Il Concilio Vaticano II è stato davvero profetico (Prima parte)

Intervista esclusiva con il cardinale Piacenza, prefetto della Congregazione per il Clero

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di Antonio Gaspari

CITTA’ DEL VATICANO, lunedì, 10 settembre 2012 (ZENIT.org) - Pubblichiamo di seguito la prima parte dell'intervista esclusiva concessa a ZENIT dal cardinale Mauro Piacenza, prefetto della Congregazione per il Clero, in vista del 50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II. La seconda ed ultima parte verrà pubblicata domani, martedì 11 settembre.

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Eminenza, ZENIT intende, con questa intervista, inaugurare una serie di contributi per l’Anno della Fede, focalizzando l’attenzione sul Concilio Vaticano II, nella ricorrenza del suo 50mo. Come mai tanto dibattito su questo evento ecclesiale?

Card. Mauro Piacenza: Il dibattito è sempre positivo, perché indice di vitalità e di volontà di approfondimento; se, poi, ciò su cui si dibatte non è esclusivamente umano, ma è, come un Concilio Ecumenico, un avvenimento sia umano, sia soprannaturale, perché lo stesso Spirito Santo guida la Chiesa alla progressiva, piena comprensione dell’unica Verità rivelata, allora non stupisce affatto che la comprensione dei dettami conciliari domandi decenni di confronto – e talora perfino di dibattito – sempre nel solco dell’ascolto di ciò che lo Spirito Santo ha voluto dire alla Chiesa in quella straordinaria Assise.

Quale dovrebbe essere il giusto atteggiamento nei confronti del Concilio?

Card. Mauro Piacenza: Quello dell’ascolto! Il Concilio Ecumenico Vaticano II è stato, di fatto, il primo Concilio “mediatico”, le cui fisiologiche dinamiche di confronto ed i cui testi sono stati immediatamente divulgati dai mezzi di comunicazione, non sempre cogliendone la reale portata e, non di rado, orientandone la comprensione in modo mondanizzante. Ritengo particolarmente interessante – e forse perfino necessario – tornare o, meglio, andare verso l’attento ascolto di ciò che, realmente, lo Spirito Santo ha voluto dire all’intera Chiesa attraverso i Padri conciliari. Tale dinamica di approfondimento, tale “giusto atteggiamento” si realizza attraverso la lettura diretta dei testi, dalla quale si può evincere l’autentico spirito del Concilio, la loro esatta collocazione all’interno dell’intera storia ecclesiale e la genesi redazionale.

Talora alcune scelte, anche del Magistero, paiono andare “contro” il Concilio. È possibile?

Card. Mauro Piacenza: Basta considerare i pronunciamenti del Magistero autentico postconciliare a livello universale per constatare che ciò non è avvenuto. Ben altra cosa è, invece, favorire la corretta ricezione delle decisioni conciliari, chiarire il significato di determinate affermazioni, talvolta doverosamente correggere interpretazioni unilaterali, o perfino errate, artificialmente indotte da chi legge gli eventi pneumatici ecclesiali, con lenti esclusivamente umane e storicistiche. Il servizio ecclesiale del Magistero, che affonda le proprie radici nell’esplicita Volontà divina, prepara i Concili Ecumenici, si attua in essi nella sua massima espressione e, negli interventi successivi, ad essi obbedisce, favorendone la corretta ricezione.

Che cos’è davvero “l’ermeneutica della continuità” della quale spesso parla il Santo Padre?

Card. Mauro Piacenza: è, secondo quanto esplicitamente indicato dallo stesso Pontefice, l’unico corretto modo di leggere e di interpretare ogni Concilio Ecumenico e, pertanto, anche il Concilio Vaticano II. La continuità dell’unico Corpo ecclesiale, prima di essere un criterio ermeneutico, cioè di interpretazione dei testi, è una realtà teologica, che affonda le proprie radici nello stesso atto di fede, che ci fa professare: «Credo la Chiesa Una». Per tale ragione, non è pensabile alcuna dicotomia tra pre e post Concilio Vaticano II, e sono certamente da rifiutare sia la posizione di chi vede nel Concilio Ecumenico Vaticano II un “nuovo inizio” della Chiesa, sia quella di chi vede la “vera Chiesa” solo prima di questo storico Concilio. Nessuno può arbitrariamente decidere se e quando inizi la “vera Chiesa”. Sgorgata dal costato di Cristo e corroborata dall’effusione dello Spirito a Pentecoste, la Chiesa è Una e Unica, sino alla consumazione della storia, e la comunione che in essa si realizza è per l’eternità.

Taluni sostengono che l’ermeneutica della riforma nella continuità sia solo una delle possibili ermeneutiche, accanto a quella della discontinuità e della rottura. Il Santo Padre ha recentemente definito “inaccettabile” l’ermeneutica della discontinuità (Udienza all’Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana, 24 maggio 2012). Fra l’altro ciò è ovvio: diversamente non si sarebbe cattolici e si inietterebbe il germe dell’infezione e del progressivo disfacimento; sarebbe anche un grave danno per l’ecumenismo.

Possibile che sia così complesso comprendere queste realtà?

Card. Mauro Piacenza: Lei sa meglio di me come la comprensione, anche di realtà evidenti, possa essere, non di rado, condizionata da aspetti emotivi, biografici, culturali e perfino ideologici. È umanamente comprensibile che chi ha vissuto, negli anni della sua giovinezza anagrafica, l’entusiasmo legittimo dell’Assise conciliare, non disgiunto dal desiderio di superamento di talune “incrostazioni”, che era necessario e urgente togliere dal volto della Chiesa, possa interpretare come pericolo di “tradimento” del Concilio ogni espressione che non condivida il medesimo “stato emotivo”. È necessario, per tutti, un radicale salto di qualità nell’accostarsi ai testi conciliari, per comprendere, a mezzo secolo da quello straordinario evento, che cosa realmente lo Spirito ha suggerito e suggerisce alla Chiesa. Cristallizzare il Concilio nella sua necessaria, ma non sufficiente, “dimensione entusiastica” equivale a non svolgere un buon servizio alla stessa ricezione del Concilio, che ne rimane quasi paralizzata, poiché, nel tempo, ci si può confrontare e si possono condividere valutazioni su testi oggettivi, non certamente su stati emotivi e su entusiasmi storicamente segnati.

(continua)