Il carisma, se istituzionalizzato, inaridisce

Padre Cantalamessa e la prof.ssa Healy a confronto sui doni dello Spirito

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di Mirko Testa

ROMA, lunedì, 12 maggio 2008 (ZENIT.org).- I carismi non possono essere istituzionalizzati senza inaridire né tanto meno essere relegati ai margini della vita della Chiesa, perché ne sono una parte costitutiva.

E' quanto sostenuto in sintesi dalla prof.ssa Mary Healy, docente associato di Sacra Scrittura all'Institute for Pastoral Theology presso l'Ave Maria University a Naples (Florida, USA) e da padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap., Predicatore della Casa Pontificia, intervenuti al Colloquium Internazionale sul tema dei carismi nella Chiesa cattolica, svoltosi a Roma dal 3 al 6 aprile scorso.

Nel prendere la parola, la prof.ssa Mary Healy ha ricordato che i carismi sono definiti, secondo l'espressione utilizzata da San Tommaso, come "gratiae gratis datae", grazie date del tutto gratuitamente e indipendentemente dalla santità personale.

La docente ha quindi spiegato che i carismi sono un “dono soprannaturale dello Spirito Santo che rende capaci di ciò che è umanamente impossibile, o eleva una dote naturale”, ma il cui scopo principale è quello di “edificare il Corpo di Cristo”.

Infatti, essendo i doni dello Spirito non solo costituzionali della Chiesa ma anche “la materia prima dell'amore reciproco”, l'apostolo Paolo “non parla dell'amore (agapē), come di un carisma ma come una via, un cammino lungo il quale ogni carisma deve essere esercitato”.

Nell'insegnamento della Chiesa a partire dal Concilio Vaticano II i riferimenti ai carismi appaiono con una certa frequenza. In questi ambiti, tuttavia, il termine “carisma” viene impiegato per far riferimento alla grazia speciale concessa al fondatore di una comunità o di un ordine religioso, e che diventa il nucleo centrale della spiritualità di una comunità.

Nel prendere la parola, padre Raniero Cantalamessa ha ribadito che il carisma è, innanzitutto, il dono dato “per l'utilità comune” (1 Cor 12,7) e che perciò non è destinato principalmente alla santificazione della persona, ma al “servizio” della comunità (1 Pt 4,10).

In secondo luogo, ha aggiunto il frate cappuccino, il carisma è un dono “particolare”, donato ad alcuni e non a tutti allo stesso modo, distinto per questo dalla grazia santificante, dalle virtù teologali e dai sacramenti che invece sono identici e comuni a tutti.

Infatti, nella Chiesa è presente una distinzione marcata tra i sacramenti e i carismi, che sono come due canali di grazia, due diverse direzioni dalle quali soffia lo Spirito: i sacramenti sono il dono elargito a tutti per l'utilità e la santificazione di ciascuno, mentre il carisma è il dono elargito a ciascuno per l'utilità e la santificazione di tutti.

Lo scopo dei carismi non è quello di dare lustro, prestigio o fama di santità a chi li riceve, ha continuato padre Cantalamessa. I carismi sono, dunque, per la vitalità e varietà della Chiesa; sono di coloro che, mediante lo Spirito, fanno morire le opere della carne, cioè di quanti attraversano l'obbedienza, mortificando l'amor proprio, l'orgoglio, il proprio punto di vista.

I Padri della Chiesa, ha spiegato poi il predicatore del Papa, nell'elencare i carismi mettevano insieme sia i doni destinati all'utilità comune sia i doni di santificazione: sapienza, profezia, potere di scacciare i demoni, chiaroveggenza nell'interpretare le Scritture, continenza volontaria.

Tuttavia, ha continuato, “fino alle soglie del Concilio Vaticano II, la riflessione sullo Spirito Santo, in Occidente, continua ad essere viva e creativa quasi solo nell'ambito del tema dei sette doni” dello Spirito Santo, descritti in Isaia 11, 1-3, dove vengono elencati sei doni (sapienza, intelligenza, consiglio, fortezza, conoscenza e timore del Signore, di cui l'ultimo, il timore è ripetuto due volte) a cui la Settanta e la Volgata aggiungeranno la pietà.

Infatti, i carismi, “dopo la loro tumultuosa apparizione agli inizi della Chiesa [...] non erano scomparsi tanto dalla vita della Chiesa, quanto piuttosto dalla sua teologia”, in seguito a una “lunga eclisse della dottrina biblica sui carismi”.

Profezia e guarigioni

Padre Cantalamessa è quindi passatto a parlare di due carismi in particolare, la profezia e il dono di guarigione, per meglio analizzare l'evoluzione della dottrina dei carismi nella storia della Chiesa.

“La Chiesa – ha detto – nasce tutta quanta come realtà profetica”, e all'inizio della sua storia vi sono “alcune persone particolarmente dotate del carisma che vengono dette abitualmente profeti, che nell'ordine vengono subito dopo gli apostoli”.

La prof.ssa Mary Healy ha spiegato che secondo san Paolo “il carisma superiore, attraverso il quale tutti gli altri vengono misurati, è la profezia (1 Cor 14,1-5) poiché i profeti comunicano la 'parola sempre attuale' di Dio e ci consentono di interpretare i segni dei tempi alla luce del Vangelo”.

