Il Beato Bonaventura da Potenza unito a Cristo e solidale con i fratelli 

Lettera pastorale di Mons. Orazio Soricelli, Arcivescovo di Amalfi - Cava de Tirreni per lAnno Bonaventuriano (2011 - 26 ottobre - 2012) 

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di Eugenio Fizzotti

ROMA, domenica, 11 marzo 2012 (ZENIT.org).- «L’anno giubilare in onore del Beato Bonaventura da Potenza (2011 – 26 Ottobre – 2012), in occasione del 3° centenario della sua nascita al Cielo, rappresenta per la nostra Chiesa Locale di Amalfi – Cava de’ Tirreni un vero evento di grazia che ci consente di corroborare ulteriormente la quotidiana testimonianza di fede, speranza e carità alla scuola del francescano conventuale che concluse il suo pellegrinaggio terreno il 26 Ottobre 1711 in Ravello. Nella sua vita terrena, infatti, emergono, con immediatezza, autentici sviluppi di umanità e spiritualità, concentrati intorno alla sequela evangelica: da essi affiorano stimoli eloquenti per dare maggiore spessore umano e spirituale al nostro vissuto quotidiano».

Iniziando così la sua recente lettera pastorale Mons. Orazio Soricelli, Arcivescovo di Amalfi – Cava de’ Tirreni, invita i Presbiteri Diocesani e Religiosi, i Diaconi Permanenti, le Religiose, i Seminaristi, i Laici e le Laiche a considerare l’anno giubilare in onore del Beato Bonaventura da Potenza come «una propizia occasione per ridestare nella nostra coscienza di credenti quella vocazione alla santità intimamente congiunta con la consacrazione battesimale e che rappresenta la motivazione più forte del nostro pellegrinare, quasi un riscontro ancorato all’appello incessante del Signore: “Siate santi perché Io sono Santo”».

Nato a Potenza nei primi di Gennaio del 1651 da Lello Lavanga e Caterina Pica, il Beato Bonaventura venne battezzato il quattro gennaio in Cattedrale con i nomi Carlo Antonio Gerardo. Grazie a un intenso clima familiare, incentrato sulla laboriosità e sulla fede semplice e devota, fu iniziato alla fede in modo ottimale e la frequenza della chiesa dei francescani conventuali gli consentì di accostare il suo animo alla semplicità e povertà richiamata dal Vangelo e tenacemente incarnata nella vita di San Francesco d’Assisi. Compiuti i quindici anni lasciò la sua famiglia per iniziare il noviziato tra i frati nel convento di Nocera Inferiore, assumendo il nome di fra Bonaventura da Potenza, vestì il saio il 4 ottobre 1666 ed emise la professione dei voti l’anno successivo.

Terminati gli studi filosofici e teologici, effettuati ad Aversa e a Maddaloni dal 1667 al 1671, passò ad Amalfi, dove venne accolto dal venerabile padre spirituale Domenico Girardelli da Muro Lucano, che lo aiutò a crescere e ad approfondire nell’autenticità la sua scelta vocazionale. Ordinato diacono nella Cattedrale di Amalfi il 6 marzo 1672 e presbitero il 23 marzo 1673, svolse il ministero fino al 1680 in modo zelante e fecondo, pronto a “farsi tutto a tutti, per tutti guadagnare a Cristo”.

Obbedendo ai superiori dal 1680 al 1710 visse nei conventi di Napoli, Maranola, Giugliano, Sorrento, Ischia, di nuovo a Napoli, sia prima che dopo l’esperienza come maestro dei Novizi a Nocera Inferiore, esprimendo sempre la profonda convinzione che la vita, come quella di Gesù, va donata senza riserve. E fu proprio in questo periodo che in lui si manifestarono, con molta frequenza, fenomeni soprannaturali come l’estasi e la lievitazione.

Il 5 gennaio 1710 passò a Ravello dove visse i suoi ultimi giorni, continuando a servire instancabilmente il Signore e la sua Chiesa, con una dedizione assidua, nonostante la sofferenza causata da accresciute fragilità fisiche che lo portarono alla morte il 26 ottobre 1711. Proclamato Beato dal Papa Pio VI (1775-1799) il 19 novembre 1775, il suo corpo è venerato nella chiesa di S. Francesco a Ravello.

