Il cristianesimo e il futuro dell’Europa (Parte I)

Intervista al Vicepresidente del Parlamento Europeo

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Di Antonio Gaspari
 

BRUXELLES, venerdì, 25 gennaio 2008 (ZENIT.org).- Dove si sta dirigendo l’Europa? Che fine faranno le radici cristiane? Sopravviverà al crollo demografico e alla crisi morale che l’attanaglia? Riuscirà a rinnovare e alimentare la speranza per le nuove generazioni? In che modo riuscirà a integrare i tanti e diversi flussi di immigrati?

Queste ed altre domande ZENIT le ha rivolte a Mario Mauro, Vicepresidente del Parlamento Europeo, docente in Storia delle Istituzioni europee e autore del volume “Il Dio dell’Europa” (Edizioni Ares, 2007, pp. 152, Euro 13).

A che punto siamo con la Costituzione Europea? Ci sono delle possibilità perché le radici cristiane vengano riconosciute?

Mauro: Pur conservando elementi di incompletezza e con modesti progressi conseguiti per quanto riguarda il processo decisionale, possiamo affermare, all’indomani della firma del Nuovo trattato sull’Unione europea, che la democraticità dell’Unione sarà certamente accresciuta.

L’organo legislativo e rappresentativo per eccellenza, quello che in tutti gli Stati nazionali ha competenza esclusiva (o quasi) per quanto riguarda l’iniziativa legislativa, vale a dire il Parlamento europeo e con esso i cittadini europei, può affermare di essere il grande vincitore del Trattato di Riforma.

Trattato che non ha più un carattere costituzionale, ma mantiene importanti realizzazioni in materia di legittimità democratica, efficacia e rafforzamento dei diritti dei cittadini (con alcune importanti eccezioni per quanto concerne il Regno Unito e altri Stati membri): uno dei primi articoli del Trattato Ue definisce chiaramente i valori su cui si fonda l’Unione europea, un altro articolo ne enuncia gli obiettivi. Non essendo più un documento dal valore costituzionale l'assenza di un rimando alle radici cristiane ha meno peso e la partita si può considerare riaperta.

Lei è autore di un libro dal titolo “Il Dio dell’Europa”, può dirci quali sono le conclusioni? In che cosa crede l’Europa di oggi?

Mauro: Il libro nasce con l'obiettivo di proporre un metodo, una chiave di lettura che permetta una migliore comprensione del progetto politico europeo e quindi possa aiutarci nel rispondere a domande vitali per il futuro del nostro continente. C'è un filo conduttore della storia europea che si possa considerare riannodato dal legame e dalle decisioni storiche di De Gasperi, Adenauer e Schuman? L'Europa di oggi risponde ancora al progetto dei Padri fondatori? Come è possibile riprendere in mano e chiarire questioni fondanti, quali quella del popolo europeo e delle sue aspirazioni? Cosa manca oggi nel "respiro europeo"? Perché, nonostante le bocciature della Costituzione europea, sembra che nessuno voglia affrontare con decisione il problema cardine dell’identità europea? Quali sono gli spazi disponibili per il protagonismo della società civile europea? È presente un riconoscimento reale e concreto della sussidiarietà a livello europeo?

Benedetto XVI ricorda come i grandi pericoli contemporanei per la convivenza fra gli uomini giungano dal fondamentalismo, la pretesa di prendere Dio come pretesto per un progetto di potere, e dal relativismo, il ritenere che tutte le opinioni siano vere allo stesso modo. L'involuzione del progetto politico che chiamiamo Unione europea oggi è riconducibile proprio a questi fattori.

Il problema dell'Europa nasce dal fatto che il rapporto tra ragione e politica è sostanzialmente sviato da ciò che è la nozione stessa di verità. Il compromesso, che giustamente è presentato come senso della vita politica stessa, é oggi concepito fine a se stesso.

E' per questo che si è scelto di mettere a fuoco le principali politiche dell'Unione Europea, utilizzando come filo conduttore le intuizioni dei padri fondatori e la promozione della dignità umana insita nell'esperienza cristiana. La situazione di impasse in cui naviga l’Europa deve condurci ad una profonda riflessione.

Al di là della capacità di giungere ad un buon accordo sul bilancio, il vecchio continente sta perdendo il proprio orizzonte, la propria dimensione. Dopo l’era Kohl, l’Europa è stata dominata da politici senza il coraggio necessario per poter generare il domani e senza la forza per poter mantener fede alla costruzione politica creata poco più di cinquant’anni fa dai padri fondatori. Una generazione di politici giunta ad un’idea di Europa, bocciata dai referendum francese ed olandese, per cui l’integrazione sempre più stretta è diventata un valore in se stessa.