I profeti, ha continuato, “non ci comunicano una nuova rivelazione ma fanno sì che l'immutabile rivelazione di Cristo riviva nella generazione presente. Essi hanno l'abilità di ridonare pelle e carne alle ossa aride e di colmare un corpo morto con il soffio vitale dello Spirito”.

Tuttavia, ha affermato Cantalamessa, dopo la metà del II secolo il profetismo andò rapidamente in crisi, a causa soprattutto del fenomeno del Montanismo scoppiato in Asia Minore: “i montanisti rivendicavano ai profeti (tra cui in prima fila delle donne) una autonomia assoluta, cadendo in eccessi che squalificarono il carisma agli occhi del resto della Chiesa (eccetto Tertulliano che fu il loro accanito difensore)”

Allora, emersero subito tre punti di riferimento: il carisma, la dottrina e l'autorità, cioè, in concreto, i profeti, i dottori e il Vescovo.

“La profezia – ha continuato il Predicatore della Casa Pontificia –, almeno un certo tipo di profezia, fu la prima a soccombere. Fu la prima vittima di uno scontro fra due altri contendenti di ben maggiori proporzioni: tra la dottrina e l'autorità, tra la gnosi e la fede; in definitiva, fra eresie e ortodossia”.

Questa crisi del primitivo profetismo non portò a una sua scomparsa dalla Chiesa ma a una sua “istituzionalizzazione”: “il carisma profetico viene sempre più spesso messo in connessione con l'ufficio, cioé con l'episcopato e con la gerarchia, con la conseguenza di privilegiare la dimensione della conoscenza su quella della prassi e delle edificazione”.

La novità nella concezione della profezia, come dei carismi in genere, si ha però con il Concilio Vaticano II: “con il suo accento sulla Chiesa-popolo di Dio – ha detto Cantalamessa –, il Concilio ha ricreato uno spazio per la dialettica fra istituzione e carisma e ha rimesso in luce il carattere profetico di tutto il popolo cristiano”.

In Presbyterorum ordinis si dice esplicitamente: “Ciascun membro della Chiesa deve rendere testimonianza a Gesù con spirito di profezia” (n. 2).

Lo stesso carisma delle guarigioni, inserito in un cristianesimo primitivo che badava alla “salute del corpo” e alla “salvezza dell'anima” - Gesù, diceva Sant'Ignazio di Antiochia, era visto come un “medico costituito di carne e di spirito” - subì in seguito una evoluzione così da configurarsi progressivamente come “un carisma straordinario, legato alla santità della persona che lo esercita, e cha fa di lui un taumaturgo, un operatore di miracoli”.

Questa evoluzione, ha spiegato, era dovuta principalmente al fatto che “venne a mancare, l'ambiente naturale, nel quale trovavano il loro spazio e si manifestavano, nella Chiesa primitiva, i carismi: quelle assemblee aperte, intrise di forte senso della presenza operante dello Spirito”.

In questo modo, “il carisma delle guarigioni si è 'istituzionalizzato', si è trasformato cioè in istituzioni”.

Quindi, nonostante i “risvegli carismatici”- “l'epoca dei martiri, l'esplosione del monachesimo” - “i carismi, dall'ambito loro proprio della comunità, dell'utilità comune, erano stati progressivamente confinati nell'ambito privato e personale”.

“Non entravano più nella costituzione della Chiesa che si credeva fosse più che sufficientemente garantita dall'esistenza della sacra gerarchia”.

“Nella vita della primitiva comunità cristiana i carismi non erano fatti privati, un sovrappiù o dei 'fenomeni straordinari'”, ma dei “fenomeni ordinari che, unitamente all'autorità apostolica, delineavano la fisionomia della comunità”.

In seguito, invece, “l'equilibrio tra le due istanze – dell'ufficio e del carisma – si rompe a vantaggio dell'ufficio. Il carisma viene ormai conferito con l'ordinazione e vive con esso”.

Un'altra conseguenza è la “clericalizzazione dei carismi”: “legati alla santità personale finiscono per essere associati quasi sempre ai rappresentani abituali di questa santità: pastori, monaci, religiosi”.

In questo senso, il Rinnovamento Carismatico Cattolico ha rappresentato un passaggio fondamentale: “i carismi non sono ritornati soltanto nella teologia, ma anche nella vita e nell'esperienza della Chiesa”, ed ha segnato la ricomparsa dei cosiddetti “carismi pentecostali”, di cui si era persa traccia nella storia della Chiesa.

Ma fatto del tutto particolare, il Rinnovamento Carismatico, rispetto ad altri movimenti profetici sorti nell'arco della storia e caratterizzati da una componente anti-istituzionale, è stato “animato fin dal suo nascere da una forte ricerca di comunione con la gerarchia e il resto della Chiesa e mai ha avuto la tentazione di costituirsi come una 'chiesa nella Chiesa'”.

“Un entusiamo di marca biblica – ha aggiunto –, basato sulla croce, dove 'croce' indica ascesi, umiltà, carità, purezza, in una parola tutto il Vangelo”.

Tuttavia, ha concluso, “il suo apporto più prezioso alla vita della Chiesa non è l'esercizio dei carismi, ma una vita nuova 'nello Spirito'”.