I viandanti della carità: proposta per i giovani in parrocchia

L'esperienza dell'iniziatore della “Comunità Tabor”

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di Antonio Gaspari

ROMA, martedì, 8 aprile 2008 (ZENIT.org).- La cultura secolarizzata rende difficile il lavoro dei parroci, ma sono molte e sempre più vitali le iniziative che coinvolgono i giovani nelle parrocchie.

A questo proposito ZENIT ha intervistato don Fabio Di Martino, un sacerdote che svolge il suo ministero in una delle parrocchie più disagiate di Castellammare di Stabia (NA), e che tra le sue molteplici attività è riuscito a dare vita alla "Comunità Tabor - i viandanti della carità”.

Nel parlare di questo gruppo, don Fabio ha detto di definire la Comunità Tabor come “un’esperienza offerta ai giovani e a quanti sentono il bisogno di riscoprire la grazia del proprio Battesimo e decidono di vivere la loro vita secondo gli insegnamenti del Vangelo”.

“Il principio a cui essa si ispira è prevalentemente biblico, infatti il brano a cui fa riferimento la spiritualità della nostra Comunità è quello dell’esperienza della Trasfigurazione (Lc 9, 28-36)”.

“Il Tabor è un punto di incrocio tra umano e divino, è lì che avviene il contatto di un istante che ci rinnova per l'eternità – ha detto –. L’obiettivo che si pone dunque la Tabor è di riuscire a portare nella vita di ogni giorno il dono della fede, cercando ognuno, attraverso la vocazione ricevuta da Dio, di rendere testimonianza all’amore, dono supremo della sua misericordia”.

“Attualmente l’apostolato più importante che svolgiamo è quello della preghiera fonte e culmine della esperienza cristiana – ha sottolineato –, anche se maturano sempre più progetti per rendere visibile l'impegno della comunità, soprattutto verso quella parte della società più a rischio, come gl'indigenti, gli emarginati in genere, per portare l'amore di Dio soprattutto nei casi di maggior bisogno”.

Don Fabio ha rivelato di aver sempre sentito nel cuore, fin dal giorno in cui ha avvertito la chiamata al sacerdozio, “di poter offrire in maniera particolare ai giovani un’esperienza gioiosa e profonda della fede”.

Per questo ha riunito i giovani che lo avevano scelto come padre spirituale ed ha iniziato un cammino.

“E’ bello guardarsi negli occhi e scoprirsi accomunati dallo stesso cammino di fede”, ha spiegato don Fabio, sottolineando che “non sempre ascoltiamo dai sacerdoti l’importanza di avere un padre spirituale”, e che infatti quest'ultimo finisce per essere “una figura sconosciuta” da rivalutare e riproporre.

Giova ricordare che “ogni santo aveva il suo padre spirituale ed ogni credente dovrebbe avere qualcuno che lo guidi a discernere il volere di Dio nella propria vita”.

Di fronte alla difficoltà di entrare nei cuori delle persone, ancor più in quello dei giovani a causa della cultura dell’effimero, del tutto e subito, del relativismo assoluto, della negazione dei valori, don Fabio "avverte la necessità di rivalutare e ripresentare la bellezza dell’Amore”.

“L'Amore vero – ha aggiunto –, quello che non si accontenta solamente di un suo surrogato, quello che in definitiva viene dal cuore di Cristo: un Amore che ci cambia la vita e che ci invita a saper osare oltre misura”.

“La Comunità alimenta la speranza, invitando le persone a scoprire una strada nuova, un'alternativa che viene dalla fede, dalla scelta di stare con Dio, di realizzare il progetto che Lui ha nella nostra vita”.

“Per i giovani – aggiunge don Fabio – il monte Tabor significa un luogo in cui fermarsi e fare il punto della propria vita, cercare di capire a che punto si è arrivati nella vita di fede, maturare scelte decisive cominciando a pensare da veri uomini e da veri cristiani, il luogo in cui ognuno si ritrova a parlare con Dio che è principio e fine di ogni attività umana”.

Il sacerdote sostiene che “i giovani hanno molta sete di Dio”, e questo è dimostrato dal fatto che “da svariati anni anche il mondo vocazionale si apre ad una riscoperta di consacrazione claustrale”.

“Non sono più le mezze misure che affascinano – ha spiegato il sacerdote di Castellammare di Stabia – ma il bisogno di scelte radicali, autentiche e preferenziali” perché “l'incontro con Gesù non è un incontro qualunque”.

“Bisogna saperlo offrire e soprattutto credo sia necessaria una adeguata preparazione ed una forte esperienza vissuta in prima persona da parte di chi lo annuncia”.

“Alcune volte – ha precisato don Fabio - si corre il rischio di proporre ai giovani solo quanto abbiamo vissuto in prima persona, indicando loro il cammino da seguire mettendo paradossalmente Cristo dietro le quinte, altre volte, si ha paura di proporre ideali di vita radicali, quelli che d’altronde ci vengono presentati dalle Sacre Scritture”.

Un altro errore, sottolinea il sacerdote, è quello di pensare ad una “evangelizzazione che miri a formare solo ed esclusivamente persone che debbano poi svolgere per forza nelle loro comunità parrocchiali i posti vuoti o i ruoli che nessuno vuole fare”.

Mentre “l’esperienza di Dio è un incontro, una persona, un nome: Gesù Cristo e se questo non arriva nel loro cuore, allora la nostra missione è fallita e noi siamo state dighe che hanno bloccato il defluire della grazia di Dio”.

Secondo il sacerdote di Castellamare di Stabia “la comunità parrocchiale non è solamente una struttura ricettiva dove rispondere a delle esigenze di persone che devono ricevere questo o quel sacramento, a volte in funzione solo di un altro sacramento”.

“Essa è principalmente la presenza di Dio in mezzo a noi, chiamata ad essere la tenda dove poter favorire l’incontro con il Signore e con le persone di ogni età (giovani, adolescenti, bambini, anziani, famiglie…) che la compongono”.

Don Fabio ha concluso riaffermando che “la parrocchia deve saper e voler proporre la persona di Gesù che, come vero Uomo e vero Dio, sente ancora il bisogno di proporci quello che chiamiamo il comandamento nuovo, che è anche il carisma della nostra Comunità Tabor: 'Amatevi gli uni gli altri come Io vi ho Amati' (Gv 13,34)”.