Facendo riferimento alla testimonianza dei suoi genitori che seppero iniziarlo a «una genuina vita cristiana, dove la fede è intesa come amicizia con Dio, dove la preghiera è stigmatizzata come dialogo intimo, fiducioso con Lui e dove la carità è la risultante logica di tale fiducioso abbandono in Lui», Mons. Soricelli pone in evidenza nella sua lettera pastorale il ruolo educativo dei genitori, invitandoli a prendere sempre più coscienza di «essere capaci di trasmettere ai loro figli i veri valori umani e cristiani e di favorirne la crescita in una fede matura, prima, che con le parole, con l’esempio» e richiama l’espressione usata dai Vescovi italiani nell’ultimo documento di Orientamenti Pastorali della Chiesa italiana: “La famiglia resta la comunità in cui si colloca la radice più intima e più potente della generazione alla vita, alla fede e all’amore”.

Rivolgendosi ai Presbiteri, ai Diaconi Permanenti e alle Religiose, riconosce che nel contesto attuale si è afferrati da un tale vorticoso “essere affaccendati” che si corre il rischio di vedersi assottigliare il tempo propizio per la spiritualità. Ecco perché è importante manifestare sempre un sereno e coerente atteggiamento di ascolto e di comprensione, grazie al quale si percepisce fino in fondo il reale bisogno di conversione di chi si apre al flusso della misericordia del Buon Pastore, avendo colto con fermezza che «l’amore di Dio vuole sconfinare, senza alcuna riserva, in chi lo cerca».

Un interessante riferimento fa Mons. Soricelli alla definizione di martire dell’obbedienza che il conventuale Padre Antonio Gallo fece del Beato nel 1956 scrivendo una sua breve biografia e aggiunge questo commento: «In realtà l’obbedienza è stata una virtù da lui esercitata, dopo una faticosa conversione ad essa, come è comune nell’età giovanile. È quanto avviene in Amalfi nei suoi otto anni di permanenza sotto la direzione spirituale di Padre Domenico Girardelli da Muro Lucano. Affidando la sua vocazione al discernimento di quest’uomo dallo spiccato tenore spirituale egli riesce a creare quella giusta connessione tra preghiera e azione, che resterà una rotta costante nel suo futuro. Impara l’obbedienza verso i suoi superiori, ritenendoli il tramite immediato per la conoscenza della volontà di Dio nel suo percorso esistenziale».

E rifacendo un riferimento all’attuale momento storico, che risulta contrassegnato da un accentuato soggettivismo, la lettera pastorale rileva che «la virtù dell’obbedienza sembra eclissata dall’atteggiamento diffuso del fai da te: un comportamento questo che crea l’illusione di una conquista di libertà personale, ma che in realtà rappresenta un auto-condizionamento a qualsiasi scelta, scaglionato da pregiudizi e frivole emozioni, scadendo nel ripiego personale e nella chiusura al vero progetto di Dio».

Comprensibile, a questo punto, è il richiamo ai giovani che avvertono forte esigenza di ottenere un impegno lavorativo e ai seminaristi che con gioia crescente si preparano a servire la Chiesa con il ministero ordinato e, rispondendo con l’obbedienza a coloro che assistono i loro primi passi formativi, non si sentono mortificati, ma percepiscono la volontà di Dio attraverso la vigilanza e la vicinanza dei propri Superiori.

E definendolo come uomo di carità, Mons. Soricelli vede il Beato Bonaventura come una figura di sostegno e di incoraggiamento nella fatica pastorale «per essere Chiesa che riesce ad avvertire il gemito del povero e, di conseguenza, si sa chinare, come il Buon Samaritano, sulle sue fragilità e sui suoi disagi». E proprio grazie alla carità, infatti, il Beato manifestò un’avvincente presenza accanto agli ammalati, ai carcerati, alle esigenze anche materiali della povera gente, ma anche ai ricchi affetti dalla povertà del vizio e da altre gravità morali. Ecco perché l’Arcivescovo invita tutti gli operatori pastorali che, nell’esercizio dei loro carismi, aiutano la Chiesa Locale di Amalfi – Cava de’ Tirreni, ad «avere quel volto accogliente, familiare, ospitale, come prefigurato dai documenti conciliari: siamo segno concreto del Vangelo solo se accanto alla preghiera, accanto alle nostre programmazioni, esercitiamo la carità! La Caritas diocesana, sempre vigile sulla rilevanza concreta dei fattori di povertà nel nostro territorio, continui a stimolare ciascuna comunità parrocchiale all’esercizio della carità, credenziale privilegiata dell’essere battezzati».