Il contributo profetico di Karl Rahner alla nuova evangelizzazione

La mistagogia dell'interiorità come via d'accesso al mistero di Dio

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di Robert Cheaib

ROMA, sabato 30 settembre 2012 (ZENIT.org). – Da dove partire per evangelizzare? Come parlare in un contesto definito da molti «post-cristiano»? Come iniziare il cammino di contagio della fede in una realtà che non si tarda a riconoscere come generalmente analfabeta in materia di fede cristiana e – ciò che suscita maggior stupore – tendenzialmente digiuna in materia di esperienza religiosa?

Karl Rahner, spesso catalogato come teologo incomprensibile, ha un altro volto, molto sorprendente che si affaccia soprattutto nei suoi Saggi (Schriften zur Theologie). Chi vuole conoscere Rahner non deve cimentarsi subito nei suoi scritti sistematici o lunghi come il Corso fondamentale sulla fede, Uditori della Parola, Spirito nel mondo… ma dovrebbe conoscere il Rahner che s’incammina con il lettore nel lento sviluppo delle sfide e delle risposte dei vari saggi.

È proprio tra questi saggi che s’incontrano contributi preziosi del teologo gesuita che offrono acute e profetiche intuizioni per la nuova evangelizzazione. La porta d’ingresso per la proposta rahneriana si chiama mistagogia.

Purtroppo le copie italiane dei Saggi e dei Nuovi saggi di Karl Rahner sono ormai un tesoro da custodire gelosamente in quanto sono praticamente introvabili, ma un’iniziativa in lingua inglese ha reso tali tesori (i 23 volumi dei saggi) disponibili in un ebook di oltre 5000 pagine. L’iniziativa è offerta da The Way. Ignatian Book Service e offre una traduzione impaginata dei 23 volumi dei Theological Investigations.

Teologia del profondo ovvero la mistagogia

Tornando al contributo di Rahner per la nuova evangelizzazione, ci concentriamo sull’apporto del genio teologico del secolo XX sulla mistagogia, un apporto definito da M.P. Gallagher come «teologia del profondo» (depth theology). Rahner focalizza l’attenzione sull’interiorità e sul desiderio umano, con l’obiettivo di mettere le persone in contatto con le loro profonde e silenti esperienze di Dio.

Quest’approccio parte dalla convinzione che Dio può essere scoperto nell’intimo dell’avventura umana. Senza cadere in facili e imprecise generalizzazioni, è legittimo comunque notare che l’uomo contemporaneo non si rende conto immediatamente e con facilità della propria profondità spirituale. M.I. Rupnik osserva come il senso religioso che ha distinto l’uomo antico e medievale è spesso logorato ed emarginato. Per permettere all’uomo di oggi un incontro efficace con la sorpresa del Vangelo è necessaria una paziente teologia del sottosuolo per rieducare gli occhi dello spirito, assopiti e distratti, alla lettura spirituale della realtà e della propria biografia.

La nuova evangelizzazione non può che partire da un catecumenato dell’interiorità. Non è più un’opzione tra altre: la fede, nel contesto secolarizzato, dev’essere un’esperienza personale della grazia. Il recupero della mistagogia costituisce, pertanto, un felice punto d’innesto dell’evento cristiano nella linfa del vissuto dell’uomo, angosciato spesso da domande esistenziali alle quali non trova risposte nel Pantheon dello sviluppo tecnologico e informatico e nell’altalena delle evanescenti utopie del progresso economico e sociale; domande che sono spesso ignorate o represse e che diventano il motivo scatenante della diffusa «nevrosi noogena» di cui parla Viktor Emil Frankl.

In tal contesto, la mistagogia si presenta come la griglia che la pastorale e la teologia possono presentare all’uomo contemporaneo per offrirgli l’occasione di essere iniziato all’arte di leggersi dentro, e scoprire in quell’interiorità la sorpresa di essere immagine, rimando e dimora di Dio. È la via più consona alla sensibilità contemporanea per passare da ciò che Rahner chiamava «rivelazione trascendentale» alla «rivelazione storica» attraverso una paziente restaurazione del sentore religioso che coinvolge non solo la dimensione intellettiva e dialettica dell’uomo, ma la sua affettività e la sua volontà.

Abyssus abyssum invocat

Ma da che punto deve partire questa mistagogia, questa re-iniziazione al senso di Dio? – Dall’uomo stesso, dalla profondità del proprio mistero e della propria trascendenza, le quali non di rado rimangono aspetti sconosciuti e territori inesplorati per la persona stessa. L’essere umano, infatti, è tendenzialmente esposto al rischio di disattendere in una maniera ingenua l’esperienza della trascendenza in quanto è più discreta e meno interpellante delle altre esperienze vitali. Preso dalle questioni concrete di ogni giorno non sente l’urgenza delle questioni fondamentali della propria esistenza, ma le colloca tra i lussi intellettuali che crede di non potersi permettere.

In tal senso, la mistagogia si presenterebbe concretamente come «l’arte di risvegliare la bellezza interiore del proprio io e gli spazi interiori ed esistenziali di contiguità con il Divino; si tratta di mettere l’uomo a contatto con il mistero di se stesso e di portare alla luce ciò che già abita il suo cuore e lo orienta a Dio». È incoraggiante al riguardo la metodologia adottata dall’enciclica Fides et Ratio che «mettendo la ricerca filosofica della verità sotto l’egida della massima socratica – gnothi seauton –, […] sottolinea che essa si effettui nel campo della coscienza personale di sé». È dalla domanda sull’uomo che si apre il varco alla domanda su Dio.

L’indottrinamento teorico prematuro può, piuttosto che risvegliare il senso di Dio, portare all’irrigidimento nei giudizi contro la religione, pregiudizi ereditati dalla koinè sociale o subìti come ferite personali durante il proprio percorso biografico. Per questo urge il lavoro d’iniziazione a «una primigenia ed originaria esperienza di Dio», che significa in ultima analisi andare oltre le parole e i concetti posteriorici, per inoltrarsi in «un’autentica iniziazione nel mistero radicale ed ultimo dell’esistenza umana».

La presa di coscienza del mistero di Dio cammina di pari passo con la presa di coscienza del mistero dell’uomo, perché l’abisso dell’uomo chiama e ri-suscita la sensibilità e la sete per l’abisso di Dio: abyssus abyssum invocat. Risvegliare l’attenzione all’esperienza intima della coscienza vuol dire permettere all’uomo di familiarizzare con la misteriosità di Dio a partire dalla scoperta di essere – semplicemente in quanto uomo – mistero per se stesso: mistero di apertura e di trascendenza, mistero di un esistenziale soprannaturale che si scopre «sempre ed innegabilmente» più di una «natura pura». È l’invito affinché l’uomo si scopra sempre sotto il segno di una grazia che, pur non appartenendo costitutivamente e de jure alla sua natura, non gli manca mai de facto. È l’invito a scoprire che la sua natura è da sempre graziosamente segnata dalla chiamata alla vita divina. Il lavoro della teologia del profondo è proprio quello di risvegliare nell’uomo l’attenzione alla sua vera realtà; solo allora l’uomo si dispone per ascoltare il contenuto e la proposta della fede.

La presente riflessione è ispirata al saggio di Robert Cheaib, Itinerarium cordis in Deum. Prospettive pre-logiche e meta-logiche per una mistagogia verso la fede alla luce di V.E. Frankl, M. Blondel e J.H. Newman, Cittadella Editrice, Assisi 2012.

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