Il Concilio di Trento e l'istituzione dei seminari (Seconda Parte)

Il 15 luglio 1563, i vescovi riuniti a Trento approvarono all'unanimità il decreto "Cum adolescentium aetas" che raccomandava l'erezione del seminario in ogni diocesi

Catanzaro, (Zenit.org) Mons. Vincenzo Bertolone | 604 hits

Il decreto tridentino sui seminari, Cum adolescentium aetas, fu discusso e approvato all’unanimità dai vescovi nella XXIII sessione (15 luglio 1563: canone 18 del decreto di riforma) [4]. La decisione di imporre alle diocesi l’apertura del seminario – chiamato a configurarsi come una sorta di perenne vivaio vocazionale [5] – era sostenuta, come manifesta la premessa del testo, da motivazioni di carattere teologico e pedagogico insieme. Risultava chiaro ai padri come l’adolescenza, fase esistenziale particolarmente delicata, allora come oggi, si presentasse come il momento opportuno per avviare allo stato clericale i candidati, «prima che le cattive abitudini si impadroniscano completamente dell’uomo» [6] e la capacità di perseverare nella disciplina ecclesiastica ne risultasse compromessa.

Il Concilio stabilisce così che nei seminari siano ammessi «i ragazzi di almeno dodici anni, nati da legittimo matrimonio, sufficientemente capaci di leggere e di scrivere e la cui indole e volontà faccia sperare della loro perpetua fedeltà ai ministeri ecclesiastici. Il concilio vuole che si scelgano soprattutto i figli dei poveri, senza però escludere i figli dei ricchi, purché si mantengano da sé e dimostrino impegno nel servizio di Dio e della chiesa» [7].

Dopo i criteri di ammissione, molto interessanti dal punto di vista pedagogico, il decreto tratteggia i dati essenziali di un programma formativo che abbraccia i vari ambiti del ministero ecclesiastico (disciplinare, culturale, liturgico, spirituale, morale e pastorale), lasciando comunque ai vescovi ampio spazio d’integrazione e d’intervento locale: «Perché possano essere più facilmente educati alla disciplina ecclesiastica, [i fanciulli] prenderanno subito la tonsura e indosseranno sempre l’abito ecclesiastico; studieranno la grammatica, il canto, il computo delle feste mobili sul calendario ecclesiastico e le altre materie utili; attenderanno allo studio della sacra scrittura, dei libri ecclesiastici, delle omelie dei santi, di tutto quello che attiene all’amministrazione dei sacramenti, specie all’ascolto delle confessioni, nonché i riti liturgici e il cerimoniale. Il vescovo curerà che assistano ogni giorno al sacrificio della messa, che si confessino almeno ogni mese, e ricevano il corpo del nostro Signore Gesù Cristo quando il confessore lo giudicherà opportuno, e che nei giorni festivi prestino il loro servizio in cattedrale e nelle altre chiese del luogo. Tutte queste cose, insieme ad altre opportune e necessarie  a questo scopo, i singoli vescovi le stabiliranno assistiti dal consiglio di due canonici tra i più anziani e i più seri, che essi sceglieranno, secondo l’ispirazione dello Spirito santo, e provvederanno con visite frequenti a farle sempre osservare. Essi puniranno severamente gli indisciplinati e gli incorreggibili e quelli che danno cattivo esempio, arrivando, se necessario, ad espellerli; eliminando ogni ostacolo, cureranno con zelo tutto  ciò che sembri adatto a conservare e far fiorire una istituzione così pia e così santa» [8].

Queste disposizioni organizzative e disciplinari occupano all’incirca la metà del testo. Nel prosieguo si tratta quasi interamente del reperimento dei fondi necessari al mantenimento del seminario, attraverso la tassazione dei vari benefici ecclesiastici. Può stupire una simile preponderanza della questione economica nel decreto e ci si potrebbe chiedere come mai i padri conciliari abbiano insistito tanto sull’aspetto materiale e non piuttosto sulla spiritualità e sulla formazione, cioè le vere emergenze. La storia dei seminari postridentini rende ampiamente ragione di una simile scelta. Se è vero che il Concilio aveva prescritto categoricamente l’erezione dei seminari, ciò non vuol dire che l’esecuzione del decreto potesse essere uniforme nei tempi, nei luoghi e nei modi. In molte diocesi l’istituzione seminario decollerà soltanto dopo decenni di tentativi più o meno fallimentari e, da qualche parte, addirittura a ben più di un secolo di distanza dalla chiusura del concilio. Una delle più frequenti cause – se non la principale – di tale ritardo fu proprio la penuria di mezzi economici, e perciò l’impossibilità per le diocesi di sovvenire alle necessità del seminario. I padri tridentini avevano dunque ragionato in maniera molto concreta, realistica e lungimirante, cercando di creare le premesse materiali perché l’importante missione spirituale dei seminari potesse essere proficuamente adempiuta, lasciando invece alla saggezza dei vescovi diocesani e alla loro conoscenza del particolare contesto il compito di articolare in maniera più specifica l’iterformativo dei loro seminaristi.

