Il compito dei movimenti per la vita in Italia e in Europa

La relazione introduttiva di Carlo Casini all'Assemblea Nazionale del Movimento per la Vita

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ROMA, sabato, 24 marzo 2012 (ZENIT.org).- Riportiamo la relazione introduttiva all’Assemblea Nazionale che il Presidente del Movimento per la Vita, on. Carlo Casini, ha svolto a Terrasini (in provincia di Palermo) il 24 marzo.

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di Carlo Casini

Un giudizio e un invito del card. Bagnasco.

C’è un pensiero su cui vado meditando da molti mesi. Non è un pensiero mio, ma del Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il card. Bagnasco, formulato il 13 maggio dell’anno scorso in apertura dell’assemblea generale dei Vescovi italiani e all’indomani della nostra manifestazione in piazza San Pietro e in piazza Navona nell’anniversario della Legge 194. Ho già commentato questo pensiero nell’editoriale del numero di marzo di “Sì alla vita”, ma voglio che esso introduca e guidi questa mia relazione.

Il card. Bagnasco, verso il termine della sua prolusione, dopo aver auspicato la rapida approvazione della legge di fine vita (“ci si auspica cordialmente che il provvedimento – al di là dei tatticismi che finirebbero per dare una impressione errata di strumentalità – non si imbatta in ulteriori ostacoli affermando piuttosto il consenso più largo del Parlamento”), ha detto: “a proposito della vita da accogliere e da promuovere, desidero ricordare il trentennale impegno del Movimento Per la Vita, che ha avuto una fondamentale funzione nel tenere sveglia la coscienza degli italiani sul fronte della vita concepita eppure esposta alla scelta sempre tragica dell’aborto. Anche il Santo Padre, ieri, dopo il “Regina Coeli” ha fatto menzione di questo impegno. Se nella cultura italiana l’opzione abortiva non è diventata un “normale“ dato di fatto, molto si deve all’iniziativa di questo volontariato e dei media che l’hanno costantemente assecondato. È un impegno che non potrà certo diradarsi proprio ora”.

A parte l’importanza interpretativa che deve essere data all’inserimento di questo brano all’interno di un discorso che affronta i più gravi problemi della Chiesa italiana, mi colpiscono le parole “fondamentale funzione” e “impegno che non potrà diradarsi proprio ora”.

“Fondamentale” significa “essenziale”, “non facilmente sostituibile”. Altre volte il card. Bagnasco aveva denunciato il rischio della assuefazione di fronte all’aborto legale. In questo testo egli individua nel MPV un fondamentale strumento per risvegliare le coscienze e per impedire il degrado della cultura riguardo alla vita nascente. È una testimonianza ben autorevole che fa giustizia di talune insinuazioni su un nostro asserito “peccato originale”, sui nostri presunti “cedimenti”, “compromessi” e “rese” alla cultura abortista dominante. Naturalmente bisogna sempre ricordare che gli strumenti sono strumenti, non devono mai diventare il fine e che perciò si deve avere anche la libertà di abbandonarli quando hanno esaurito la loro funzione e non servono più al raggiungimento del fine. Rifletto anche che, nonostante la nostra giustamente asserita laicità, nell’animo di ciascuno di noi qui presenti e nell’anima di chiunque tra i dirigenti che ci hanno preceduto, torna spesso a confortarci e spronarci la parola di Cristo: “qualunque cosa avete fatto al più piccolo di questi miei fratelli lo avete fatto a me”. Nel nostro movimento vi è una componente non secondaria di spiritualità. E allora dobbiamo rammentare anche che un’opera, nonostante gli errori e la fragilità degli uomini, non incontra ostacoli se Dio la vuole e viceversa non va lontano, nonostante l’intelligenza e la passione degli uomini, se Dio non la guarda con favore.

Ma le parole del card. Bagnasco ci dicono che la nostra funzione è stata ”fondamentale” e che “non deve diradarsi proprio ora”. Bisogna allora capire quali sono gli aspetti per i quali la nostra funzione è giudicata storicamente fondamentale e conseguentemente fare in modo che proprio questi aspetti non si illanguidiscano, ma anzi si rafforzino e si proiettino verso il futuro.

Nell’editoriale del “Sì alla vita” ho creduto di individuare tre ragioni della “fondamentalità” del nostro impegno: la fedeltà alla antropologia cristiana, quale esposta nel magistero della Chiesa; la capacità di essere punto di riferimento unitario per la sensibilità a favore della vita nella società religiosa e civile; la intelligenza operativa nel tradurre il valore della vita in iniziative e proposte concrete.

