Il Cristoforo Colombo della cooperazione missionaria

Così Giovanni XXIII definì il missionario del PIME, padre Paolo Manna

Roma, (Zenit.org) Giuseppe Buono, PIME | 272 hits

Non era un teologo, autodidatta in teologia, ma i suoi scritti sulla Missionarietà sono lungimiranti.

C’è ancora molto da scoprire sulla figura, l’opera, la personalità, la spiritualità, l’apporto teologico di Padre Paolo Manna di cui si celebra la festa liturgica il 16 gennaio.

Con la Costituzione, il primo gennaio 1989, del Segretariato Padre Paolo Manna nel seminario missionario di Ducenta, si è messa in moto una conoscenza e uno studio del suo pensiero con strumenti scientifici più adeguati. Sono stati pubblicati e commentati quasi tutti i suoi scritti, ma resta da studiare e approfondire l’influsso che Padre Manna ha avuto non solo nel campo della cooperazione missionaria ma anche in quello della teologia missionaria, e nella dimensione del metodo di evangelizzazione.

Padre Manna non ha un Diario spirituale nel senso classico della parola, ma scrive acute e puntuali annotazioni nel diario delle Messe.

Non è un teologo, ma sa studiare in profondità, sa orientarsi e sa orientare.

La sua teologia è sul piano del metodo, convinto che una rivoluzione metodologica possa risolvere, o avviare a soluzione i problemi della missione.

Non elabora una sua teologia missionaria, anzi resta come spiazzato quando nell’Unione Missionaria del Clero francese emergono le tesi teologiche di Glorieux e di de Lubac su Chiesa salvezza, missioni e salvezza. Scrive allora Il problema missionario e i sacerdoti (1947) in varie edizioni e tradotto in varie lingue.

Padre Manna non si pone sul piano dell’elaborazione teologica ma su quello dei frutti e dell’esperienza. Non aveva gli strumenti scientifici per elaborare una sua teologia della missione.

Teologicamente era un autodidatta con queste certezze: volontà di Dio; redenzione operata da Cristo; l’apostolato; l’ubbidienza; la preghiera.

La sua convinzione è ferma: la santità del prete vale più di un concilio.

Hanno detto di lui:

Padre Manna è all’origine e alla guida di tutto il movimento missionario del ‘900” (P. Drehmans, suo segretario all’Unione Missionaria, missiologo, poi superiore generale degli Oblati di Maria Immacolata).

Il Colombo della nuova cooperazione missionaria” (Angelo Roncalli, beato Giovanni XXIII).

L’espressione più completa di una missione condivisa” (H. de Lubac).

Il travolgente iniziatore di una Chiesa strutturalmente missionaria” (Chappouile, direttore UMdC  di Francia).

Non un missionario qualsiasi, uno dei tanti” (cardinale Celso Costantini, Prefetto di Propaganda Fide).

Non tutti lo sopportavano. Un uomo pericoloso, come si diceva in qualche seminario dopo la diffusione di Operarii autem pauci!; “un seccatore! Santo ma seccatore”, come si lamentavano a Propaganda Fide quando andò a Roma come Segretario Internazionale dell’Unione Missionaria del Clero; un temerario, come disse monsignor Paventi, missiologo e Segretario della Commissione sulle missioni al Concilio Vaticano II, dopo la pubblicazione del libro Le nostre “Chiese” e la propagazione del Vangelo”.

Comunque e sempre un missionario scomodo perché attento e fedele soltanto al Vangelo.

Il contesto in cui operò

È un duro ed esaltante quarantennio missionario, tra il Congresso di Berlino (1884) e la fine della prima guerra mondiale.

Si avvia a soluzione la svolta extraeuropea della Chiesa; in particolare c’è la consacrazione dei primi vescovi cinesi (Pio XI, 1926) e la fine della questione di riti cinesi (1935 e 1939).

La coscienza che il cristianesimo non si identificava più né con l’Europa né con l’Occidente prende sempre più spazio nel campo missionario.

La fatica di far entrare i missionari in questa svolta è notevole. Significative le parole del cardinale Celso Costantini, delegato in Cina, poi Prefetto di propaganda Fide: “O con la Maximum Illud e contro i missionari, o con questi ma contro la strategia missionaria della Santa Sede”.

Padre Manna stesso entrò progressivamente in questa svolta, aiutato moltissimo dalla visita alle missioni, soprattutto in Cina, dalla Maximum Illud e dal cardinale Celso Costantini.

È l’unico italiano che vede tradotti i suoi testi missionari in varie lingue: inglese, fiammingo, spagnolo, portoghese.

In questo senso è stato precursore di alcune affermazioni missionarie del Concilio Ecumenico Vaticano II, certamente profeta della nuova stagione missionaria della Chiesa.