre tenuto in alta considerazione la loro opera al servizio della missione della Chiesa, e quando era ancora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, affermava: “In loro scorgiamo l’inizio di qualcosa di nuovo: il cristianesimo è presente come un fatto nuovo, ed è percepito da persone che spesso vengono da molto lontano, come la possibilità di vivere, di poter vivere in questo secolo”. E aggiungeva: “Oggi ci sono cristiani ‘isolati’ che si collocano al di fuori di questa strana concezione dell’esistenza moderna e cercano nuovi stili di vita; essi, senza dubbio, non attirano molto l'attenzione pubblica, ma fanno qualcosa che in realtà indica il futuro” [19].

Secondo l'allora Cardinale Ratzinger, l’elemento di novità, di cui i movimenti ecclesiali e le nuove comunità sono portatori, li rende come una sorta di profezia del futuro. Una volta eletto Papa, Benedetto XVI è rimasto fedele a questa lettura sottile, sua personale, della situazione della Chiesa e, al termine della Giornata Mondiale della Gioventù celebrata a Colonia nell’agosto 2005, ha detto ai Vescovi tedeschi: “La Chiesa deve valorizzare queste realtà e al contempo deve guidarle con saggezza pastorale, affinché contribuiscano nel modo migliore, con i loro diversi doni, all'edificazione della comunità”. E terminava efficacemente: “Le Chiese locali e i movimenti non sono in contrasto fra loro, ma costituiscono la struttura viva della Chiesa” [20]. Si tratta di orientamenti importanti che devono servire da bussola per la missione evangelizzatrice della Chiesa di oggi.


[1] Cfr. L. SABOURIN, Il Vangelo di Matteo. Teologia e Esegesi, vol. II, Roma 1977, pp. 1069-1070.
[2] BENEDETTO XVI, Santa Messa nella spianata di Marienfeld, 21 agosto 2005.
[3] Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Discorso alla XIX Assemblea Generale del CELAM, 9 marzo 1983.
[4] GIOVANNI PAOLO II, Lettera apostolica Novo millennio ineunte, n. 40.
[5] BENEDETTO XVI, Incontro con i Vescovi della Germania, 21 agosto 2005.
[6] Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica Christifideles laici, n. 29.
[7] GIOVANNI PAOLO II, Omelia della veglia di Pentecoste, 25 maggio 1996, n. 7.
[8] Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Redemptoris missio, n. 86.
[9] GIOVANNI PAOLO II, Ai movimenti ecclesiali e alle nuove comunità, vigilia di Pentecoste, 30 maggio 1998.
[10] J. RATZINGER, Santa Messa “Pro eligendo Romano Pontifice”, 18 aprile 2005.
[11] Se ci fosse una educazione del popolo tutti starebbero meglio.
Appello, “Atlantide”, n. 4/12/2005, p. 119.
[12] GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica Christifideles laici, n. 24.
[13] Cfr. J. RATZINGER, Il sale della terra. Cristianesimo e Chiesa cattolica nella svolta del millennio, Edizioni San Paolo, Milano 1997, p.
18.
[14] Cfr. PAOLO VI, Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, n. 48.
[15] Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Redemptoris missio, n. 72.
[16] GIOVANNI PAOLO II, Ai movimenti ecclesiali e alle nuove comunità, vigilia di Pentecoste, 30 maggio 1998.
[17] Cfr. T. PIKUS, Aleksandr Men, Verbinum Warzawa 1997, p. 37.
[18] Cfr. J. RATZINGER, Fede, Verità, Tolleranza. Il cristianesimo e le religioni del mondo, Cantagalli, Siena 2003, p. 134.
[19] Cfr. J. RATZINGER, Il sale della terra, op. Cit., pp. 145-146.
[20] BENEDETTO XVI, Incontro con i vescovi della Germania, cit.