Il Benin è il 106° Paese al mondo ad abolire la pena di morte

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di Chiara Santomiero

ROMA, venerdì, 26 agosto 2011 (ZENIT.org).-Un altro paese si è aggiunto alla lista delle nazioni che hanno definitivamente cancellato la pena di morte dal proprio ordinamento giuridico: lo scorso 19 agosto il Benin – dove Benedetto XVI si recherà dal 18 al 20 novembre prossimi per celebrare il 150° anniversario della sua evangelizzazione e consegnare l’esortazione apostolica frutto del Sinodo straordinario dei vescovi per l’Africa del 2009 – ha abolito la pena di morte dopo un lungo periodo di sospensione delle esecuzioni divenendo il 106° Paese al mondo e il 17° in Africa.

Lo ha sottolineato con soddisfazione la Comunità di S. Egidio che nel corso degli anni ha accompagnato il maturare di questa decisione nell’opinione pubblica del Benin attraverso una campagna di sensibilizzazione e di raccolta di firme contro la pena di morte. La Comunità di S. Egidio ha inoltre creato, negli ultimi 5 anni, gruppi di lavoro all’interno della Conferenza internazionale dei ministri di Roma sostenendo le autorità del Paese africano fino all’abolizione definitiva della misura giudiziaria.

Negli ultimi trent’anni – soprattutto in Europa ma anche in America latina e in Africa – è cresciuto un movimento di opinione contro la pena di morte avvertita sempre più, segnala il sito Internet di S. Egidio “come una violazione irrimediabile della sacralità della vita e della dignità umana, che impoverisce e non difende le società che la applicano”.

Oggi nel mondo esistono ancora 56 Paesi che conservano nel proprio ordinamento la pena di morte (erano 143 nel 1970 ) mentre altri 37, pur non avendola abolita di diritto, di fatto hanno sospeso le esecuzioni.

A partire dall’ottobre del 1998, quando la Comunità di S. Egidio ha promosso un appello per una moratoria universale delle esecuzioni capitali, sono state raccolte – attraverso il lavoro capillare di un fronte unico interreligioso e interculturale di associazioni internazionali - 5.391.064 firme provenienti da 153 Paesi del mondo. Tra queste 675.621 firme sono state raccolte in 61 Paesi dove la pena di morte è praticata o non è stata abolita.

Si va realizzando, quindi per la pena capitale “un processo simile a quello per cui la tortura e la schiavitù, accettate a lungo in altre epoche da gran parte dell’umanità, sono oggi finalmente percepite come aberranti umiliazioni, non solo delle vittime ma anche di chi le infligge”.

“L’attuale rivendicazione di sicurezza interna alle società – sostiene la Comunità di S. Egidio – è incentrata troppo spesso sull’idea di eliminazione di coloro che si crede sia la minaccia al nostro vivere e al nostro benessere” e ciò comporta la “rinuncia a credere nelle garanzie che si ottengono con un paziente lavoro di prevenzione e rieducazione”. Senza dimenticare che “i sistemi basati sul modello di ‘tolleranza zero’ colpiscono prevalentemente la fasce più deboli della popolazione, i giovani, le minoranze etniche, i senza dimora, i tossicodipendenti”.

La diffusa presa di coscienza dell’opinione pubblica mondiale contro la pena di morte si esprime anche nella Giornata internazionale delle “città per la vita – città contro la pena di morte”, proposta dalla Comunità di S. Egidio e dalla Regione Toscana, durante la quale numerose città del mondo hanno scelto di illuminare un monumento significativo del proprio territorio nel giorno – il 30 novembre – in cui si ricorda la prima abolizione avvenuta nel mondo, nel 1786, da parte del Granducato di Toscana.

Nel 2010 più di 75 capitali e circa 1450 città di 102 paesi diversi nel mondo hanno aderito all'iniziativa.

“Alcune coraggiose scelte di perdono e riconciliazione espresse da parenti di vittime di crimini efferati – afferma la sezione del sito Internet di S. Egidio dedicato alla campagna – dimostrano come sia possibile ricreare in se stessi la pace e comunicarla all’ambiente circostante”. Queste scelte “accompagnate dalle richieste di perdono di tanti condannati a morte, rimarginano nel profondo le lacerazioni e contribuiscono a rendere una società sicura molto più delle punizioni estreme”.