Il cristianesimo è il più grande fattore di vero progresso, secondo il patriarca di Venezia

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RIMINI, lunedì, 30 agosto 2004 (ZENIT.org ).- “Il Cristianesimo nonostante i limiti e gli errori umani costituisce il più grande fattore di vero progresso, perché Cristo è principio inesauribile di rinnovamento”, ha affermato il cardinale Angelo Scola.



Con queste parole del Pontefice Giovanni Paolo II, il patriarca di Venezia ha voluto concludere, il 27 agosto al Meeting di Rimini, una riflessione sul senso cristiano del progresso.

Di fronte all’Auditorium del Nuovo Quartiere Fieristico di Rimini stracolmo di gente, Scola ha commentato il tema del Meeting “Il nostro progresso non consiste nel presumere di essere arrivati ma nel tendere continuamente alla meta”.

Il patriarca di Venezia ha iniziato parlando della Bibbia, che si apre con la seconda lettera dell’alfabeto ebraico: “’bet’ che significa ‘casa’” ed ha spiegato che “la creatura è invitata dal Creatore ad inoltrarsi con decisione sulla strada che Egli apre verso il futuro”.

Ma bisogna evitare due rischi: “Anzitutto quello di dimenticare che il futuro è nelle mani del padre” in secondo luogo di voler disporre subito della chiave, di pretendere “di possedere l’origine di tutto, magari sentenziando grottescamente che Dio è morto”.

Il progresso, ha precisato il cardinale, ha una dimensione personale e comunitaria, e non può essere posseduto, ma solo vissuto.

“Il pellegrino è il vero attore del progresso – ha sottolineato Scola -. Egli è sorretto nel suo cammino verso la meta del desiderio di verità, di bontà, di bellezza con cui il padre lo ha mosso”.

Il patriarca di Venezia ha affrontato senza peli sulla lingua la situazione di impasse che caratterizza oggi il mondo occidentale, da cui parte la visione ebraico cristiana della storia di progresso.

“In Occidente viviamo uno stile di vita osceno negli affetti e nei consumi, nella crisi demografica, nell'impotenza a costruire una piena unità europea – ha detto il porporato –. Siamo percorsi da una cultura edonista che confonde il senso degli affetti e da una cultura consumista che confonde il senso del lavoro”.

Riprendendo il poeta americano T.S. Eliot, Scola ha parlato di “uomini impagliati” ridotti ad una grottesca quanto mai inutile “marcia sul posto”.

“Nel suo apprezzabile intento di valorizzare la persona, la modernità ha di fatto dato il via ad un processo di riduzione ideologica del cristianesimo. Pur mantenendo la concezione ebraico-cristiana del tempo e della storia, essa l’ha deformata ideologicamente”.

Scola ha illustrato come relegando in un angolo il Padre, l’uomo abbia così tentato di farsi padrone assoluto delle cose e della realtà.

Per rispondere alle enormi sfide che il mondo pone, il patriarca ha citato un passaggio del drammaturgo, nonché filosofo e scrittore tedesco Gotthold Ephraim Lessing, il quale scriveva che: “Il valore di un uomo non risiede nella verità che possiede o presume di possedere, ma nella sincera fatica compiuta per raggiungerla”.

“Poiché è la ricerca e non il possesso della verità che aumenta la perfettibilità umana – affermava sempre Lessing –. Il possesso rende quieti e indolenti, mentre nella ricerca soltanto l’uomo trova la possibilità di un progresso costante verso la perfezione”.

Scola ha quindi spiegato che la via per il vero progresso è Cristo, che con la sua incarnazione, crocifissione e resurrezione, ha liberato l’umanità.

“Lungi dal bloccare la libertà di pensiero e di ricerca - ha affermato il patriarca - l’evento cristiano la esige e la potenzia, aprendo così la possibilità di un cammino verso la meta non più concepita come inevitabile fatum”.

“Se l’europeo di oggi, spesso dimentico di Cristo, potesse intravedere anche solo lontanamente quale pienezza di libertà sta al cuore dell’esperienza cristiana, di corsa ritroverebbe la strada della Chiesa”, ha sottolineato il porporato.

In questo contesto il patriarca ha precisato che: “L’Eucaristia è il luogo dell’incontro tra la libertà di Dio e la libertà dell’uomo” perché è il “quotidiano viatico che ci consente di sconfiggere il maligno”.

In merito al raggiungimento della meta, il patriarca ha concluso citando San Paolo quando scrive: “Fratelli, io non ritengo di esservi giunto, questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Gesù Cristo" (Fil 3, 12-14).