I presuli italiani scrivono al Ministro Fini sul caso del convertito che rischia la morte in Afghanistan

Abdul Rahman, 41 anni, si è convertito dall’islam al cristianesimo

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ROMA, venerdì, 24 marzo 2006 (ZENIT.org).- Il caso di Abdul Rahman (cfr. ZENIT, 21 marzo 2006), l’afgano quarantunenne che rischia di essere condannato a morte per essersi convertito dall’islam al cristianesimo, ha spinto alcuni presuli italiani a scrivere al Ministro degli Esteri, Gianfranco Fini, chiedendo di intensificare gli sforzi per scongiurare un tragico epilogo della vicenda.



In una lettera datata il 22 marzo scorso, il Vescovo di Ivrea, Arrigo Miglio – Presidente della Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace –, e l’Arcivescovo di Trento, Luigi Bressan – Presidente della Commissione Episcopale per l’evangelizzazione dei popoli e la cooperazione – affermano di essere rimasti, “come molti altri”, “profondamente colpiti dalla notizia che un tribunale afgano intenderebbe condannare, ed anzi condannare a morte, un cittadino, perché questi avrebbe deciso di aderire a un credo religioso diverso da quello in cui era stato educato”.

“Al riguardo ci sorprende che ancora oggi esistano coloro che negano la libertà alle persone di avere un proprio cammino spirituale”, osservano, ricordando che, per quanto riguarda la Chiesa cattolica, “il Concilio Vaticano II ha affermato la libertà religiosa sia per i cristiani che per i non cristiani, e numerosi documenti pontifici hanno richiamato come un tale diritto sia a base di molti altri, poiché implica non soltanto la libertà di scelta ma anche di sviluppo della vita religiosa di manifestare sia individualmente che in comunità la propria fede”.

I Vescovi si dicono poi lieti che “il principio della non interferenza del potere politico nella decisione di una persona di adottare una religione o di cambiarla, qualora la sua coscienza a ciò lo portasse, sia entrato a far parte ormai del pensiero universale, espresso del resto già nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo e nel Patto Internazionale dei Diritti Civili”.

Sostenere questa linea, secondo loro, non vuol dire soltanto “difendere il diritto di una persona”, ma anche “aiutare veramente un popolo a crescere nel suo sviluppo reale e nel consesso delle Nazioni”.

A questo proposito, i presuli si impegnano a contribuire affinché anche quanti professano altre religioni possano “far evolvere i valori più veri e purificare interpretazioni restrittive”.

Lo stesso Corano, del resto, come spesso i musulmani affermano, sostiene che non debbano esserci costrizioni in campo religioso.

“Pertanto chiediamo a Lei, Signor Ministro, di proseguire e intensificare – anche in collaborazione con l’Unione Europea e altri Stati, compresi almeno alcuni a maggioranza islamica – l’azione intrapresa perché la minacciata sentenza si concluda con la dichiarazione che il fatto non costituisce reato, e la persona accusata non soltanto venga assolta ma possa condurre una vita serena dove ritenga di vivere”, proseguono i Vescovi.

La cooperazione tra gli Stati, sostengono, “non si giustifica se non raggiunge il rispetto sia pur minimale dei diritti umani”.

Nella loro lettera, i presuli ricordano inoltre che l’Afghanistan aveva già nei secoli scorsi una presenza stabile di cristiani (armeni) e che fin dagli anni Trenta l’Italia “ha avuto il privilegio di poter conservare a Kabul una Chiesa aperta non solo ai suoi funzionari ma anche al pubblico, mentre dei cristiani hanno servito gli Afgani nei campi dei rifugiati e a Kabul, e ora l’aiuto umanitario è cresciuto e appare insostituibile per la ripresa della Nazione”.

“Siamo certi che in quest’azione Ella, Signor Ministro, avrà l’appoggio anche dei musulmani d’Italia, che gustano qui il clima di libertà negato finora in altre Nazioni”, scrivono.

“Desideriamo quindi che la prospettiva sollevata da questa denuncia avvii un dialogo che possa estendersi a tutte le Nazioni dove per motivi religiosi e politici è negata la libertà religiosa – concludono –. Accompagniamo l’azione del Governo con la nostra preghiera e con l’azione educatrice al dialogo per la pace e la collaborazione rispettosa e costruttiva”.