I Vescovi canadesi difendono il pastore protestante incarcerato in Iran

Esortano il Governo iraniano a rispettare la libertà religiosa

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OTTAWA, domenica, 16 ottobre 2011 (ZENIT.org).- I Vescovi del Canada hanno richiamato l'attenzione sulla sorte del pastore protestante Youssef Nadarkhani, in carcere in Iran per aver abbracciato la fede cristiana ed essersi quindi reso colpevole di “apostasia” della fede musulmana (cfr. ZENIT, 25 luglio 2011).

Il presidente del Comitato per i diritti umani della Conferenza Episcopale Canadese, monsignor Brendan M. O'Brien, ha indirizzato una lettera al responsabile della missione dell'Ambasciata della Repubblica Islamica dell'Iran.

Nel testo, ricorda che anche se la condanna a morte del pastore è stata annullata, l'uomo resta “in pericolo per altri motivi per i quali continua ad essere recluso”.

Monisgnor O'Brien lamenta anche le “pressioni esercitate su di lui perché si penta della propria conversione”.

Il presule ha quindi invitato il Governo iraniano a rispettare la libertà religiosa citando il discorso pronunciato da monsignor Dominique Mamberti, segretario per i Rapporti con gli Stati, all'Assemblea Generale dell'ONU il 27 settembre scorso.

In quell'occasione, il rappresentante della Santa Sede ha affermato che “la mancanza di rispetto per la libertà religiosa rappresenta una minaccia per la sicurezza e la pace”.

“E' quindi importante che un impegno comune per riconoscere e promuovere la libertà religiosa di ogni persona e di ogni comunità sia favorito da un dialogo interreligioso sincero, promosso e messo in pratica dai rappresentanti delle differenti confessioni religiose e sostenuto dai Governi e dalle istanze internazionali”, ha dichiarato monsignor Mamberti.

“In questo spirito – conclude la lettera di monsignor O'Brien –, chiediamo che il vostro Governo rispetti i suoi impegni internazionali nei confronti dei diritti umani e che il pastore Nadarkhani, così come tutte le altre persone che vivono una situazione simile nel vostro Paese, sia trattato conformemente all'articolo 18 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo”.