Il corpo di Cristo

L'istituzione dell'Eucaristia nel Cenacolo di Leonardo

Roma, (Zenit.org) Rodolfo Papa | 503 hits

La Solennità del Corpo e Sangue di Cristo ci fa meditare sulla istituzione della Eucaristia, su quel mirabile momento che l’arte ha tante volte cercato di rappresentare. Un esempio di sublime meditazione artistica sulla istituzione della Eucaristia è il celeberrimo Cenacolo di Leonardo.

Il Cenacolo dipinto da Leonardo per il Convento domenicano di Santa Maria delle Grazie a Milano nel corso della storia ha subito numerose ferite e numerosi ritocchi –fino all’ultimo recente restauro–, tanto che è difficile risalire all’immagine originale, tuttavia senz’altro la collocazione spaziale e la costruzione prospettica risultano ancora completamente indicative delle vere intenzioni leonardiane.

Leonardo intendeva rappresentare il reale cenacolo gerosolimitano nella Gerusalemme ficta del convento domenicano. Infatti, secondo una nota tradizione, tuttora viva in verità, la meditazione sugli eventi narrati nel Vangelo consiste in una ricostruzione interiore degli ambienti tale da poter rendere presente l’oggetto della meditazione, così da poter contemplare quanto l’anima va riflettendo.

La vita spirituale risulta in questo modo arricchita di rappresentazioni interiori, secondo quanto ben esprime, per esempio, il Zardino de Oration, un testo di spiritualità, scritto nel 1454 circa e pubblicato a Venezia nel 1494: «La quale historia [della Passione] acciò che tu meglio la possi imprimere nella mente, e più facilmente ogni acto de essa ti si reduca alla memoria, ti serà utile e bisogno che ti fermi ne la mente lochi e persone. Come una citade, la quale sia la citade de Hierusalem, pigliando una citade la quale ti sia bene pratica. Nella quale citade tu trovi li lochi principali neli quali forono exercitati tutti li acti de la passione: come è uno palacio nel quale sia el cenaculo dove Cristo fece la cena con li discipuli ... Ancora è dibisogno che ti formi nela mente alcune persone, le quali tu habbi pratiche e note, le quale tutte representino quelle persone che principalmente intervennero de essa passione ... Così adunque avendo formate tutte queste cose nela mente, sì che quivi sia posta tutta la fantasia, entrarai nel cubicolo tuo e sola e solitaria [l’esortazione è rivolta all’anima devota] discacciando ogni altro pensiero exteriore. Incominciarai a pensare il principio de essa passione ...» (cap. XV: “Come meditare la vita di Cristo”).

La finzione artistica si pone al servizio di questa pratica di meditazione, rappresentando i luoghi in cui l’anima incontra Cristo. Il convento domenicano di San Marco a Firenze esemplifica magnificamente questa funzione dell’arte: ogni cella possiede un affresco e l’intero convento diventa edificio di contemplazione. Ebbene Leonardo voleva rappresentare  proprio il luogo dell’ultima cena, che nei Vangeli risulta descritto: «Et ipse vobis demostrabit coenaculum grande, stratum; et illic parate nobis» (Mc XIV, 15), «Et ipse ostendet vobis coenaculum magnum stratum, et ibi parate» (Lc XXII,12).

Coenaculum” – che corrisponde al greco anagaion– significa stanza al piano superiore, con funzione di magazzino ma anche di foresteria. “Stratum” –in greco estrwmenon– significa invece provvisto di tappeti, e nella Bibbia di Niccolò Malerni, che Leonardo probabilmente consultava, è  reso con “apto a questo” nel racconto di Luca e con “atto acciò apparechiato” in quello di Marco. Dunque il cenacolo era una stanza al piano superiore, preparata per il pasto: e così Leonardo lo rappresenta. Infatti il dipinto parietale di Leonardo copre la metà superiore della parete (copre m 4,6 x 8,8), e ha un punto di vista posto a circa sei metri (oggi risulta inferiore perché il pavimento è stato rialzato di più di un metro rispetto a quello originale).

Dunque viene allestito esattamente un ambiente posto al secondo piano, e per guardarlo si viene invitati a salire, a viverci spiritualmente dentro. Inoltre esso è dipinto nel refettorio, proprio nel luogo in cui i frati mangiano, cosicché ogni loro pasto è un pasto con Cristo, e ciascun frate è invitato ad essere un apostolo, presente all’ultima cena del Signore. Ricordiamo quanto il grande domenicano san Tommaso d’Aquino riporta a proposito del cenacolo nella sua Catena Aurea: «Ambrosius: In superioribus autem magnum habet stratum, ut magnum meritum eius advertas, in quo Dominus cum discipulis sublimium virtutum eius delectatione requiesceret» (Catena aurea in Luca Ev., cap. XXII) ed ancora «Hieronimus: Coenaculum grande Ecclesia magna est, in qua narratur nomen Domini, strata varietate virtutum et linguarum» (Catena Aurea in Marci Ev., cap. XIV).

Il significato dell’ultima cena viene descritto sulla parete che fronteggia l’intervento leonardiano: sulla parete di fronte risultava infatti già affrescata (nel 1495) una Crocifissione di Giovanni di Montorfano. L’ultima cena si compie nella crocifissione: i frati sono invitati a seguire Gesù sul Golgota. Il Cenacolo di Leonardo interagisce con l’intero edificio del convento: vi erano infatti presenti altri dipinti  del maestro vinciano. Padre V.M. Monti nel suo Catalogus Superiorum Cenobi Ord. Praed. S. Mariae Gratiarum (Milano, Archivio di Stato) ricorda un’immagine del Redentore collocata in una lunetta sulla porta tra il convento e la chiesa delle Grazie, e un’immagine dell’Assunta fra i santi Domenico e Pietro da Verona con Ludovico il Moro e Beatrice d’Este, posta sulla lunetta sopra l’ingresso principale della chiesa verso il convento: distrutti il primo nel 1603 per l’ampliamento di una porta, la seconda nel 1594.  Dunque la meditazione sul grande mistero d’amore della crocifissione, si completava nella contemplazione del trionfo dello stesso amore nella Redenzione, il cui luogo è proprio la Chiesa. 

Ogni santità viene ricondotta a Cristo, con la mediazione di Maria, Sua madre, da Lui assunta in cielo. Il percorso del frate nel convento è dunque il percorso della sua anima, continuamente nutrita di meditazione. Un altro grande domenicano, sant’Antonino, invitata a coltivare l’anima come fosse un “hortus conclusus” (peraltro, gli arazzi millefleurs con cui Leonardo addobba il cenacolo fanno riferimento proprio all’“hortus conclusus”): «Sia resa l’anima come un “giardino chiuso”, nel quale non siano piantati faggi e querce, che producono frutti per gli animali, ma fiori di rosa, gigli di vallata, viole e germogli profumati, come peschi e alberi che di tal maniera portano frutti soavi. Così in un’anima siffatta siano rimeditati gli esempi dei martiri, dei confessori, delle vergini, e come sono i fiori, di tal maniera siano i germogli delle sante lezioni e parole, e i frutti delle opere buone» (Summa theologica, III, tit. XIV, cap. V, col. 657 a-b).