Gli appuntamenti della nostra storia: le difficoltà della vita non si superano sopprimendo la vita, ma superando insieme le difficoltà.

Ma ora qual’è il nostro compito? Qual è l’appuntamento al quale non dobbiamo mancare?

Ripenso agli altri appuntamenti ai quali abbiamo cercato di farci trovare pronti e che hanno contrassegnato la costruzione della nostra identità.

Il primo appuntamento ci fu dato nel 1975 e la nostra risposta fu il Centro di Aiuto alla Vita. Facemmo subito una riflessione: non era una novità il CAV. Nella cristianità la vita nascente era stata sempre protetta. La novità era la provocazione radicale: l’aborto proposto come aiuto alle donne. Il nostro slogan, subito coniato, fu la risposta. “Le difficoltà della vita non si superano sopprimendo la vita, ma superando insieme le difficoltà”. Bisognava che il CAV parlasse ed esprimesse questo pensiero, per evitare che l’idea dell’aborto come medicina umana, penosa sì, ma rimedio, anzi strumento di liberazione finisse per prevalere nella società. Bisognava impedire l’assuefazione ad un sentimento di falsa compassione verso la donna, così menzognero da far filtrare l’odore di zolfo. Capimmo subito che per parlare il CAV doveva essere visibile e che perciò doveva rendere specifica la generale premura della sensibilità cristiana verso i soggetti poveri e deboli, soli, fragili ed aggrediti. E capimmo ancora che, perché il messaggio del CAV fosse udibile, bisognava che la parola fosse pronunciata ad alta voce. Per questo pensammo al CAV come espressione di una intera comunità che accoglie, non solo religiosa, ma anche civile.

Nelle nostre origini vi è, in primo luogo, l’amore verso il prossimo, il figlio e la madre. Vi è quindi l’azione di solidarietà concreta. Lo decidemmo in uno dei nostri primi convegni nazionali: “prima fare, poi parlare”. È l’esperienza del CAV che ha imposto un nostro specifico stile di mitezza, di rifiuto del giudizio sulle persone, dell’ottimismo, della tensione verso tutto ciò che è positivo (a partire dal contatto con i bambini aiutati a nascere con la gioia delle loro madri). A molti anni di distanza è motivo di conforto verificare che questo tipo di presenza civile ha acquistato un riconoscimento pubblico che apre qualche breccia nel muro che vorrebbe escludere dalla città il tema della vita nascente.

Segue: la ricomposizione dell’area cattolica.

Il secondo appuntamento fu la legge: gli impegni terribili del 1978-80-81. Non mancammo all’appuntamento. Divenimmo punto di riferimento unitario e credibile per la riflessione anticipatrice e per l’efficace capacità di raccogliere e mobilitare tutte le forze associative dell’area cattolica. Il MPV ha mantenuto questa caratteristica fino ad oggi. A differenza di quanto avvenuto in altri Paesi, non vi è stata – fino ad almeno poco tempo fa – frammentazione e concorrenzialità nell’ambito delle risorse umane “per la vita”. Chi in Italia dice “Movimento Per la Vita” sa, con concretezza e precisione, di quale associazione parla. Anche questo ha consentito un rapporto di grande fiducia con il grande baluardo del nostro tempo per il diritto alla vita: la Chiesa cattolica italiana ed universale. Non ho bisogno di insistere su questi aspetti: mi appello a quanto ho già detto tante volte nel modo più documentato possibile nei volumi “Sì alla vita”, “La ricomposizione dell’area cattolica dopo il referendum sull’aborto” e “Giovanni Paolo II al Movimento e al popolo della vita”. La frammentazione dei Movimenti di altri Paesi ha determinato la loro fragilità, ma, fortunatamente, negli anni più recenti sempre cresce il moto di coordinamento a livello nazionale. Sarebbe errato in Italia tornare ad imitare modelli precedenti di altri Stati. Naturalmente la tensione unitiva esige accanto ad una opportuna flessibilità una organizzazione centralizzata democratica ed una linea operativa che identifica il Movimento. Nel tempo questo è andato approfondendosi ed affinandosi. Ne è prova, tra l’altro, il ripetuto impegno statutario che ha trovato la sua conclusione nello statuto approvato dalla assemblea nazionale il 29 aprile 2009.

Segue: difendere la vita è sempre una vittoria.

