I Servi di Maria: la libertà nella santità

Ricorre oggi la memoria liturgica dei Sette Fondatori dell'ordine religioso

Roma, (Zenit.org) Pietro Barbini | 1033 hits

Nel 1223 sette mercanti fiorentini, uniti tra loro da amicizia e dall’appartenenza all’ordine laico dei Servi di Maria, dediti alla cura dei poveri e dei malati, presero la decisione, su ispirazione Divina, di riunirsi in vita comune per vivere in penitenza, preghiera e contemplazione sotto la protezione della Vergine.

Seguendo l’insegnamento apostolico, dunque, i futuri santi Bonfiglio, Bonagiunta, Manetto, Amadio, Sostegno, Uguccione e Alessio lasciarono la loro redditizia attività, le loro case e le loro famiglie, distribuendo tutti i loro beni ai poveri, e si ritirarono, dapprima in una piccola casa fuori città, poi, nel 1245, su consiglio di Ardingo, vescovo di Firenze, sul Monte Senario, dove costruirono una piccola casa per ripararsi dalle intemperie e un oratorio dedicato alla Santa Vergine Maria.

Quel luogo divenne, ben presto, meta frequente di pellegrini, mendicanti e di coloro che erano in cerca di pace, conforto e aiuti spirituali; la fama della loro accoglienza e generosità si diffuse rapidamente, tanto che molti, colpiti dal tipo di vita che conducevano questi santi uomini, chiesero di poter far parte della “compagnia”.

Fu così che “i sette” decisero di fondare un vero e proprio “Ordine dei Servi di Maria”, sotto la regola di sant’Agostino. Il 7 ottobre 1251, per dare valore giuridico, oltre che morale, al nuovo Ordine, il priore Buonfiglio fece approvare a Cafaggio l’atto di povertà alla “Deo grata”,con il quale tutti i frati appartenenti all’Ordine (in quel momento composto da 20 confratelli) fecero voto di povertà, promettendo di non entrare mai in possesso di alcun bene, e se per caso qualche devoto benestante avesse loro donato beni e proprietà, con tale atto, stabilirono di devolvere tutto al Papa e alla Chiesa di Roma, o al Vescovo locale, al quale furono sempre fedelmente sottomessi.

Papa Innocenzo IV, con la lettera Compatientes paupertatis vestrae, approvò calorosamente il loro stile di vita, consentendo all’Ordine di possedere quanto strettamente necessario (corrispondente ad una somma di denaro non superiore ai 100 euro odierni), inoltre alcuni di loro vennero ordinati sacerdoti. Papa Alessandro IV, successore di Innocenzo, appoggiò quanto già confermato dal suo predecessore e con la lettera Devotionis tuae precibus garantì l’indipendenza dell’Ordine, preservandolo da qualsiasi ingerenza esterna.

Nel 1304, dopo alcune difficoltà iniziali, l’Ordine dei Servi di Maria fu approvato definitivamente da papa Benedetto XI con la bolla Dum levamus, grazie soprattutto all’operato di san Filippo Benizi, uomo dotato di grande intelletto, saggezza e umiltà, che entrò a far parte dell’Ordine dei Servi di Maria nel 1254, divenendone in seguito Priore Generale, dal 1267 fino al 1285, anno della sua morte.

Questi santi “padri”, per usare le parole di Benedetto XVI, furono dei veri e propri “seminatori di speranza”, modello di umiltà, fedeltà e devozione, ma soprattutto uno dei più alti esempi di libertà che l’uomo abbia mai raggiunto. Non la libertà come viene oggi intesa, ma quella libertà che viene da Dio. Nella società odierna, infatti, il concetto di libertà viene spesso ridotto a semplice libertà d’agire, ma, come spesso ha ripetuto il card. Angelo Scola, la libertà non riguarda, e non può riguardare, solo l’azione dell’uomo (in tal senso John Stuart Mill, nel suo Saggio sulla Libertà, fa notare che un individuo attraverso un atto libero può decidere di farsi schiavo, negando a se stesso la Libertà), in quanto “la Libertà è libertà di essere prima che libertà di agire”, ossia, è “il farsi dell’uomo che procede dall’incontrocon l’Altro, e in quanto farsi, l’atto della libertà è essenziale nell’essere dell’uomo”.

L’“io”, infatti, si completa solo nel “tu” e senza un “tu” non si costituisce come persona. Di conseguenza, libertà non significa agire lasciandosi guidare dalle passioni e dalle emozioni del momento, come sostengono molti filosofi ed intellettuali odierni che reclamano con forza i più disparati diritti, come se l’uomo non fosse altro che un semplice contenitore di impulsi soggettivi, ma, al contrario, libero è colui che si vincola nell’amore, che accetta d’essere amato, o sa amare, anche nella sofferenza.

Ora, proprio questi santi “padri”, di cui oggi ricorre il dies natalis, giorno istituito da papa Leone XIII nel 1888, attraverso la loro vita, incarnarono perfettamente quel precetto d’amore che Cristo rivolge ogni giorno a tutti gli uomini, “Amatevi gli uni gli altri”, e proprio l’obbedienza a questo stesso insegnamento conferì loro una libertà che prima non conoscevano, quella libertà che ha permesso loro, nonostante le differenze, di vivere in perfetta comunione fraterna fino alla fine dei loro giorni, traendo beneficio l’uno dall’altro e agendo in ogni circostanza come membra di un solo corpo.

Era infatti uno solo, lo spirito che li guidava, quella stessa libertà che li ha spinti a ridonare quell’amore gratuito, a loro volta ricevuto, con altrettanta gratuità, perché se è vero che “forte come la morte è l’amore”, più forte della morte è il dono dell’amore, ma il dono dell’amore viene solo da Dio, perché Dio stesso è amore e, dunque, solo attraverso di Lui l’uomo può amare pienamente, nella libertà, senza chiedere niente in cambio, in quanto la verità rende liberi. Questa è la grande testimonianza che ci hanno lasciato questi sette sant’uomini, una libertà che l’uomo di oggi ha bisogno di riscoprire.