Il "caso serio" dell'omelia (Quarta parte)

La preparazione dell'omelia

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di monsignor Enrico Dal Covolo
Magnifico Rettore della Pontificia Università Lateranense

ROMA, venerdì, 20 luglio 2012 (ZENIT.org).- 

4. La preparazione dell’omelia

Abbiamo alluso così – oltre al metodo dell'omelia – anche al “retroterra spirituale” del predicatore: egli deve essere profondamente nutrito di scienza e di fede, perché non gli capiti di essere – secondo l'ammonimento di sant'Agostino – “vano predicatore della Parola”: un “parolaio”, diremmo noi oggi.

Ma l’esempio dei nostri Padri ci insegna pure che, oltre al “retroterra spirituale” e alla “preparazione remota”, occorre curare anche la “preparazione prossima” dell’omelia.

* E' stato detto – e giustamente – che le omelie migliori sono quelle più a lungo preparate, e molti zelanti pastori concordano nell'affermare che essi cominciano il lunedì a preparare l'omelia della domenica. Ed è normale, se si pensa al metodo proprio dell'omelia, come l'abbiamo illustrato fondandoci sull’esempio dei nostri Padri: se l'omelia deve parlare al cuore dei fedeli, deve partire da un cuore che sia già plasmato – in qualche misura – dalla Parola di Dio; e questo non si raggiunge certo raccogliendo quattro idee, all'ultimo momento, in sagrestia...

* Qualcuno chiede talvolta: conviene leggere, o no? conviene avere davanti un testo scritto, interamente scritto, oppure soltanto uno schema con i passaggi fondamentali, o niente del tutto?

Qui si tocca molto da vicino l'irripetibile personalità di ciascuno, e nella storia dell'omiletica, dai Padri in poi, vediamo esempi molto diversi: predicatori che apparentemente improvvisavano, e che in realtà avevano scritto tutto, e imparato a memoria, ciò che intendevano dire; e predicatori che apparentemente leggevano, e che in realtà dettavano le loro prediche, e spesso poi ne rivedevano il testo dagli appunti dei tachigrafi o dei fedeli, per sistemarlo definitivamente e conservarlo. Sant’Agostino, per esempio, curava personalmente la raccolta delle sue omelie negli archivi di Ippona.

 Mi è capitato di avere tra mano qualche appunto della predicazione di san Carlo Borromeo. San Carlo disegnava le sue omelie come un albero: il tronco era l'idea centrale, che egli intendeva comunicare ai fedeli, i rami erano invece i vari sviluppi del pensiero, a partire da quell'unica idea centrale. Senonaltro, questo ci ricorda che le nostre omelie non devono essere sovraccariche di concetti e di messaggi. Se la gente dalle nostre omelie porterà a casa un'idea centrale, valida e operativa per l'intera settimana, sarà già molto...

Dunque, credo che non ci sia una risposta univoca di fronte alla domanda se l'omelia vada scritta o no, se vada letta o no. Certo, il semplice leggere non aiuta l'attenzione dei fedeli. Tuttavia, almeno per chi comincia a predicare, raccomanderei di stendere per intero il testo dell'omelia, e di tenerlo sott'occhio, in modo da vincere più facilmente il timore degli inizi. Direi invece che tutti i predicatori devono avere ben chiaro, scolpito nel cuore, l'itinerario completo della loro omelia, nei suoi punti fondamentali dell'"andata" e del "ritorno".

Da questo punto di vista i nostri Padri, che avevano studiato l’eloquenza classica, tenevano ben presente la “regola” dell'oratore latino: Rem tene, verba sequentur! In particolare, sono molto importanti per l'incisività della comunicazione l'introduzione e la conclusione: esse devono aiutare l'assemblea a percepire l'omelia quale deve essere, cioè nel contesto vivo della celebrazione liturgica.

* Anche sulla lunghezza dell'omelia non si possono dare delle regole ferree. E' certo che l'omelia ben preparata va all'essenziale, e risulta più concisa. Lo sapeva bene – ancora una volta – sant'Agostino, quando si lamentava perché all'ultimo momento gli cambiavano le letture... Già Origene (che poi però in molti casi contraddiceva ampiamente questa norma) affermava: Brevitatem auditores ecclesiae diligunt. E Pietro Crisologo parla della brevitas amica sermonis.

In realtà nella predicazione patristica abbondano i segnali di stanchezza da parte del pubblico. In ogni caso mi pare che il contesto storico, culturale, ambientale... sia talmente mutato, che sul punto specifico della brevità o della lunghezza dell’omelia non sia molto illuminante il riferimento alla predicazione patristica. Per quanto ci riguarda, ordinariamente alla domenica converrebbe attestarsi intorno ai dieci minuti di omelia, per poterla opportunamente valorizzare senza fretta, attraverso tutti gli altri elementi della celebrazione eucaristica.

(La quinta ed ultima parte verrà pubblicata domani, sabato 21 luglio. La terza puntata è andata in rete giovedì 19 luglio )