I vescovi del Ruanda criticano un rapporto del Parlamento sul genocidio

Ribadiscono che si è trattato di un crimine e chiedono di evitare le generalizzazioni

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KIGALI, mercoledì, 1° settembre 2004 (ZENIT.org).- Una commissione del Parlamento del Ruanda ha accusato in un rapporto la Chiesa cattolica di voler nascondere le responsabilità di alcuni sacerdoti nel genocidio del 1994, accuse che i vescovi ruandesi considerano “una generalizzazione ingiustificata”.



Il documento accusa anche la Chiesa di diffondere il genocidio, nascondere i colpevoli nelle comunità ecclesiali di base e promuovere la povertà.

I vescovi hanno risposto affermando che la Chiesa in quanto istituzione non può riconoscere un crimine che non ha commesso e smonta le accuse punto per punto.

Il rapporto della commissione parlamentare sui massacri di Ginkoro ha cominciato ad essere redatto il 20 gennaio allo scopo di indagare sui massacri avvenuti in quella provincia ruandese.

Il genocidio in Ruanda è iniziato il 7 aprile 1994, quando ebbero luogo scontri tra Hutu e Tutsi.

Secondo fonti dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), in appena tre mesi vennero massacrate 800.000 persone e tre milioni di Ruandesi dovettero fuggire dal Paese, mentre i cadaveri galleggiavano nei fiumi e sul lago Vittoria.

La risposta dei vescovi comincia lodando gli aspetti positivi del rapporto. Nella seconda parte controbatte alle accuse rivolte alla Chiesa cattolica.

“Ringraziamo il Governo del Ruanda per la sua determinazione nel vigilare affinché i Ruandesi possano vivere in sicurezza e in pace”, hanno scritto i vescovi.

I prelati, tuttavia, hanno riscontrato nel rapporto “generalizzazioni ingiustificate, quando le idee di una persona vengono attribuite al suo gruppo etnico, alla sua regione, alla sua confessione religiosa o all’associazione alla quale aderisce”.

I vescovi sono “perfettamente d’accordo con la Commissione” quando questa afferma che “i responsabili e i fedeli colpevoli dell’ideologia del genocidio, qualunque sia la loro confessione, non potranno mai sfuggire alla giustizia”.

Nel rapporto, tuttavia, “ci sono errori deplorevoli e dolorosi, dal momento che vengono fatte affermazioni pesanti e gravi che non si basano sulla verità dei fatti e vanno contro persone che potrebbero subire conseguenze spiacevoli”, ha sottolineato il documento episcopale.

“Citiamo, ad esempio, la confusione su persone e nomi o l’errata attribuzione alla Chiesa cattolica di associazioni che non le appartengono in alcun modo”, hanno continuato i vescovi.

“La Chiesa cattolica afferma che il genocidio è un peccato talmente grave da non poter motivare in alcun modo la protezione di chi se ne renda colpevole”, hanno obiettato i vescovi.

“Affermare, quindi, che la Chiesa copra sacerdoti ed altri responsabili va contro la verità. E’ responsabilità dello Stato perseguire tutte queste persone, ovunque si trovino”, hanno proseguito.

“Da parte sua, la Chiesa ha chiesto a tutti i suoi membri che si siano macchiati di questo crimine di avere il coraggio di ammettere i propri peccati”.

“La Chiesa ha ragione nel non riconoscere un crimine che non ha commesso”, hanno affermato i vescovi, ricordando che “la sua missione è ben nota a tutti: riconciliare gli uomini con Dio e promuovere la fratellanza”.

“Nel rapporto c’è un’anomalia sorprendente – hanno constatato i prelati –: vengono messi in discussione giudizi già espressi dalla giustizia del nostro Paese”.

“Ciò è in evidente contraddizione con il principio di indipendenza del potere giudiziario, perché in genere un giudizio viene rivisto quando emergono nuovi elementi e ricomincia il processo in tribunale”, hanno ricordato.

Le accuse che il rapporto ha lanciato contro le comunità ecclesiali di base hanno sorpreso anche la Conferenza Episcopale del Ruanda.

“Se qualcuno si è nascosto nelle nostre comunità di base per raggiungere i propri fini non lo si può imputare alle comunità”, sottolinea il documento.

I vescovi si sono impegnati a continuare a vigilare con attenzione sulle comunità di base affinché non vengano usate in maniera distorta.

“Affermiamo lo stesso circa le nostre istituzioni ecclesiali e le associazioni dei nostri fedeli cristiani”, hanno aggiunto.

I presuli sostengono inoltre che “osare affermare, in contraddizione con la verità, che nella maggior parte delle diocesi i sacerdoti appartengono ad una sola etnia, quella Hutu, significa usare un linguaggio portatore di idee discriminatorie”.

“Esistono regole per essere ammessi agli ordini e alla vita religiosa: non conosciamo alcuna diocesi che abbia rifiutato il sacerdozio ad un candidato che fosse in possesso di tutti i requisiti. Allo stesso modo, nessuna diocesi obbligherà mai i candidati ad essere sacerdote, religioso o religiosa solo per il fatto di appartenere ad una o ad un’altra etnia”, hanno spiegato.

Un’altra accusa del rapporto che ha indignato i vescovi è quella secondo la quale “la Chiesa è promotrice di un’ideologia della povertà e lavora per mantenere la popolazione nella povertà”.

“Chi afferma questo ignora completamente il ruolo che la Chiesa cattolica ha svolto e continua a svolgere per migliorare le condizione di vita della popolazione”, hanno risposto.

“La Chiesa cattolica non abbandonerà mai i poveri perché questo è un aspetto fondamentale e costitutivo della sua missione”.

Gli errori del rapporto sono attribuibili al fatto che “è stato redatto in fretta, in modo precipitoso e senza alcuna voglia di verificare le testimonianze raccolte”, hanno affermato i prelati ruandesi.

I vescovi hanno infine concluso le loro riflessioni chiedendo al popolo del loro paese di camminare nella “verità che riconcilia tutti i Ruandesi”.