Il centenario della morte di E. A. Butti

L'Ibsen italiano spirò il 25 novembre del 1912 a Milano

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ROMA, domenica, 25 novembre 2012 (ZENIT.org) – Chi ricorda ai nostri giorni Enrico Annibale Butti (Milano, 19 febbraio 1868 – 25 novembre 1912) di cui è appena ricorso il centenario della scomparsa? Certo pochissimi. Eppure, ai suoi tempi, Butti era famoso come d’Annunzio, se si pensa che il suo capolavoro, Fiamme nell’ombra (1904) venne messo in scena dalla stessa compagnia Talli-Gramatica-Calabresi che aveva tenuto a battesimo, pochi mesi prima, La figlia di Iorio.

Oggi Butti va ricordato soprattutto per aver portato sui palcoscenici italiani, egemonizzati dal cosiddetto “dramma borghese”, tematiche di tipo morale e religioso. Un unicum assoluto per un teatro che si occupava quasi esclusivamente di problemi relativi a questioni di borsa e (perdonate il termine) di “corna”.

Infatti Butti affrontò con L’utopia (1898) il problema dell’eutanasia e dell’infanticidio in caso di malformazioni del neonato; nella “Trilogia degli Atei” (1900-1901) l’immoralità nella politica (La corsa al piacere), l’educazione agnostica (Lucifero) e la violenza come strumento di lotta politica (Una tempesta); in Fiamme nell’ombra descrisse il dilemma interno di un sacerdote (posto addirittura come protagonista di un dramma!) diviso tra carriera ecclesiastica (aspira a divenire vescovo) e problemi familiari (accoglie in casa una sorella “chiacchierata”).

Il problema dell’educazione ritorna in altre opere (Il frutto amaro, Tutto per nulla), mentre alcuni drammi affrontano temi socio-politici quali il femminismo (La fine di un ideale), il mondo dei radical-chic (Sempre così), la decadenza dell’aristocrazia (Il paese della fortuna), sempre risolti in senso conservatore, nonostante Butti non fosse credente – fatto di cui si doleva esplicitamente in vari scritti personali.

Anche l’ultima sua grande opera, quella a cui teneva di più, il poema drammatico Il castello del sogno, rappresentato postumo, affronta il tema religioso, mettendo in scena un preteso superuomo, il Principe Fantasio, che con vari decenni d’anticipo realizza un proprio, personale supermarket delle religioni, creando nella cappella gentilizia un tempio alla bellezza dove a fianco della statua di Buddha si trova la Divina Commedia ed unico assente è – guarda caso – il Crocifisso.

Una caratteristica che accomuna praticamente tutti i protagonisti delle opere di Butti (discorso estensibile anche a quelle narrative) è l’inesorabile sconfitta a cui vanno incontro. Una sconfitta che si riflette anche nella vita dell’autore, stroncato dalla tisi a meno di quarantacinque anni e presto dimenticato: Butti fu infatti un drammaturgo tanto innovatore nei temi, quanto tradizionale nella forma e nella morale e forse anche per questo fu in breve dimenticato dopo la morte. A ciò va aggiunto l’ingresso sulla scena di un gigante quale Pirandello, che rinnovò il teatro italiano (anche se il finale “aperto” del dramma Il vortice di Butti sembra anticipare certe ambiguità pirandelliane…). A cent’anni dalla scomparsa merita di essere, se non rappresentato, almeno riletto.

Per approfondire questa interessante figura di scrittore consigliamo la lettura di due testi usciti quest’anno: innanzitutto la monografia che allo scrittore milanese ha dedicato Gianandrea de Antonellis, E. A. Butti. L’Ibsen italiano (Esi, Napoli 2012, p. 262, € 27), un’analisi completa delle opere dello scrittore che mette in particolare rilievo gli elementi religiosi presenti nelle sue opere.

Per avere un assaggio delle capacità di Butti, segnaliamo il suo secondo romanzo, L’anima (Keres, Mercogliano (AV) 2012, p. 192, € 13). Si tratta di un sottile romanzo psicologico – con qualche tratto gotico – che analizza i pensieri di uno studente dichiaratamente ateo ed in cerca di avventure di fronte ad un fantasma che gli impedisce la conquista della ragazza che vorrebbe sedurre.

Ma ammettere l’esistenza di un fantasma significa ammettere una vita dopo la morte e, soprattutto, l’esistenza dell’anima, inaccettabile agli occhi di un non credente quale il protagonista si vanta di essere. Di qui il continuo tentativo di dare una spiegazione razionale e scientifica (rectius: razionalista e scientista) a tutti gli avvenimenti apparentemente soprannaturali cui il protagonista assiste.

Due letture che rendono ad Enrico Annibale Butti, nel centenario della morte, un giusto tributo.