Il canto della quotidianità, benedetta dal Cielo

Riflessione sulla solennità dell'Assunta

| 864 hits

di padre Mario Piatti icms,

Direttore del mensile “Maria di Fatima”

ROMA, giovedì, 16 agosto 2012 (ZENIT.org) - Il capitolo sesto del Vangelo di Giovanni è come una grande catechesi eucaristica, attraverso la quale Gesù rivela “qualcosa” di sé e ci introduce nel mistero della sua Persona. È Lui il vero cibo dell’anima, prefigurato nei grandi “segni” dell’Antico Testamento e ora offerto, finalmente, nella sua pienezza e verità: “Io sono il Pane della vita… il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia…”.

Dopo il grande miracolo iniziale –la moltiplicazione dei pani e dei pesci- il dibattito si sviluppa serrato, provocando la reazione dei presenti: “questo linguaggio è duro, chi può intenderlo?”. Molti si ritirano, lasciando il Signore solo, con i Dodici. E Pietro chiuderà, con la nota confessione: “Signore da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna”.

L’evangelista, con quella ironia che spesso accompagna la sua narrazione, riporta, in quel capitolo, le mormorazioni degli interlocutori di Gesù: “Costui non è forse il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre...”. La pretesa di sapere già tutto di Lui, della sua famiglia, dei suoi ascendenti, attesta proprio, invece, la incomprensione, di quei Giudei (e nostra), circa la vera figura del Padre e della Madre del Signore.

La Chiesa, lentamente e progressivamente, nel corso della sua sofferta storia, ha maturato nei primi secoli, organicamente e con soprannaturale sapienza, tale conoscenza, a partire dal mistero di Cristo, dalla sua realtà umana e divina, e dall’ineffabile mistero trinitario, chiarendo –per quanto possibile alla nostra limitata intelligenza- l’eterna relazione di amore tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

In quel contesto, si colloca anche la riflessione su Maria Santissima, dichiarata “Theotókos”, Madre di Dio, al pur tormentato e discusso Concilio di Efeso, del 431; ma come tale da sempre venerata dai fedeli e celebrata poi nella Liturgia.

La solennità dell’Assunta è un dogma solo in tempi recenti ufficialmente riconosciuto e accolto dalla Chiesa (il 1 novembre del 1950, dal Papa Pio XII), seppure fosse una verità acquisita, fin dai primi secoli, presso il popolo di Dio, autorevolmente indicata dai Padri, raccontata –con una multiforme e fantasiosa varietà di “fioretti”- nella letteratura apocrifa e accolta nella Liturgia, dapprima in Oriente e poi dovunque.

Non intendo certamente entrare, con queste brevi note, nella ricca e complessa realtà teologica del dogma o addentrarmi nella discussione relativa alla “Dormitio” di Maria, distinta dal suo “Transitus” (la vera e propria Assunzione al Cielo).

Preme piuttosto cogliere, in questa sede, la piena e totale condivisione della Vergine con la sorte del Figlio. Maria Santissima è la Madre del Verbo, della Persona di Gesù, uomo e Dio; e con Lui partecipa, fino in fondo, della comune esperienza terrena, dall’Annunciazione fino alla crudele e indicibile Passione del Calvario, per approdare al glorioso destino finale, in Cielo.

Come percepiamo, nella luce della Grazia, la perfetta identità del “Gesù della storia” con il “Cristo della Fede”, così riconosciamo, nello splendore inarrivabile dell’Assunta, l’umilissima e semplice fanciulla di Nazareth, eletta da Dio a una missione straordinaria, ma realizzata –nel lento volgere dei giorni e degli anni- nella silenziosa, fervida e nascosta quotidianità di Nazareth.

Maria Santissima ci insegna la strada da percorrere: venerata in Oriente come la Odigitria, è Colei che indica il cammino verso il Cielo, la via che conduce al Cuore stesso di Cristo.

Di fronte al paganesimo sfacciato e imperante di oggi, la Festa dell’Assunta è la risposta della Fede alle attese più profonde del cuore. È il canto della quotidianità, benedetta dal Cielo; è la garanzia del valore infinito dei nostri gesti di ogni giorno, apparentemente banali, ma santi e graditi a Dio; è la rivalutazione di ogni frammento di autentica umanità, affidato alle nostre povere mani e raccolto per sempre dalla misericordia del Padre. 

Anche le ricorrenti apparizioni mariane, in questa luce, confermano lungo i secoli la maestà e l’umiltà della Vergine. Dalle regioni beate del Cielo viene a dirci la sua sola preoccupazione: la salvezza di ogni uomo, chiamato a quel destino di felicità e di gloria che Dio ha disposto per tutti.

Pregate, sacrificatevi, esortò la Vergine a Fatima, in quell’agosto di quasi 100 anni fa, con parole che scuotono ancora la nostra indifferenza e la nostra apatia: “Molte anime vanno all’inferno perché non c’è chi si sacrifichi e preghi per loro”.  

Sembra dirci: imparate da me a donarvi, senza riserve, per l’unica cosa che veramente vale, al di là delle apparenze e delle illusioni del presente. Ella ben conosce la fatica che ci è propria, vede le insidie di questa epoca, condivide la nostra angoscia per il lavoro, per il mutuo da pagare; sente, con noi, il disagio di fronte alle incognite del futuro.

Ma ci invita a guardare con fiducia alla vita, a elevare il cuore e la mente al Cielo –dove vive beata, nell’attesa di incontrarci per sempre- e a impegnare tutte le nostre energie per il Bene.    

Questa è la sola preoccupazione che questa madre, nella Gloria degli Angeli e dei Santi, porta nel suo Immacolato Cuore e chiede che diventi anche nostra.