Il terzo appuntamento è stata la sconfitta. Il rifiuto della proposta di legge popolare del 1977-78, l’approvazione della Legge 194 del 1978, soprattutto il voto popolare nel referendum del 17 maggio 1981, ci hanno abituato ad una lunga battaglia e ad una tenacia senza termini temporali e senza obiettivi di carattere isolato. Dicemmo: “difendere la vita è sempre una vittoria”. Scrivemmo: “il referendum non è che un episodio”. Personalmente avevo vissuto l’esperienza dolorosa della rapida dissoluzione del comitato che nel 1974 aveva guidato il referendum contro il divorzio. Io non ne avevo fatto parte, ma avevo una grande ammirazione per molte personalità che si erano esposte in prima linea a livello nazionale e periferico. Mi parve particolarmente inaccettabile l’emarginazione di cui molti di essi furono vittime nello stesso mondo cattolico. Dopo il referendum sull’aborto del 1981 mi dissi che non sarebbe dovuta accadere la stessa cosa per le migliaia di persone, soprattutto giovani, che si erano impegnati con una eroica generosità in quel difficilissimo confronto. Il Movimento Per la Vita – ci dicemmo – deve continuare ed anzi deve divenire una presenza sempre più visibile. Articolammo questo progetto in un grande convegno fiorentino, che ebbe per titolo: “Vita umana e rinnovamento civile e politico”. Il Movimento c’è ancora. Il proposito è stato mantenuto.

Segue: la centralità politica del diritto alla vita.

Il quarto appuntamento è stato con la politica. Nella vicenda della Legge 194 eravamo rimasti delusi della Democrazia Cristiana. Nonostante le grandi difficoltà del momento (incombeva sempre il pericolo comunista a livello internazionale e all’interno il terrorismo aveva toccato l’acme), ci parve che la DC (e forse anche buona parte del c.d. mondo cattolico) non aveva compreso la “centralità politica del diritto alla vita”. Così ci impegnammo nel tentare di bonificare dall’interno la DC, pur mantenendo rapporti cordiali con tutti i partiti. Quando poi il comunismo reale è crollato e la DC si è dissolta, abbiamo cercato a maggior ragione di provocare una novità anche politica che partisse dal riconoscimento del diritto alla vita per restituire verità a tutte le coordinate della vita associata: la laicità, la solidarietà, la giustizia, la democrazia. Questo problema è più vivo che mai oggi, quando sembra volgere al termine un lungo periodo di transizione ed i cattolici sono invitati ad assumere nuove responsabilità nella politica italiana. Purtroppo lo sguardo continua ad essere distolto dall’uomo che compare nell’esistenza ed è certamente nostro compito costringere allo sguardo anche i politici, perché senza la politica non si fanno le leggi giuste e non si abrogano o non si modificano quelle ingiuste. Inoltre la politica è un mezzo potente di pressione sul modo di pensare della gente. Nell’ultimo numero del nostro mensile potete leggere a riguardo il mio – anzi il nostro – pensiero sulla “centralità politica del diritto alla vita”, attualizzato nella situazione presente.

Segue: l’Evangelium Vitae: con tutto il cuore.

Il quinto appuntamento è stato l’enciclica Evangelium Vitae, che noi abbiamo adottato come nostro manuale teorico e pratico. In essa abbiamo trovato e troviamo schematizzato nel modo più autorevole e completo tutto ciò che noi abbiamo pensato e desiderato, magari senza capacità di esprimerlo. Con tutto il cuore vi abbiamo aderito. L’abbiamo fatta diventare il nostro pane quotidiano, nostra indicazione progettuale, nostro compito. Non siamo riusciti ancora a farla percepire come l’enciclica sociale per eccellenza nel cuore della nostra travagliata modernità. Ma insistiamo tenacemente su questo punto. Nell’ultima mia rilettura di questo documento mi sono particolarmente soffermato sul passaggio in cui Giovanni Paolo II, dopo aver elencato tute le aggressioni contro la vita elencate dal Concilio Vaticano II ed avervi aggiunto le nuove aggressioni, dalle moderne guerre micidiali al commercio delle armi e della droga, afferma di volersi “concentrare su un altro genere di attentati, concernenti la vita nascente e terminale, che presentano caratteri nuovi rispetto al passato per il fatto che tendono a perdere nella coscienza collettiva il carattere di delitto per assumere paradossalmente quello di diritto al punto che se ne pretende un vero e proprio riconoscimento legale da parte dello Stato e la successiva esecuzione mediante l’intervento gratuito degli stessi operatori sanitari” (n. 11). Questo brano dà la risposta a coloro che vorrebbero distaccare i CAV dal MPV. Si può fare la carità – essi dicono – senza tanta burocrazia. Anzi la burocrazia impaccia la carità. In realtà questo è un atteggiamento che riduce lo spazio dell’amore verso il prossimo. Per difendere più largamente la vita bisogna incidere nella cultura e nelle leggi e per fare questo bisogna essere forti e perciò organizzati e l’organizzazione richiede regole e coordinamento. I CAV senza il Movimento non sono una novità all’altezza delle aggressioni attuali contro la vita e il Movimento senza i CAV perde credibilità e la sua incidenza culturale diviene debole. In questi ultimi tempi sono state fatte circolare delle email che chiedono: come mai il MPV nazionale nel suo bilancio destina molto denaro alla struttura e alle attività culturali? La domanda implicita è: perché non vengono distribuite più risorse al servizio concreto alla vita dei CAV? La risposta è: data la natura e lo scopo del nostro impegno anche tutto ciò che spendiamo per la presenza culturale e per l’organizzazione è direttamente servizio di carità concreta alla vita. I CAV non vi sarebbero se non vi fosse il MPV. Molti bambini non sarebbero stati salvati se non ci fossimo stati così come siamo stati. Semmai abbiamo il rammarico di avere ben pochi mezzi per rendere più forte la nostra voce in mezzo al soverchiante rumore dell’abortismo. Aggiungo che la parte gratuita del nostro lavoro è presente ovunque, in periferia e al centro, in chi ha cariche ed in chi non le ha, anche nei pochi che contribuiscono all’organizzazione attraverso contratti di lavoro subordinato, supplisce alle carenze economiche ed è la garanzia della trasparenza del nostro impegno.

