Il Cammino di San Benedetto, la guida di Simone Frignani

La presentazione domani a Subiaco nell'Abbazia di Santa Scolastica

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di Antonio D’Angiò

ROMA, venerdì, 6 luglio 2012 (ZENIT.org) - Sabato 7 luglio, alle 17.30, nella Sala San Gregorio dell'Abbazia di Santa Scolastica, sarà presentata la guida Il Cammino di San Benedetto – 300 Km da Norcia a Subiaco, fino a Montecassino a piedi o in bici, curata da Simone Frignani ed edita da Terre di Mezzo.

L'incontro sarà moderato da Alessandro Cannavò, capo redattore del Corriere della Sera ed interverranno tra gli altri, oltre all'autore, i sindaci di Norcia, Subiaco e Cassino (rispettivamente Gianpaolo Stefanelli, Francesco Pelliccia e Giuseppe Golini Petrarcone), l'Abate di Subiaco, don Mauro Meacci, e Giorgio Boatti, autore del libro, Sulle strade del Silenzio, edito da Laterza.

In previsione dell'evento di domani, si vuole qui proseguire la riflessione sul libro di Giorgio Boatti (la precedente pubblicata su Zenit sabato 12 maggio), cercando questa volta di far parlare direttamente due Abati, quelli di Montecassino e Subiaco, attraverso due loro riflessioni. Riflessioni per provare a dare luce a quelle particolari fasi di “cammino”, fuori o dentro un monastero, al di là o al di qua della vita.

Afferma Pietro Vittorelli, Abate di Montecassino, a proposito dell'attrazione di molti per i “ritiri spirituali” in monastero: “Questa moda che si rivolge anche alle nostre realtà per soddisfare i propri bisogni ha già superato il proprio picco maggiore che – mia impressione – è stato toccato verso la metà di questo decennio quando nella parossistica ricerca di un nuovo che parlasse alle persone, di esperienze ricercate sotto ogni cielo e dentro ogni cultura che sapessero arrivare all'essenzialità del vivere, si è scoperto che la soluzione forse l'avevamo qui senza bisogno di andare in Asia, in India o in Tibet. Non solo la soluzione l'avevamo qui, ma era a nostra disposizione da non pochi secoli. Bisogna anche aggiungere che questa moda della riscoperta dei monasteri è pervasa da un alone di romanticismo che stravolge la realtà, tutto viene dipinto con toni irenici e pacifici, quasi come se il monastero fosse una sorta di raffinato e originale club del quale è appagante, forse anche socialmente connotante, decantare la frequentazione. Si ignora la realtà che invece sta sotto i nostri occhi e per la quale vediamo che i nuovi candidati, sottoposti alla prova della vita quotidiana in monastero, di solito non reggono una prova che vada al di là dei 10/15 giorni” (dal capitolo Succisa Virescit, dedicato al monastero di Montecassino, alla pag. 198).

Dice, d'altro canto Meacci, Abate di Subiaco: “Non accettiamo che tutti dobbiamo accomiatarci e andarcene. Le generazioni passate lo accettavano, spesso con semplicità. Noi ci ribelliamo e d'altra parte come potrebbe non accadere se la forma abbracciata dalle nostre vite è quella del successo, l'idea superomistica che, non da ora per la verità, si sta imponendo nel mondo? Dalla biomedicina alle tecnologie come protesi apposte all'individuo per guardare, per ricordare, per andare più veloce, per godere più intensamente: tutto sembra far si che l'uomo dimentichi di essere creatura tra le creature in un disegno che per i credenti ha Dio al centro. E invece? Invece ognuno è convinto di essere il centro unico ed esclusivo del tutto. Il centro del mondo, del suo mondo. Invece l'uomo non è un assoluto ma un elemento relativo. Eppure dilaga il mito della potenza e non della mitezza. E questo mito della potenza porterà alla distruzione. Il mondo ci sfuggirà di mano”. (dal capitolo A ogni stagione il suo frutto, dedicato ai monasteri di Subiaco, alla pagg. 215 e 216).