I Vescovi degli Stati Uniti: la gravidanza non è una malattia

La contraccezione e la sterilizzazione non sono “prevenzione di malattie”

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WASHINGTON, D.C., venerdì, 1° ottobre 2010 (ZENIT.org).- La Conferenza Episcopale Statunitense ha espresso di recente la propria protesta al Dipartimento per la Salute e i Servizi Umani degli Stati Uniti per aver incluso i servizi di contraccezione e sterilizzazione come misura di prevenzione di malattie. “La gravidanza non è una malattia”, ha affermato.



Il Dipartimento per i Servizi Sanitari USA ha pubblicato di recente una lista di servizi preventivi che offrono piani sanitari individuali e di gruppo che devono essere coperti come stabilito dalla Patient Protection and Affordable Care Act.

In una lettera datata 17 settembre, sia i Vescovi che l'avvocato Anthony Picarillo e l'associato Michael Moses hanno espresso “particolare preoccupazione” per la proposta.

“Evitare la gravidanza non è evitare una malattia”, inizia il testo. “La contraccezione e la sterilizzazione presentano i propri, unici e seri rischi per la salute del paziente”.

La lettera segnala che questi “servizi” sono anche “moralmente problematici per molte parti interessate, inclusi gli affiliati ai servizi sanitari”, così come per “le comunità religiose, i prestatori di servizi e le compagnie assicurative”.

“Secono il nostro punto di vista”, affermano i Vescovi, “anticoncezionali con ricetta e sterilizzazione chimica e chirurgica sono servizi particolarmente inappropriati nel concetto di 'servizi preventivi' per tutti i piani sanitari”.

Nel testo sostengono che questa definizione non può condividere il significato o la proposta di servizi preventivi come la misura della pressione arteriosa, dei livelli di colesterolo, della pressione, del diabete, dell'ipersensibilità o delle malattie a trasmissione sessuale.

Questi sono servizi ai quali bisogna prestare attenzione, hanno sottolineato, “perché possono prevenire serie malattie”, ma la stessa logica “non può applicarsi alla contraccezione o alla sterilizzazione”.

Non è una giustificazione medica

Nella loro lettera, i Vescovi riconoscono che “in varie epoche la donna può avere serie ragioni personali per voler evitare o rimandare una gravidanza”.

Ad ogni modo, aggiungono, “queste ragioni personali non si trasformano in una condizione temporanea o permanente di infertilità, un requisito previo per la salute”.

Il testo chiarisce che la contraccezione “è quasi sempre percepita come una ragione personale o uno stile di vita”, il che “presenta i propri rischi e gli effetti secondari”.

“L'uso della prescrizione contraccettiva attualmente aumenta il rischio per le donne di sviluppare alcune delle condizioni che i 'servizi preventivi' enumerano nel Regolamento di Provvedimento Finale”.

Non si può neanche chiamare anticoncezionale “preventivo” l'aborto, aggiungono i Vescovi, perché “l'aborto non è in sé una condizione della malattia, ma un procedimento a parte che si realizza solo per l'accordo tra una donna e un professionista sanitario”.

Per i presuli, “gli studi hanno dimostrato che la percentuale delle gravidanze non desiderate che terminano in aborti è più alta rispetto a quella delle gravidanze che avvengono mentre si fa uso di anticoncezionali”.

I Vescovi hanno infine espresso la propria preoccupazione per il fatto che questa legge possa “costituire un fatto senza precedenti che minaccia i diritti di coscienza degli impiegati che applicano le proprie credenze religiose” e altri che per la loro morale o le obiezioni religiose si rifiutano di effettuare queste procedure.

Con questo tipo di misure, avvertono, si possono promuovere “riforme che sarebbero vuote promesse”.

Per consultare il testo completo, www.usccb.org/ogc/preventive.pdf