Colgo l’occasione per tornare su una recente novità: l’attuazione dei progetti in collaborazione con i ministeri ed i vantaggi che derivano dalla iscrizione della federazione nazionale nell’albo delle associazioni di promozione sociale. È ovvio che i contributi ministeriali suppongono una attività effettivamente realizzata e rigorosamente documentata svolta dalla federazione nazionale come tale. Il vantaggio è certamente la possibilità di attuare programmi che difondono la cultura della vita e irrobustiscono i CAV e MPV locali: si pensi a “Bios e polis”, “Heptavium”, al progetto “Social B”, alla “Responsabilità nell’accoglienza”, al triennale progetto con la Papa Giovanni XXIII e al progetto “Preferire la vita”, che hanno moltiplicato e moltiplicano la nostra presenza sul territorio e aiutano concretamente le nostre realtà locali. Ma ancora più grande è il vantaggio di inserire tracce della cultura della vita nello Stato e di far uscire il nostro Movimento dalla dimensione della privatezza in cui l’abortismo vorrebbe chiuderlo.

Segue: la questione antropologica.

Infine il sesto appuntamento, quello attuale, è la questione antropologica. Tutta la capacità persuasiva del nostro argomentare, il fondo della spinta ideale che l’anima, la ragione essenziale del nostro esistere e di permanere nel tempo come organizzazione sociale, dipende da una sola questione: il concepito è o no “uno di noi”? Il nostro “sì” è l’unica motivazione. Non basterebbero ragioni demografiche, la bellezza della maternità; la visione giusta della sessualità umana a giustificare il nostro esistere. Noi dobbiamo sentirci comparabili ai grandi movimenti di liberazione contro la schiavitù e contro la discriminazione tra bianchi e neri, tra uomini e donne. Voi – ci disse Giovanni Paolo II – siete un vero movimento per la pace. Il nostro obiettivo ineludibile è quello di iscrivere nella cultura, nelle leggi e nei comportamenti della società civile che davvero tutti gli uomini sono uguali dal concepimento alla morte naturale. Dunque che lui, il figlio concepito, è uno di noi, un soggetto, un uomo, una persona. Obiettivo grandioso il cui raggiungimento porterebbe a completamento e perfezione il moto storico sospinto dal riconoscimento della dignità umana. Obiettivo difficile perché nella stessa dimensione cristiana persiste una inaccettabile distinzione tra individuo e persona, per superare la quale l’Evangelium Vitae ha posto la domanda: “come un individuo umano non sarebbe una persona?” (n. 60) e Benedetto XVI ha scritto una precisa affermazione nell’enciclica “Charitas in veritate” ( n. 28).

Uno di noi”: una grande iniziativa europea per la vita.

