Il caso Welby: sentenza Riccio e via giudiziaria all’eutanasia

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ROMA, domenica, 4 novembre 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica l’intervento della dottoressa Claudia Navarini, docente presso la Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.

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Da molti anni il dibattito sull’eutanasia, in Italia come all’estero, si popola di eufemismi volti a stemperarne la crudezza e la cattiva fama. C’è anche chi prova semplicemente a riabilitarla sulla base del significato etimologico – “è la buona morte. Perché averne paura o disgusto?” –, ma per lo più si tende ad utilizzare termini differenti, che suonino innocui, o addirittura encomiabili.

È il caso della sentenza del luglio 2007, diffusa il 17 ottobre, con cui il giudice Zaira Secchi proscioglieva il dottor Mario Riccio, l’anestesista che il 20 dicembre 2006 aveva sedato terminalmente Piergiorgio Welby per poi interrompere la ventilazione meccanica che da anni lo manteneva in vita.

Il caso prima, e la sentenza di recente, hanno fatto a lungo discutere. Pur senza ripercorrere l’intera vicenda, così fortemente maneggiata, reclamizzata, abusata da associazioni e agenzie culturali, forze politiche e talora dai mezzi di informazione, conviene riflettere su alcuni aspetti di questo pronunciamento, che forniscono un interessante quadro del contesto sociale attuale nel nostro Paese.

Intanto, come già osservato, gli eufemismi. In particolare, quello trainante che qualifica l’uccisione consensuale del povero Welby come legittimo rifiuto della terapia. È importante notare che il giudice non definisce quello di Welby un caso di accanimento terapeutico, che andrebbe riservato invece a situazioni completamente diverse, in cui viene effettuata da un medico una valutazione clinica di inutilità o di danno rispetto ad un trattamento sanitario.

Afferma infatti il giudice romano nella sentenza: “l’accanimento terapeutico, come categoria giuridica, assumerebbe una connotazione autonoma rispetto al diritto di autodeterminazione terapeutica, ed un contenuto residuale, nel senso che in esso potrebbe rientrare tutto ciò che è insistenza terapeutica al di fuori del caso di consapevole rifiuto espresso direttamente e nell’immediatezza dal destinatario delle cure […] La categoria concettuale […] potrebbe, infatti, riguardare i casi di terapia esercitata nei confronti di soggetti non più in grado di decidere per sé” (www.lucacoscioni.it/files/sentenza.pdf, pp. 58-59).

In altre parole, l’accanimento terapeutico (erroneamente assimilato alla doverosa insistenza terapeutica, attraverso la quale il medico può perseverare in un tentativo terapeutico anche a fronte di uno scarso successo iniziale, nella ragionevole speranza di sortire effetti positivi) riguarderebbe unicamente il paziente incosciente o incapace, mentre negli altri caso il criterio fondamentale che regolerebbe l’azione del medico dovrebbe essere la volontà insindacabile del paziente.

Continua infatti la sentenza: “solo in questi casi il titolare del bene protetto si troverà nella condizione di non poter esprimere la propria volontà, che, se positiva, avrebbe potuto riconvertire il presunto accanimento in una terapia voluta e che, se negativa, ne avrebbe potuto lamentare la violazione” (p. 59). Che in casi di apparente accanimento terapeutico la volontà attuale del paziente possa avere un ruolo è indiscutibile, soprattutto riguardo al primo caso, cioè a quello di una volontà positiva.

È infatti vero che un trattamento formalmente inutile o gravoso, dunque con oggettivi elementi di sproporzione rispetto alla situazione clinica, che porterebbe unicamente ad un penoso prolungamento dell’agonia, e dunque nell’imminenza della morte, potrebbe rivelarsi giustificato, e pertanto non sproporzionato, a fronte di una chiara volontà del paziente di prolungare per ragionevoli motivi la propria sofferenza. In questo caso, come afferma il giudice Secchi, non si tratterebbe più di accanimento terapeutico.

