Il Concilio Vaticano II è stato davvero profetico (Seconda parte)

Intervista esclusiva con il cardinale Piacenza, prefetto della Congregazione per il Clero

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di Antonio Gaspari

CITTA’ DEL VATICANO, martedì, 11 settembre 2012 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito la seconda ed ultima parte dell'intervista esclusiva concessa a ZENIT dal cardinale Mauro Piacenza, prefetto della Congregazione per il Clero, in vista del 50mo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II. La prima parte è stata pubblicata ieri, lunedì 10 settembre.

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E' noto che Lei ha sempre parlato con grande entusiasmo del Concilio Vaticano II. Che cosa ha rappresentato per Lei?

Card. Mauro Piacenza: Come non essere entusiasti di un evento straordinario come un Concilio Ecumenico! In esso rifulge la Chiesa, in tutta la sua bellezza: Pietro e tutti i Vescovi in comunione con Lui si pongono in ascolto dello Spirito Santo, di ciò che Dio ha da dire alla Sua Sposa, cercando di declinare - secondo gli auspici del beato Giovanni XXIII - nell’oggi della storia, le immutabili verità rivelate e leggendo i segni di Dio nei segni dei tempi, e i segni dei tempi alla luce di Dio! Diceva lo stesso Pontefice nella solenne allocuzione di apertura del Concilio, l’11 ottobre 1962: «Trasmettere pura ed integra la dottrina, senza alterazioni o travisamenti […] questa dottrina certa ed immutabile che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che corrisponda alle esigenze dei nostri tempi».

Negli anni del Concilio, ero un giovane studente poi un seminarista e il mio ministero sacerdotale, fin dai primi passi, si è svolto interamente alla luce del Concilio e delle sue riforme. Infatti sono stato ordinato sacerdote nel 1969. Non posso che ritenermi quindi un figlio del Concilio, che, anche grazie ai propri maestri, ha cercato di accogliere, sin dall’inizio, le indicazioni conciliari, secondo una naturale ermeneutica di unità e continuità. Questa riforma nella continuità personalmente l’ho sempre sentita, vissuta e, anche da docente, insegnata.

Come prefetto del Clero pensa che i sacerdoti abbiano ben recepito il Concilio?

Card. Mauro Piacenza: Certamente, in quanto porzione eletta del Popolo di Dio, i sacerdoti sono coloro che, nella Chiesa, conoscono meglio ed hanno maggiormente approfondito gli insegnamenti conciliari. Mi pare non siano assenti, tuttavia, le medesime problematiche, alle quali accennavamo prima, sia in ordine alla giusta ermeneutica della riforma nella continuità, sia in ordine al doveroso approccio non prevalentemente emotivo all’evento conciliare. Se, in quest’Anno della Fede, avessimo tutti l’umiltà e la buona volontà di prendere in mano i testi del Concilio, in ciò che realmente essi hanno detto e non nella “vulgata”, che ne ha fatto una certa pubblicistica, scopriremmo come il Concilio Vaticano II è stato davvero profetico e molte delle sue indicazioni siano ancora davanti a noi, come orizzonte a cui guardare e meta da raggiungere, con l’aiuto della grazia. Certamente, per compiere ciò, è necessaria una grande dose di umiltà ed una certa capacità di sospensione del giudizio precostituito, per poter riaccogliere una verità, che forse, per troppo tempo, è apparsa differente.

Su quali punti si dovrebbe ancora focalizzare la ricezione dei documenti conciliari?

Card. Mauro Piacenza: Accenno ad un punto di particolare tensione che è rappresentato dalla riforma liturgica, anche perché costituisce l’elemento di maggiore visibilità della Chiesa stessa. Più volte il Servo di Dio Paolo VI, il Beato Giovanni Paolo II ed il Santo Padre Benedetto XVI hanno sottolineato l’importanza della Liturgia, come luogo nel quale si realizza pienamente lo stesso essere Chiesa, ed è purtroppo sotto gli occhi di tutti come, in non pochi casi, si sia ancora lontani da un condiviso equilibrio a tale riguardo. Certamente, una Liturgia desacralizzata, o ridotta a “rappresentazione umana”, in cui sfuma fino a smarrirsi la dimensione cristologica e teologica, non è ciò che la lettera e lo spirito della Sacrosantum Concilium intendeva. Ciò non giustifica, tuttavia, la posizione di chi, sposando a sua volta l’ermeneutica della discontinuità, rifiuta la riforma conciliare, ritenendola un “tradimento” di una vagheggiata “vera Chiesa”.

Esistono innovazioni più importanti di quelle liturgiche?

Card. Mauro Piacenza: Data la centralità della Liturgia, “culmine e fonte” della vita stessa della Chiesa (cfr SC, 10), non parlerei di maggiore importanza. Certamente il Concilio ha voluto valorizzare talune verità evangeliche, che oggi rappresentano patrimonio condiviso dell’intera cattolicità; basti pensare alla felice sottolineatura della vocazione universale di tutti i battezzati alla santità. Questo ha favorito la nascita e lo sviluppo di tante nuove esperienze; si pensi anche all’apertura verso i cristiani appartenenti ad altre confessioni, che ha fatto riemergere, in tutta la sua bellezza, il valore dell’unità, come necessario attributo della Chiesa e come dono, gratuitamente offerto da Cristo, da accogliere sempre, attraverso la continua purificazione di coloro che a Lui appartengono. L’importanza della Collegialità episcopale, che è tra le espressioni più efficaci della comunione ecclesiale e mostra al mondo come la Chiesa sia necessariamente un corpo unito. La stessa comprensione organica del Ministero Ordinato, a servizio del sacerdozio battesimale, infine, che vede presbiteri e diaconi, intimamente uniti al proprio Vescovo, come espressione di sacramentale comunione nel servizio alla Chiesa e agli uomini, ha rappresentato un oggettivo, felice sviluppo della comprensione del volto della Chiesa, come Nostro Signore lo ha voluto delineare.

Eminenza, in questo momento la Chiesa si appresta ad iniziare il Sinodo sulla nuova Evangelizzazione e l’Anno della Fede. Se dovesse dire ai sacerdoti una parola sintetica, cosa direbbe?

Card. Mauro Piacenza: Alla luce della fede, sacerdote diventa ogni giorno ciò che sei!