Il caso che riguarda Claudio Sciarpelletti è chiuso

Il Tribunale Vaticano ha diffuso il testo della sentenza in cui spiega la condanna per favoreggiamento del tecnico informatico della Segreteria di Stato

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di A. G.

CITTA' DEL VATICANO, sabato, 1 dicembre 2012 (ZENIT.org) - E’ stata diffusa oggi in Sala Stampa Vaticana la Sentenza dello Stato della Città del Vaticano nel procedimento penale a carico del signor Claudio Sciarpelletti. 

Secondo il Tribunale dello Stato della Città del Vaticano, Claudio Sciarpelletti, il tecnico informatico della Segreteria di Stato, è colpevole di favoreggiamento per “aver aiutato a eludere le investigazioni delle Autorità” in merito al furto e diffusione di documenti riservati operati da Paolo Gabriele già aiutante di camera del Pontefice Benedetto XVI.

Nella ricostruzione dell’intera vicenda la sentenza riporta quanto riferito dal Giudice Istruttore, e cioè che “dopo il sequestro nell’ufficio del Sig. Sciarpelletti, avvenuto il 25 maggio 2012, di una busta contenente alcuni documenti recante sulla parte frontale la scritta "Personale P. Gabriele" e sul retro un timbro della Segreteria di Stato – Ufficio Informazioni e Documentazione” il Sig. Sciarpelletti ha fornito alla Polizia Giudiziaria una versione secondo cui la busta era stata fornita da Paolo Gabriele, che conosceva ma di cui non aveva “una grande amicizia”.

Il giorno successivo l’imputato ha fornito una seconda versione, sostenendo che la busta gli era stata consegnatada Mons. Carlo Maria Polvani affinché la conservasse e la consegnasse a Paolo Gabriele”.

Nell’interrogatorio davanti al Giudice Istruttore, all’udienza del 28 giugno 2012, Sciarpelletti ha ribadito che la busta gli era stata affidata da Mons. Polvani per Paolo Gabriele. Ma all’udienza del 21 luglio 2012, Paolo Gabriele ha dettio chiaramente che era stato lui a a consegnare la documentazione a Sciarpelletti. Da parte sua Mons. Polvani ha escluso categoricamente di essere stato lui l’autore della consegna della documentazione al Sig. Sciarpelletti.

Sulla base delle risultanze istruttorie e dibattimentali, il Tribunale ha ritenuto che la versione più attendibile sia quella in cui “l’autore della consegna sia stato il Sig. Paolo Gabriele”. Il Collegio giudicante ha ritenuto attendibile la testimonianza di Mons. Polvani.

Per quanto riguarda il comportamento dello Sciarpelletti “consistente della chiusura della busta e nell’apposizione del timbro sul lembo di chiusura” il Collegio giudicante presume che ci fosse  il “tentativo di impedire che altre persone potessero prendere visione dei documenti riservati ivi contenuti, dei quali egli era a conoscenza”.

Dalle prove acquisite risulta infatti “la particolare cura che il Sig. Sciarpelletti ha usato nel nascondere la busta, collocata in un cassetto quasi inaccessibile e all’interno di una cartella. Il che avvalora ulteriormente la tesi della sua conoscenza dei documenti e del loro carattere riservato, che lo avrebbe indotto ad adottate simili cautele”. Inoltre il Tribunale ritiene che il  Sig. Paolo Gabriele, intratteneva buoni rapporti copn lo Sciarpelletti.

Sciarpelletti e Gabriele, al di là delle normali occasioni di incontro nei luoghi di lavoro, si frequentavano anche con le rispettive famiglie e anche nella casa in Sabina del Sig. Sciarpelletti, come da quest’ultimo ammesso nel suo interrogatorio del 28 giugno 2012.

Per questi motivi il Tribunale ha ritenuto pienamente confermato l’impianto accusatorio, ed ha ravvisato, nel caso di specie, la ricorrenza degli elementi propri del reato di favoreggiamento, previsto e punito dall’art. 225 c.p.

In conclusione il Tribunale  ha condannato l’imputato alla pena di mesi quattro (4) di reclusione. Considerata però l’assenza di precedenti penali e il buono stato di servizio, ha concesso le attenuanti generiche, ai sensi della legge vaticana 21 giugno 1969 n. L, riducendo la pena a mesi due (2) di reclusione e disponendo che l’esecuzione della pena rimanga sospesa per il termine di cinque anni, alle condizioni di legge.

Il Tribunale ha ritenuto altresì che si debba sospendere la menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziario, fino a che il condannato non commetta altro fatto costituente delitto. In ragione della accertata colpevolezza, l’imputato è condannato al rifacimento delle spese processuali.

Intervistato dai giornalisti padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa Vaticana, ha spiegato che questa parte del processo si è conclusa, che  l’inchiesta rimane aperta per gli altri reati che erano stati contestati, ma che la decisione di come procedere dipenderà dalle intenzioni del Pontefice.