"Il cinema italiano non è in crisi ed ha successo quando è ricco di valori"

Secondo il semiologo Armando Fumagalli, il Fiuggi Family Festival sta diventando un vero laboratorio ed una cinghia di trasmissione tra il mondo dello spettacolo e l'associazionismo familiare

Fiuggi, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 339 hits

Le dinamiche dell’industria cinematografica e il rapporto tra cinema e valori sono stati gli argomenti al centro della testimonianza Masterclass di Armando Fumagalli, tenutasi mercoledì scorso alla VII edizione del Fiuggi Family Festival.

51 anni, milanese, Fumagalli è professore ordinario di semiotica all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano ed è tra i fondatori del Fiuggi Family Festival, di cui è presidente del Comitato Scientifico.

A colloquio con ZENIT, il semiologo ha illustrato le differenze tra l’industria cinematografica americana e quella italiana, con uno sguardo alla sfida del mercato delle serie televisive.

Professor Fumagalli, quali sono le caratteristiche dell’industria cinematografica e televisiva americana?

Per quanto riguarda l’America bisogna distinguere tra il cinema hollywoodiano e il mercato delle serie televisive. Il cinema hollywoodiano rimane con l’aspirazione ad essere un cinema per il grande pubblico di tutto il mondo, quindi punta a raggiungere numeri molto alti: per far ciò sa che deve essere in sintonia con i valori condivisi dalla gente di tutto il mondo. È un cinema, dunque, di “valori positivi” e anche sanamente tradizionali. Dal Signore degli Anelli a Harry Potter, fino ai film della Pixar, a L’era glaciale e Shrek sono tutte pellicole molto buone dal punto di vista valoriale.

Il mercato delle serie televisive, invece, per una lunga serie di motivi, ha ormai rinunciato ad un’audience molto vasta, preferendo pubblici di nicchia sia negli Stati Uniti che fuori. Per questo si permettono spesso di essere molto più trasgressivi e culturalmente polarizzati. È anche per questo che in un gran numero di serie televisive americane c’è una forte presenza dell’ideologia di gender. Sono prodotti che, anche se fanno 2 milioni di spettatori in America, economicamente funzionano. Dopodiché questi prodotti vengono venduti a reti tematiche in tutto il mondo. È quindi un modello con il quale si riesce comunque a guadagnare e questo lascia il campo libero a una polarizzazione culturale molto forte che deriva da caratteristiche specifiche dell’élite creativa che c’è in questo momento storico a Hollywood. È tuttavia un fenomeno di questi tempi e non è detto che debba persistere in futuro.

Come si è manifestata la svolta hollywoodiana sul “cinema dei valori”?

È una svolta che si è verificata a partire dal 1993-1994, in particolare con film come Forrest Gump, quando il cinema hollywoodiano ha ripreso a fare prodotti che si appoggiano su valori fortemente condivisi in tutto il mondo e che non hanno particolari controindicazioni (violenza, scene di sesso, ecc.). Quest’ultimo ventennio segue una fase di sbandamento che va dalla metà degli anni ’60 (quindi a ridosso della rivoluzione culturale del ’68) ai primi anni ’90, un’era in cui pure erano stati realizzati dei bei film, ma che dal punto di vista dell’assetto globale dell’industria cinematografica furono difficili. Non a caso le major sono state comprate e vendute: la Universal, ad esempio, fu acquistata dai giapponesi e poi rivenduta. Dagli anni ’90 è stata riscoperta una formula sicura di successi economici, tanto è vero che, da tanti anni, l’industria cinematografica va bene. Ormai le major fanno parte di grandi conglomerati cinematografici e anche laddove uno dei settori di tali conglomerati vada male, tendenzialmente negli ultimi 20 anni, tutte le conglomerate sono economicamente andate bene.

Che dire, invece, del cinema italiano? È davvero in crisi, come si dice da anni?

Non è vero che il cinema italiano sia in crisi, nonostante i registi e i produttori, comprensibilmente, vogliano avere sempre più finanziamenti. Il cinema italiano, però, è un cinema che ha una quota sul mercato nazionale molto più alta di quella di altri paesi vicini a noi come la Spagna o la Germania. Da questo punto di vista siamo inferiori solamente alla Francia che ha una peculiarità culturale molto forte e ha sempre difeso il proprio cinema. Sarebbe bello riuscire ad avere costantemente nuovi grandi successi internazionali come lo furono Nuovo Cinema Paradiso, La vita è bella o Il postino che sono stati i tre più grandi successi degli ultimi 40 anni, ma l’ultimo di questi è ormai di quasi 20 anni fa. Per contro abbiamo avuto anche film italiani che hanno vinto a Cannes o a Venezia ma che non sono stati un grande successo all’estero.

Anche il cinema italiano è sensibile ai valori?

In Italia, come in altri paesi, il cinema è in maggioranza polarizzato su mondi piuttosto lontani, ad esempio, dalla cultura cristiana. Non è un caso, però, che i film che hanno incassato di più negli ultimi anni, sono film che, dal punto di vista valoriale sono molto buoni, come Sole a catinelle, Che bella giornata, Benvenuti al Sud o il Pinocchio di Benigni (anche se molti pensano che quest’ultimo sia stato un flop). Ciò significa che è assai sbagliata l’idea che, per avere grandi incassi al cinema, bisogna fare storie trasgressive, infarcite di sesso o di violenza, amare, ciniche, disilluse, quando sappiamo che, in tutto il mondo, i film che incassano di più sono film che danno speranza e che hanno valori solidi alla loro base.

Il Fiuggi Family Festival, di cui lei è presidente del Comitato Scientifico, è arrivato alla sua settima edizione. Come si sta evolvendo questa realtà?

A mio avviso il Festival sta diventando un vero laboratorio. Non se n’è parlato molto ma in questi anni ha avvicinato al mondo professionale del cinema e della televisione, molti giovani che vengono dal mondo culturale e dell’associazionismo familiare. Non sono tantissimi ma quelli che, attraverso questa iniziativa, hanno iniziato a lavorare in questo settore, cominciano ad essere un numero significativo di persone e io spero che, nel giro di 5-10 anni, possano anche emergere. In più c’è stato anche un avvicinamento di alcuni noti professionisti che, a poco a poco, hanno iniziato a conoscere questo mondo che prima ignoravano. Una delle finalità del Festival, oltre a quella di fare film, di introdurli in Italia e di farli conoscere, è quella di creare una maggiore osmosi tra il mondo dell’entertainment e il mondo di chi frequenta e conosce l’associazionismo familiare: è quello che sta succedendo e ne vedremo i frutti tra pochi anni.