In questa ottica si colloca l’iniziativa dei cittadini europei che non illustro nei dettagli perché ne trovate nella vostra cartella la dettagliata descrizione. Se io non sogno si tratta della più grande iniziativa tra tutte quelle effettuate dal MPV, perché coinvolgerà tutte le 27 nazioni dell’Unione Europea e richiede pertanto una organizzazione particolarmente gravosa. Ma è anche la più promettente perché andiamo a colpire proprio il cuore dell’abortismo che si è strutturato nelle istituzioni europee, in particolare nel Parlamento Europeo, da dove continuamente – come nell’ultima seduta plenaria del 14 marzo – partono messaggi “conturbanti e sovversivi” in favore della “cultura della morte”. Nel documento che vi è stato distribuito, intitolato “uno di noi” – lo stesso titolo che abbiamo dato all’iniziativa dei cittadini europei – trovate una più dettagliata indicazione dei fini che perseguiamo, alcuni dei quali possono essere sicuramente raggiunti se il nostro impegno sarà adeguato al compito che ci assumiamo. Il prossimo giovedì 29 marzo a Bruxelles sarà formalmente costituito il comitato organizzatore, al termine di una “settimana per la vita” organizzata da alcuni parlamentari europei e all’interno di un convegno di tutti i responsabili dei Movimenti europei. Parteciperà una delegazione del nostro Movimento. Alla mezzanotte del 31 marzo scatterà la possibilità di chiedere la registrazione della domanda proposta alla Commissione Europea. Sebbene sia noto che molte altre iniziative di vario contenuto siano in corso di preparazione, cercheremo di non essere secondi a nessuno. È probabile che entro la fine di maggio potremo sapere se il nostro quesito è stato ammesso. Così nella manifestazione del 20 maggio, nell’aula Paolo VI, potremo dare annuncio e avvio di questa grande iniziativa che risponde all’appello di Karol il Grande “l’Europa di domani è nelle vostre mani, siate degni di questo compito. Voi lavorate per restituire all’Europa la sua vera dignità: quella di essere luogo dove la persona, ogni persona, è accolta nella sua incomparabile dignità”.

L’iniziativa europea per la vita era stata annunciata da tempo, ma è entrata in una fase di attuazione il 10 dicembre dell’anno scorso, quando, in occasione dell’assegnazione del “premio europeo per la vita Madre Teresa di Calcutta” alla memoria di Chiara Lubich in Campidoglio, 31 rappresentanti di 16 nazioni europee hanno firmato l’atto costitutivo d’un comitato preparatorio di una iniziativa di cittadini ai sensi dell’art.11 del Trattato di Lisbona”.

L’evento del 20 maggio 2012.

L’evento del 20 maggio era stato annunciato ancora prima, il 22 maggio dell’anno scorso, al termine della “tre giorni” (incontro con i governatori regionali, incontro con i giornalisti, marcia delle carrozzine vuote) in piazza Navona a Roma. Tutti gli anni, a partire dal 1979, abbiamo espresso la nostra non rassegnazione di fronte alla Legge 194: in vario modo, a volte con manifestazioni francamente imponenti, come quella del 17 maggio 1986 a Firenze con Madre Teresa e Chiara Lubich, il cui titolo “Europa, prima di tutto la vita” il cui titolo richiama quello dell’evento in programmazione per il 20 maggio prossimo. Abbiamo sempre cercato di dare a questi gesti il senso non tanto di una protesta e di un dolore ripiegato sul passato, ma, piuttosto, di una occasione per smascherare le menzogne presenti nella iniqua legge e nella sua rappresentazione mediatica nonché di una fiduciosa proiezione verso il futuro del nostro lavoro volto a costruire una cultura della vita.

Quest’anno – il 2012 – il senso della rituale manifestazione di maggio incrocia l’iniziativa europea. Poiché la Commissione di Bruxelles ha tempo due mesi per registrare il quesito, è immaginabile che proprio verso la fine del mese di maggio possa essere annunciato l’inizio della raccolta delle adesioni. Vi è poi la coincidenza del significato della iniziativa europea con quella del concorso europeo, che si è sviluppato per un quarto di secolo, a partire da quel primo titolo: “Europa, prima di tutto la vita”. Chi dice che il MPV non è capace di coinvolgere i giovani dovrebbe riflettere, tra l’altro, che il concorso europeo ha visto, nel corso dei 25 anni, la partecipazione di oltre 1.000.000 di giovani, tra i quali oltre 7.000 hanno vinto il premio consistente nella possibilità di gridare all’Europa, in Europa, a Strasburgo, nel cuore delle istituzioni europee, con parole diverse, ma, costantemente, un unico appello “prima di tutto la vita”. Ma il loro messaggio ha avuto inevitabilmente un suono debole. Ora l’iniziativa cittadina è lo strumento giusto perché le parole sussurrate diventino una gran voce. Mi pare particolarmente significativo che il 20 maggio, nell’anno in cui la giornata per la vita di febbraio ha sottolineato l’urgenza di una educazione giovanile, siano proprio i giovani del concorso europeo a dare il primo calcio al pallone della partita europea che comincerà a giocarsi sulla vita. Per questo speriamo, con la collaborazione di tutti i centri e movimenti locali, di poter avere la partecipazione del maggior numero possibile di coloro che, dall’87 ad oggi, hanno vinto il concorso europeo e di poter effettuare una proclamazione unitaria dei vincitori del concorso 2011-2012, che – per l’appunto – ha proposto una meditazione sul pensiero di Giovanni Paolo II: “l’Europa di domani è nelle vostre mani”.