D’altra parte, è ovvio il dovere del medico di astenersi dall’accanimento terapeutico, e dunque di agire nel bene del paziente, evitando sofferenze inutili pur senza alcuna volontà di sopprimere la vita né di giudicare il valore di tale vita. Con il consenso del malato se può darlo (e dopo averlo informato e correttamente consigliato), senza il suo consenso se non può darlo, il medico ha il dovere di evitare l’accanimento terapeutico, presumendo che il malato abbia ordinariamente il desiderio e il diritto di morire nel modo più sereno possibile, evitando dove possibile agonie inutilmente prolungate e dolorose per cause mediche.

E tuttavia la volontà del paziente non può trasformarsi nel criterio sovrano di intervento o di non intervento medico, quasi che il ruolo del clinico fosse unicamente quello di obbedire pedissequamente agli ordini del paziente, con l’unica scappatoia della possibile obiezione di coscienza in caso di “problemi morali”. La sentenza concede infatti che “non si possa […] del tutto escludere l’ipotesi di una ‘obiezione di coscienza’ da parte del singolo medico, escludendo responsabilità civili o addirittura penali del medico che si sottragga esclusivamente per specifiche ragioni morali” (p. 48).

Insomma, se il dottor Riccio è stato dichiarato non punibile, si riconosce parimenti l’esclusione di responsabilità per i medici che non hanno adempiuto alla volontà del malato. I due comportamenti medici, quello che ha portato alla morte volontariamente e quelli che hanno difeso la vita debole a loro affidata, sarebbero equivalenti.

Una tale prospettiva è compatibile soltanto con un’idea di medico e di medicina profondamente adulterate, che escludono la deontologia professionale, una serie di valori oggettivi nello svolgimento della pratica clinica e finanche la dignità della persona del medico, ridotto inesorabilmente a mero esecutore della volontà del paziente.

Ciò che è veramente in gioco in questa sentenza assolutoria è la legittimazione dell’eutanasia, che si definisce come un atto (generalmente medico) volto ad eliminare la vita di un malato allo scopo di eliminare ogni dolore. E questo è precisamente ciò che è avvenuto nel caso di Welby. Che ha chiesto ripetutamente e ottenuto l’eutanasia, quasi l’unico a chiamarla con questo nome – senza eufemismi propagandistici – e giudicandola una morte “opportuna”.

Lo diceva nella lettera www.lucacoscioni.it/node/7849 al Presidente della Repubblica, con un atto pubblico che, nelle parole stesse della moglie del defunto durante l’audizione giudiziaria, Welby volle come “uomo politico” (p. 23), e non tanto come malato sull’orlo della disperazione. Nella sua militanza radicale si era schierato a favore della “dolce morte” ben prima di subire gli aggravamenti che lo avrebbero portato a divenire testimonial della campagna di riconoscimento legale dell’eutanasia in Italia.

E certamente la sua solitudine umana e morale, un livello di assistenza medica quantomeno discutibile, i cattivi consiglieri, la mancanza di speranza umana e cristiana non furono un aiuto nel ripensare concretamente e criticamente i suoi presupposti ideologici di fronte alla morte reale. La fine programmata di Welby, nelle descrizioni riportate dalla sentenza, suona desolante e incolore, quasi banalizzata: un quiz a premi in televisione prima dell’iniezione di sedativo, la musica di Bob Dylan, un breve commiato dai parenti più stretti, il sonno mortale, il distacco del respiratore, mentre nella più totale incoscienza il respiro si affievoliva lentamente, per quaranta lunghissimi minuti. E intorno, un modesto e attento pubblico: qualche parente, qualche parlamentare.

Da allora, la via giudiziaria alla introduzione dell’eutanasia e di ogni altra negazione dell’indisponibilità della vita umana si è fatta più chiara, e forse più promettente per una classe politica e culturale preoccupata di non suscitare la resistenza del corpo sociale (ed elettorale) a progetti disumanizzanti. Esperienze brucianti quali il referendum sulla legge 40 o il Family Day consigliano “prudenza”, che rischia però di tradursi in ulteriore perdita di rilevanza nelle questioni civili.