Il cristianesimo non è la religione della paura, ma dell'amore al Padre

Durante l'Udienza Generale, Benedetto XVI medita sulla preghiera come rapporto filiale ed intimo con il Signore

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di Luca Marcolivio

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 23 maggio 2012 (ZENIT.org) – “Abbà, Padre” è un’espressione ricorrente nei Vangeli. Gesù Cristo la utilizza per indicare la propria vicinanza intima con il Dio creatore, secondo un’espressione colloquiale ed affettuosa.

Ne ha parlato papa Benedetto XVI nel corso dell’Udienza Generale tenutasi stamattina in piazza San Pietro, proseguendo il ciclo di catechesi sulla preghiera nelle Lettere di San Paolo.

Gesù grida “Abbà” anche nel momento più drammatico della sua vita, quando nel Getsemani percepisce l’incombenza della morte e chiede a Dio: “allontana da me questo calice!” (Mc 14,36). Nemmeno in quell’occasione, tuttavia, il Figlio “ha mai perso la fiducia nel Padre”, ha ricordato il Papa.

Abbà” è l’espressione che introduce la più importante delle preghiere di Gesù: il Padre Nostro. Anche San Paolo la utilizza in un paio di occasioni (cfr Gal 4,6; Rm 8,15). “Il cristianesimo non è una religione della paura, ma della fiducia e dell'amore al Padre che ci ama”, ha commentato Benedetto XVI.

Infatti, ha aggiunto il Pontefice, la relazione filiale di Gesù con Dio è una “relazione di profonda fiducia”, analoga a “quella dei bambini”. Se da un lato Gesù è il “Figlio eterno di Dio che si è fatto carne”, ogni altro uomo diventa figlio di Dio nel tempo, seguendo le tappe della fede dei sacramenti dell’iniziazione cristiana – Battesimo e Cresima – grazie ai quali “siamo immersi nel Mistero Pasquale di Cristo”.

Non possiamo diventare figli di Dio, se non per dono dello Spirito Santo “che realizza quella adozione filiale a cui sono chiamati tutti gli esseri umani”. Al punto che San Paolo utilizza il termine “figli adottivi mediante Gesù Cristo” (Ef 1,4).

“Forse l’uomo d’oggi – ha proseguito il Papa - non percepisce la bellezza, la grandezza e la consolazione profonda contenute nella parola «padre» con cui possiamo rivolgerci a Dio nella preghiera, perché la figura paterna spesso oggi non è sufficientemente presente, anche spesso non è sufficientemente positiva nella vita quotidiana”.

L’assenza della figura paterna nella società e nelle famiglie di oggi, rende quindi ulteriormente difficile “capire nella sua profondità che cosa vuol dire che Dio è Padre per noi”.

Non è però pensando alla paternità terrena che possiamo comprendere la paternità divina. Secondo Benedetto XVI è vero il contrario: “Cristo ci mostra chi è padre e come è un vero padre, così che possiamo intuire la vera paternità, imparare anche la vera paternità”.

Dio è un Dio-Padre proprio perché la sua essenza è l’Amore, per mezzo del quale egli “purifica i nostri desideri, i nostri atteggiamenti segnati dalla chiusura, dall’autosufficienza, dall’egoismo tipici dell’uomo vecchio”.

La paternità di Dio, ha spiegato il Papa, ha “due dimensioni”: innanzitutto ognuno di noi “è un miracolo di Dio, è voluto da Lui ed è conosciuto personalmente da Lui”, creato a sua immagine e somiglianza. In secondo luogo, con l’incarnazione del Figlio, con il Dio fattosi uomo, “anche noi possiamo entrare nella sua specifica appartenenza a Dio”.

Nella comunione con Cristo, nella sequela con Lui, siamo in grado di “entrare sempre più intimamente nella relazione di amore con Dio Padre, che sostiene la nostra vita”.

Tornando a riflettere sulle epistole paoline, Benedetto XVI ha sottolineato come la preghiera non sia mai un rapporto univoco dell’uomo verso Dio, in quanto “è lo Spirito Santo che grida in noi, e noi possiamo gridare perché l'impulso viene dallo Spirito Santo”.

Sarebbe impossibile pregare “se non fosse iscritto nella profondità del nostro cuore il desiderio di Dio, l’essere figli di Dio”. Fin dalle sue origini, l’uomo ha sempre cercato Dio, il quale risponde in primo luogo con il battesimo, aprendo a noi gli “orizzonti della Trinità e della Chiesa”.

Inoltre la preghiera non si esaurisce tra Dio e i singoli uomini, né è un “atto individuale”, quanto un “atto dell’intera Chiesa”, che ci pone in comunione “con tutti i figli di Dio”.

Quando parliamo con il Signore, “siamo parte di una grande sinfonia che la comunità cristiana sparsa in ogni parte della terra e in ogni tempo eleva a Dio”, sia pure con “musicisti” e “strumenti” diversi ma con il risultato finale di una melodia armoniosa. Un concetto compatibile con la varietà dei carismi di cui parla San Paolo (1Cor 12,4-6).

Concludendo la sua catechesi, Benedetto XVI ha osservato che anche Maria Santissima ci insegna a gridare: “Abbà! Padre!” e lo fa nel momento in cui aderisce alla volontà di Dio: «ecco, sono la serva del Signore» (Lc 1,38).

“Cari fratelli e sorelle, impariamo a gustare nella nostra preghiera la bellezza di essere amici, anzi figli di Dio, di poterlo invocare con la confidenza e la fiducia che ha un bambino verso i genitori che lo amano”, è stata quindi l’esortazione finale del Papa.