L’iniziativa cittadina per avere successo deve essere caratterizzata dall’unità. I movimenti per la vita devono sentirsi soltanto la scintilla che innesca un grande fuoco, il motorino di avviamento di una grande macchina. È tutto il popolo della vita che deve alzarsi in piedi. Perciò anche l’evento del 20 maggio deve essere pensato sotto il segno dell’unità. Non solo la nostra, che esige una generosa ed ampia partecipazione da tutta Italia dei nostri volontari, ma anche di quelle variegate associazioni e molteplici movimenti che costituiscono la ricchezza del popolo della vita. Se l’obiettivo è riconoscere “uno di noi”, il metodo che dovrà essere visibile è ”insieme per la vita”. Dispiace che le persone e gli ambienti che negli ultimi anni hanno diffuso pubbliche ingiuste critiche contro il nostro Movimento dichiarandolo persino gravato da un “peccato originale” che, cedimento dopo cedimento, compromesso dopo compromesso, avrebbe portato all’inerzia, all’assenza ed alla omologazione alla cultura dominante, abbiano promosso a Roma per il 13 maggio una marcia, qualificata la seconda marcia nazionale per la vita (sic!). L’intento di contrastare o quanto meno oscurare il MPV è evidente. Noi non diremo certamente che una iniziativa che proclama il valore della vita sia un fatto negativo. Diciamo soltanto che in una visione strategica che voglia davvero cambiare la cultura dominante la manifestazione del 20 maggio è più importante. Noi non invitiamo a non partecipare alla marcia. Diciamo soltanto a chi vi andrà il 13, “vieni anche il 20”. Noi conosciamo i vantaggi e rischi delle “marce”. Ne abbiamo organizzate centinaia ed abbiamo partecipato a molte di quelle che si svolgono da qualche anno in Europa. Sono utili perché entusiasmano i partecipanti ma per lo più lasciano il tempo che trovano. Dipende dall’ambiente, dai luoghi, dalle condizioni, dalle circostanze, da ciò che specificamente chiedono.

Nell’enciclica Evangelium Vitae Giovanni Paolo II chiede (n. 99) una mobilitazione generale in vista di una nuova cultura della vita ed indica tra gli aspetti della novità la capacità di suscitare un serio e coraggioso confronto culturale con tutti. Il confronto è uno degli aspetti dell’impegno per la vita. Dobbiamo chiederci, perciò, quali sono le parole ed i gesti che più efficacemente instaurano con tutti un dialogo “serio e coraggioso”. Ci possono essere errori di linguaggio e di metodo che la cultura della morte, dominatrice dei media, è abilissima a sfruttare contro di noi. Nelle parole dette dal card. Bagnasco riguardo al MPV vi è l’argomento per sostenere che una sincera ricerca dell’unità avrebbe dovuto preliminarmente avviare l’iniziativa nell’accordo con il MPV. Diversamente la marcia esprime il rifiuto del ruolo che il MPV ha svolto nella società italiana e di ciò che, in definitiva, esprime la nostra identità. Auguriamo successo all’iniziativa del 13 maggio, ma essa non può farci rinunciare all’incontro del 20 maggio, né può impedirci di segnalarne la straordinaria importanza.

La legge di fine vita.

Nella mia relazione all’assemblea dell’anno scorso avevo già delineato l’identità del Movimento e voi approvaste all’unanimità quel mio documento. Oggi ve ne chiedo conferma. Il direttivo ha attuato quanto deciso dall’assemblea 2011 anche con apposite mozioni sulla legge di fine vita e sui rapporti tra il MPV e Verità e Vita. Per quanto riguarda la legge di fine vita le speranze aperte dall’annuncio della agenda bioetica da parte del ministro Sacconi sono state frustrate dalla tempesta che ha investito il governo Berlusconi e successivamente dalla neutralità del governo Monti su questioni che non siano quelle economiche. Tuttavia restiamo convinti, con il card. Bagnasco, che sarebbe quanto mai opportuno giungere alla approvazione della legge sulle DAT, ormai tecnicamente a due passi dal voto finale al Senato, che giudichiamo positivamente perché bloccherebbe le crescenti istanze eutanasiche ben presenti anche nel concetto di “testamento biologico”. Siamo convinti che se la legge sulle DAT non sarà approvata così com’è in questa legislatura, nella prossima l’eutanasia entrerà di prepotenza nel nostro ordinamento giuridico. Perciò la nostra giunta esecutiva ha incontrato il presidente Schifani e sarà bene che il nuovo direttivo effettui i contatti già programmati con i capogruppo del Senato e gli stessi segretari nazionali dei partiti.