Attualmente nell’Unione europea viene praticato un aborto ogni 25 secondi e ogni trenta secondi c’è una separazione familiare. Nonostante la grave crisi demografica al Parlamento europeo sembra prevalere una cultura che propone forme di famiglia alternative a quella naturale, matrimoni gay, pillole abortive ed eutanasia, mentre i Paesi come la Polonia dove gli aborti diminuiscono vengono criticati. Non crede che continuare a seguire un modello culturale maltusiano segnerà la decadenza dell’Europa?

Mauro: Assolutamente sì ed è il pericolo maggiore nel quale incorre oggi il nostro continente. La decadenza del nostro continente è prima di tutto il risultato di una crisi della nostra identità di popolo europea.

A questo proposito credo che il recente discorso del Papa agli Ambasciatori accreditati presso la Santa Sede, in cui ha auspicato che la moratoria approvata dall'Onu sulla pena di morte possa "stimolare il dibattito pubblico sul carattere sacro della vita" costituisca il cuore del dibattito sulla futura Europa.

Sulla base della mia esperienza ritengo che i cinque nodi su cui si gioca il futuro dell'Europa siano rappresentati dalla crisi demografica, dall'immigrazione, dall'allargamento, dalla strategia di Lisbona e dalla politica estera. Nodi strettamente collegati fra loro da un minimo comune denominatore: l'identità dell'Europa. Senza aver chiara la sua identità, l'Europa non potrà infatti fare alcun passo in avanti rispetto a queste cinque sfide.

Corriamo il rischio che la risposta alla crisi demografica sia puramente ideologica, privilegiando opere di ingegneria sociale. L'Ue non può ignorare il fattore culturale nell’incidenza sui tassi di fertilità, ovvero le convinzioni personali che sostengono l’apertura alla vita.

Se si esce dai palazzi della politica di Bruxelles e Strasburgo, però, sembra che tra le nuove generazioni sia nata una cultura, ottimista e pro vita. A Londra c’è stata una manifestazione contraria all’aborto. A Madrid le famiglie sono scese in piazza. Il 20 gennaio a Parigi si è svolta una manifestazione europea a favore della vita. Prima di Natale a Strasburgo i movimenti per la vita europei si sono riuniti e vogliono raccogliere dieci milioni di firme per chiedere al Parlamento europeo il riconoscimento della persona dal concepimento alla morte naturale. A 40 anni del 1968, è un segno dei tempi che cambiano? Lei che ne pensa?

Mauro: Da molti anni si continuano a diffondere, soprattutto da parte dei mezzi di comunicazione più potenti e persuasivi e da parte della maggior parte degli schieramenti politici in Europa, idee sulla famiglia a dir poco distorte o fuorvianti che non contribuiscono assolutamente ad aiutare la società civile, che non è resa assolutamente più libera ma è invece svuotata da qualsiasi certezza per la propria vita.

In questo contesto allarmante, le manifestazioni e le iniziative in difesa della vita e della famiglia tradizionale che in tutta Europa stanno riscontrando sempre più consensi sono un chiaro segno che ci sono persone che ancora credono, e che sono disposte a lottare per questo, nel rispetto della dignità e della sacralità della vita umana; vita che dal concepimento si compie appieno attraverso la nascita, la crescita, il matrimonio, la procreazione e la morte naturale.

Credo che in questa epoca dominata dall’incertezza tanto più forti siano gli stravolgimenti dello scenario internazionale e le provocazioni dei governi, dei partiti e dei movimenti nel proprio paese, tanto più ci sono persone che si ribellano e rispondono, anche dalle piazze, con una ricerca di vita, di stabilità, di verità.

La sfida, prima ancora che politica, è a livello educativo e culturale, parte dalla concezione della vita e della persona che viene messa in gioco e dall’onestà intellettuale con cui ci si confronta. Anche se resistono posizioni fortemente ideologizzate, sta aumentando la disponibilità a un confronto a partire da elementi di razionalità piuttosto che da reazioni di tipo emotivo.

E questo, a livello europeo, emerge sia tra i politici sia nell’opinione pubblica. A parte alcuni atteggiamenti aprioristicamente chiusi e votati alla contrapposizione o alla demonizzazione dell’avversario sta prendendo piede una disponibilità nuova al confronto, che prende le mosse da una crescente sensibilità alla dignità della vita e dalle risultanze che la scienza fornisce.

Come ha dichiarato recentemente il presidente della Cei, cardinale Bagnasco, è necessario che le leggi si adeguino allo stato delle conoscenze, che muta col tempo, specie in campo bioetico, ed è per questo che ho presentato, assieme ad altri miei colleghi, un’ interrogazione scritta alla Commissione europea a proposito del finanziamento della ricerca sulle cellule staminali embrionali in cui chiediamo “di valutare alla luce delle recenti scoperte scientifiche operate da scienziati giapponesi se sia ancora necessario dare seguito a ricerche che distruggono embrioni erogando fondi a progetti per la ricerca sulle cellule staminali embrionali che distruggono embrioni umani".

[Domenica, la seconda parte dell'intervista]