Istituendo i seminari, il Concilio di Trento ha consegnato alla Chiesa un’importante eredità, su cui non a caso insisteranno tutte le successive Relationes ad limina postridentine, e che sarà ribadita prima e dopo i due concili contemporanei. Il seminario, insomma, non è un relitto del passato. Lo stesso Concilio Vaticano II ne ha ribadito la necessità [9], quale luogo in cui «tutta l’educazione degli alunni deve tendere  allo scopo di formare  veri pastori d’anime, sull’esempio di nostro Signore Gesù Cristo maestro, sacerdote e pastore» [10].

A 450 anni di distanza, il seminario  appare ancora uno strumento indispensabile per la cura e la promozione delle vocazioni al sacerdozio. Molte cose, è ovvio, sono cambiate da allora, sia nella società che nella famiglia e nella Chiesa. La Chiesa, in particolare, ha percorso un lungo cammino, nel corso del quale si è trovata a dover aggiornare più volte, nella fedeltà al cuore di Cristo, i modelli di formazione al presbiterato alle esigenze dei contesti in continua evoluzione. Un simile cammino dovrà costantemente essere percorso. Ciò vale particolarmente per il nostro tempo, segnato dalla grande rapidità dei mutamenti culturali, sociali e antropologici, che ridisegnano, se non proprio rivoluzionano, le concezioni dell’identità sessuata, della dimensione erotico-affettiva, della forma di famiglia tradizionale fondata sul matrimonio eterosessuale. Se è vero, quindi, che il seminario in quanto tale resta una struttura e una risorsa essenziale per la vita della Chiesa, è altrettanto vero che la riflessione sui vecchi e nuovi problemi della formazione sacerdotale – in particolare: la disciplina interna e le forme d’interazione tra Seminario e vita diocesana e cittadina – è e continuerà ad essere necessaria e urgente, nella consapevolezza che la vera riforma della Chiesa deve partire sempre dal suo interno: dai presbiteri  e dai consacrati, quindi anche di coloro che nei Seminari si preparano ad esserlo “all’altezza dei tempi”.

Ecco, allora, il perché del «fare memoria», che non è una manifestazione di nostalgica laustemporis, bensì celebrazione per attualizzare il passato; per salvarlo dall’oblio se ne attualizzano i significati per l’oggi, ricontestualizzandone la verità più profonda e permanente. Come scriveva proprio Hubert Jedin esattamente mezzo secolo fa,

«il Seminario tridentino è stato una creazione nuova, non ben precisata sotto ogni riguardo, circa la quale non si potevano avere ancora esperienze. Bisogna dunque tanto più apprezzare la lungimiranza ed il coraggio dei Padri Conciliari, i quali indicarono la nuova via della formazione ecclesiastica. Il Decreto della Sessione XXIII sta all’inizio di un lungo cammino, che doveva essere ancora percorso dagli Istituti da esso creati. Esso non voleva dar luogo ad una pietrificazione. Il Seminario doveva – e deve anche nei nostri giorni – adattarsi alle esigenze concrete dei tempi, perché solo così può mantenere e tramandare lo spirito nel quale è stato creato dai Padri del Concilio di Trento» [11].  

[La prima parte è stata pubblicata ieri, 14 luglio 2013]

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NOTE

[4] Sul testo del decreto e le relative fonti, cf J. O’ Donohoe, «The seminary legislation of the Council of Trent», in Il Concilio di Trento e la Riforma tridentina, I, Herder, Roma – Friburgo – Basilea – Barcellona – Vienna 1963, 157-172.

[5] «Hoc collegium Dei ministrorum perpetuum seminarium sit» (Concilio di Trento, Decreto di riforma, Sessione XXIII, Canone 18, in G. Alberigo – Al. (edd.), Conciliorum Oecumenicorum Decreta (COD), EDB, Bologna 20022, 751.)

[6] Ivi, 750.

[7] Ibidem.

[8] Ivi, 751.

[9] «Seminaria maiora ad sacerdotalem conformationem necessaria sunt» (Concilio Vaticano II, Decreto sulla formazione sacerdotale Optatam totius, 28 ottobre 1965, 4, in COD, 950).

[10] Ibidem.

[11] H. Jedin, «L’importanza del decreto tridentino...», cit., 412.