I principi non negoziabili: una sfida educativa (Seconda parte)

L'intervento di monsignor Enrico Dal Covolo all'inaugurazione della Scuola di Formazione Politica promossa dal Movimento PER

Roma, (Zenit.org) | 1187 hits

La prima parte è stata pubblicata martedì 15 gennaio.

1. Il Magistero di Giovanni Paolo II

Giovanni Paolo II ha pubblicato nel 1995 un documento poderoso, ampio e articolato, sul tema della difesa della vita, l’enciclica Evangelium Vitae. […] Vorrei limitarmi a commentarne due passaggi, che riguardano l’aborto e l’eutanasia.

1.1. L’aborto.

Il primo, a proposito dell’aborto, suona così: “La gravità morale dell’aborto procurato appare in tutta la sua verità se si riconosce che si tratta di un omicidio e, in particolare, se si considerano le circostanze specifiche che lo qualificano. Chi viene soppresso è un essere umano che si affaccia alla vita, ossia quanto di più innocente in assoluto si possa immaginare. […] È debole, inerme, al punto di essere privo anche di quella minima forma di difesa che è costituita dalla forza implorante dei gemiti e del pianto del neonato. È totalmente affidato alla protezione e alle cure di colei che lo porta in grembo” (EV, 58).

Sono sufficienti, a me sembra, queste considerazioni di ragione per far apparire del tutto detestabile l’aborto e i tentativi di giustificarlo. Alla ragione ripugna sopprimere l’esistenza di chi è innocente, debole e totalmente dipendente da un altro essere umano. Questa rivolta – questa avversione della ragione – è proprio il risvolto della non negoziabilità del diritto alla nascita del concepito. Del resto, parliamo di “principi” perché, ammessa la deroga all’eliminazione di un essere innocente, debole e totalmente affidato, come nel caso di un embrione o di un feto, si abbatte un limes antropologico, e si permette l’introduzione nella civitas di un contro-principio, che conduce a barbarie e violenze inaudite. La storia del XX secolo è assai tristemente eloquente: nazionalsocialismo, stalinismo e maoismo hanno privato i soggetti umani della loro sacralità, e, dopo averli ridotti a uno stato di fragilità indifesa, hanno perpetrato crimini esecrabili contro la loro vita. […]

Purtroppo, il legame che sussiste tra erosione del principio non negoziabile della vita nascente e le aberrazioni a cui esso conduce sono sotto gli occhi di tutti. Cito un esempio molto amaro, che ci riempie di sconcerto. In Danimarca, il governo ha oramai intrapreso da anni un progetto eugenetico, offrendo gratuitamente la possibilità di ricorrere alle diagnosi prenatali per l’identificazione e la conseguente eliminazione per mezzo dell’aborto dei nascituri “difettosi”. Un giornalista, Nikolaj Rytgaard, sul quotidiano danese “Berlingske”, ha rivelato che l’obiettivo da raggiungere, entro il 2030, è quello di fare della Danimarca il primo Paese al mondo “Down Syndrom Free”.

Qual è – ci chiediamo a questo punto – la differenza con le sperimentazioni condotte durante il nazionalsocialismo?

Alla luce di queste riflessioni, mi sembra che il diritto alla vita del nascituro non possa che apparire non negoziabile. Consegnare alla cultura, che è transeunte, o alla politica, che è volubile e perciò esposta all’involuzione, il diritto di disporre della vita di un nascituro, innocente, debole e totalmente affidato, equivale ad abbandonare pericolosamente la convivenza degli e tra gli uomini all’arbitrio di chi ha più forza, più risorse materiali, più strumenti di controllo e di influenza. La non negoziabilità della tutela della vita nascente, innocente, indifesa, completamente affidata alla protezione dell’altro, ci rammenta che, se si abdica a questo primato, allora è aperta la via alla prevaricazione, all’arroganza, al sopruso, come sentenziò sant’Agostino: “Togli il diritto; e allora, che cosa distingue l’istituzione politica da una grossa banda di briganti?” (Agostino, La città di Dio 4,4).

1.2. L’eutanasia.

Ricavo un secondo passaggio dall’enciclica Evangelium Vitae. Esso recita così: “Si fa sempre più forte la tentazione dell’eutanasia, cioè di impadronirsi della morte, procurandola in anticipo e ponendo così fine dolcemente alla vita propria o altrui. In realtà, ciò che potrebbe sembrare logico e umano, visto in profondità si presenta assurdo e disumano. Siamo qui di fronte a uno dei sintomi più allarmanti della cultura di morte, che avanza soprattutto nelle società del benessere, caratterizzate da una mentalità efficientistica che fa apparire troppo oneroso e insopportabile il numero crescente delle persone anziane e debilitate. Esse vengono molto spesso isolate dalla famiglia e dalla società, organizzate quasi esclusivamente sulla base di criteri di efficienza produttiva, secondo i quali una vita irrimediabilmente inabile non ha più alcun valore” (EV, 64).

Dalle parole di Giovanni Paolo II comprendiamo che anche l’eutanasia, definita nella stessa enciclica come azione o omissione che, nell’intenzione di lenire il dolore procura la morte, è un atto contro ragione e disumano. È contro ragione, infatti, perseguire un fine buono con un mezzo cattivo. Il fine buono è lenire il dolore, ma esso non può essere ottenuto con un mezzo incomparabilmente dannoso e distruttivo, la morte del soggetto sofferente. Con la ragione, nel suo retto esercizio, contrasta il principio che ogni fine giustifica i mezzi. Introdotto infatti questo criterio, l’intera esistenza dei soggetti umani e della compagine sociale è vulnerabile e, come nel caso dell’aborto procurato, esposta al prevalere dei malvagi e della loro ferocia. L’eutanasia, però, è anche disumana. Essa può reclamare una certa plausibilità solo in una mentalità che esalta efficienza e funzionalità, aspetti dell’esistenza che, se esaltati e messi al primo posto nella gerarchia dei valori, rendono la vita spietata e crudele. Ciò che non è materialmente utile non è degno di esistere. La vita umana sembra così valutata e misurata come quella degli oggetti, in base all’utilità che essi offrono.

No, non si può scendere a compromessi, non si può negoziare. L’eutanasia è il tassello di un agghiacciante mosaico di morte e brutalità, in cui i valori e le esperienze dello spirito, compresa la sofferenza, non ricevono alcun apprezzamento.

[La terza e ultima parte sarà pubblicata domani, giovedì 17 gennaio]