Consultori e obiezione di coscienza.

Abbiamo da sempre contatti con i parlamentari che ora hanno costituito un gruppo trasversale pro-life, li abbiamo ringraziati e dovranno essere coltivati i rapporti perché le nostre proposte sulla capacità giuridica del concepito e sulla riforma dei consultori non vogliono essere parole di declamazione propagandistica, ma linee concrete che devono essere discusse e approvate.

A proposito dei consultori ricordo che il MPV si è costituito davanti al TAR della Puglia per difendere la presenza dei medici obiettori nei consultori e dinanzi al TAR del Piemonte per difendere il provvedimento della Regione presieduta dal governatore Cota, che introduce, a date condizioni, i Centri di Aiuto alla Vita nel percorso di prevenzione postconcezionale dell’aborto. In entrambi i casi abbiamo ottenuto un successo.

Identità, ordine, chiarezza, fraternità per evitare la “dispersione”.

Per quanto riguarda l’attuazione della decisione adottata dall’assemblea 2011 che ha stabilito l’incompatibilità tra l’appartenenza a Verità e Vita e le cariche direttive nel MPV abbiamo cercato di unire il sentimento di fraternità con tutti alla necessità di chiarezza ed al dovere di rispettare le decisioni prese, anche se questo ha causato fatica, sofferenza e qualche ingiusta aggressione nei nostri confronti. Nel Piemonte si è costituita una nuova federazione con 40 centri e movimenti che, inevitabilmente, è riconosciuta come l’unica federazione coordinata con la federazione nazionale avente il diritto di qualificarsi come espressione del MPV e di usarne il nome ed i simboli. Ai CAV e MPV piemontesi tuttora aderenti al Movimento nazionale che non hanno ancora formalizzato la loro adesione a questa nuova federazione nazionale debbo ricordare che lo statuto nazionale stabilisce il loro obbligo di aderire anche alla federazione regionale. I 10 CAV locali già federati la decadenza è stata confermata dai provibiri abbiano già scritto ed ora ripeto che le nostre braccia restano aperte. Resteremo amici anche se essi non si riconoscono più nel MPV o preferiscono far parte di una organizzazione separata e diversa dal MPV, ma vorremmo che essi non dimenticassero la nostra storia comune e accettassero almeno un dialogo chiarificatore.

In ogni caso la grandezza del compito che sta di fronte a noi: sospingere verso il compimento e la perfezione il moto storico della uguale dignità umana raggiungendo il riconoscimento del diritto alla vita del concepito esige, come dice il card. Bagnasco, che “non ci diradiamo”. Questo invito riguarda la nostra consistenza numerica ma, prima ancora, la nostra identità, quella stessa per cui è riconosciuta la nostra funzione come “fondamentale”.

Ciò comporta l’ordine e la serietà della nostra struttura. Abbiamo già realizzato qualche passo in avanti, ma il prossimo direttivo, a mio giudizio, dovrà usare il massimo impegno in questa direzione. I CAV e i MPV locali dovranno essere più estesi nel numero dei soci, per essere veramente il segno di una intera comunità che accoglie. Una documentabile guida collegiale anche a livello periferico dovrà essere reale in ogni CAV-MPV. Lo statuto nazionale dovrà essere rispettato anche per quanto riguarda le periodiche informazioni da trasmettere alla segreteria nazionale.

È inammissibile che ancora oggi gran parte dei soci, anche se appartenenti a direttivi locali, non siano abbonati al “Sì alla vita”.

I servizi “Progetto Gemma” e “SOS vita” dovranno essere ulteriormente potenziati.

Particolare attenzione andrà rivolta ai giovani nell’ottica di preparare un ricambio di quadri che garantisca la continuità del Movimento.

La linea strategica e lo stile generale dell’azione del Movimento già l’anno scorso è stato oggetto di ampia discussione e approvato. Vi chiedo che con l’approvazione di questa relazione sia ribadito il consenso di questa linea: è un modo particolarmente importante per evitare la “dispersione”.

Prima della presentazione del bilancio economico, nella relazione introduttiva dell’assemblea tradizionalmente si ricordano e si valutano le attività compiute. Abbiamo lavorato senza posa anche nell’ultimo anno. Nonostante le molte energie che abbiamo dovuto consumare per difendere l’identità e l’unità abbiamo realizzato al meglio tutte le iniziative programmate: dai seminari estivi e invernali dei giovani alla conclusione del concorso europeo 2011-2012; dal convegno nazionale CAV di novembre al premio Madre Teresa di Calcutta a dicembre, nella ricorrenza della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo; dalla partecipazione con stand ed interventi ai più importanti eventi culturali nazionali (meeting di Rimini, fiera del libro di Torino, convegno eucaristico di Ancona, convocazione del Rinnovamento dello Spirito Santo di Rimini; job orienta di Verona; Fiuggi Family Festival) alla giornata per la vita con la sua miriade di presenze locali; dalla partecipazione in battello sul Tevere alla festa per la beatificazione di Karol Woytjla, al seminario per adulti a Dobbiaco; dalla pubblicazione e presentazione di libri (in particolare “Sì alla vita”, “Giovanni Paolo II al Movimento ed al popolo della vita”, “Non storie ma storie vere”), alla incessante sempre rinnovata diffusione dei manifesti, video, volantini del Centro di documentazione e all’allestimento e all’aggiornamento di siti internet e all’ingresso nei social network (facebook e twitter); dall’incessante e puntuale centro di collegamento di Padova, con la sua preziosissima pubblicazione dei dati; alla controinformazione in merito alla Legge 194 e alla Legge 40; dalla partecipazione alle marce organizzate in altri Paesi (in particolare in Francia); alle missioni all’estero in Ucraina, Albania e Cuba; dalla difesa degli obiettori con numerosi pareri individuali e con la costituzione in alcuni processi come sopra ricordato, al ricorso presso il TAR del Lazio per l’annullamento della ammissione in Italia della pillola dei 5 giorni dopo, agli interventi dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo e a quelli dinanzi alla Corte costituzionale italiana per difendere il diritto alla vita e la famiglia. E non posso dare un nome ai mille e mille interventi che hanno salvato altrettanti bambini, all’incoraggiamento ed al conforto di tante mamme, ai tanti convegni, scuole, seminari realizzati molecolarmente in ogni dove. Non elenco gli impegni che abbiamo nell’immediato futuro, oltre a quelli che ho già indicato. Mi riservo, se sarà possibile, di precisarli nella replica dopo le vostre osservazioni e i vostri suggerimenti. Del resto i responsabili uscenti dei vari uffici e servizi integreranno questa mia relazione. Inoltre sarà il prossimo direttivo che si occuperà dei programmi. Ma nell’immediato vi è proprio da procedere all’elezione di 24 membri del nuovo direttivo. L’assemblea saprà sostenere le persone più adatte a sostenere il compito che ci sta di fronte.

Sì, il MPV c’è eccome! È presente in ogni appuntamento.

Siamo consapevoli di essere pochi, deboli, inadeguati. Sappiamo di dover fare molto di più. Conosciamo i nostri limiti e dobbiamo ricordare sempre che per essere credibili dobbiamo essere umili, evitare invidie, concorrenze, far prevalere il perdono e l’amore dentro e fuori di noi, perché non siamo un movimento qualsiasi, ma un movimento, laico quanto si vuole, ma che difende sempre il più piccolo ed il più debole, cioè, ultimamente, Gesù stesso. Poca cosa siamo, ma ci è di conforto proprio la parola del Cristo che ringrazia il Padre per aver rivelato il suo mistero ai piccoli e non ai sapienti ed ai forti. Ci esalta il fatto che la nostra storia è stata accompagnata dall’amicizia di autentici santi come il Beato Giovanni Paolo II, la Beata Madre Teresa di Calcutta ed altri che - lo speriamo - presto saranno elevati all’onore degli altari: Chiara Lubich, don Giussani, don Zeno Saltini, Giorgio La Pira. Sento talora serpeggiare tra di noi parole di scoraggiamento. Giovanni Paolo II ci direbbe: “non abbiate paura!”. Io dico sappiate unire l’ottimismo, la fiducia, la gioia alla consapevolezza di ciò che non siamo stati capaci di fare, dagli errori che non abbiamo commesso. Ma sappiamo anche vedere il bene che abbiamo fatto. E come alle mamme che si rivolgono ai nostri Centri diciamo: “insieme ce la faremo”, così guardando alla vastità del compito che ci attende ed alla nostra debolezza diciamoci ora “insieme ce la faremo!”.