Il desiderio di conoscere il volto di Dio "è insito in ogni uomo, anche negli atei"

Lo ha affermato Benedetto XVI durante la catechesi dell'Udienza Generale di stamattina

Citta' del Vaticano, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 1498 hits

Riprendendo il ciclo di catechesi dedicato all’Anno della Fede, papa Benedetto XVI, durante l’Udienza Generale odierna, si è soffermato sul tema della Rivelazione divina. All’indomani del peccato originale, essa inizia con l’alleanza stretta da Dio con Abramo e con un “piccolo popolo”, quello di Israele, che Egli sceglie “non con criteri di potenza terrena, ma semplicemente per amore”.

I profeti succedutisi ad Abramo, ha spiegato il Papa, “ricordano l’esigenza di fedeltà all’alleanza e tengono desta l’attesa della realizzazione piena e definitiva delle promesse divine”.

Con la Natività si contempla “la realizzazione di queste promesse” e “la Rivelazione di Dio giunge al suo culmine, alla sua pienezza”. In questa occasione non c’è più il Dio che parla per bocca dei profeti ma c’è il Dio che “visita realmente il suo popolo” e l’umanità tutta “in un modo che va oltre ogni attesa”. Finalmente il volto di Dio è rivelato nell’incarnazione del suo Figlio Unigenito.

Il Pontefice ha poi citato un passo evangelico assai esemplificativo della natura della Rivelazione divina: l’apostolo Filippo, con piglio molto “pratico e concreto”, afferma: “Signore, mostraci il Padre e ci basta” (Gv 14,8). Ma Gesù, con molta chiarezza, gli risponde: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv 14,9). La novità del Nuovo Testamento risiede proprio nella realtà del Dio fattosi uomo, un Dio che “si può vedere”, che “ha manifestato il suo volto” ed è “visibile in Gesù”.

Sebbene nell’Antico Testamento l’espressione pānîm (volto) ricorra ben 400 volte (di cui 100 riferite a Dio), la religione ebraica “proibisce del tutto le immagini, perché Dio non si può rappresentare, come invece facevano i popoli vicini con l’adorazione degli idoli”.

Ciò significa, ha spiegato il Papa, che “Dio non si può ridurre ad un oggetto, come un’immagine che si prende in mano, ma neppure si può mettere qualcosa al posto di Dio”. Al tempo stesso, tuttavia, si afferma che Dio ha un volto, cioè è un «Tu» che può entrare in relazione, che non è chiuso nel suo Cielo a guardare dall’alto l’umanità”. È quindi un Dio che ci parla e che è “capace di amare”.

Nell’Antico Testamento, inoltre, c’è una figura, quella di Mosè, profondamente legata al tema del “volto di Dio” (cfr. Es 33,11;18-23). Il profeta che guidò il suo popolo verso la Terra promessa, ha con Dio un rapporto quasi amicale ma può solo seguirlo, vedendolo di spalle.

Dopo l’incarnazione, invece, non solo Dio si fa visibile ma manifesta il suo nome agli uomini. “Tutto questo - ha spiegato il Santo Padre - in Gesù trova compimento e pienezza: Egli inaugura in un nuovo modo la presenza di Dio nella storia, perché chi vede Lui, vede il Padre, come dice a Filippo (cfr Gv 14,9)”.

Mentre i profeti veterotestamentari erano stati dei mediatori con Dio tra i tanti, Gesù Cristo è il mediatore per eccellenza della nuova ed eterna alleanza. “In Lui noi vediamo e incontriamo il Padre; in Lui possiamo invocare Dio con il nome di ‘Abbà, Padre’; in Lui ci viene donata la salvezza”, ha commentato Benedetto XVI.

Il desiderio di conoscere Dio e il suo volto “è insito in ogni uomo, anche negli atei”, ha aggiunto il Pontefice. Vedere il volto di Dio è un esigenza umana non in contraddizione con il “vederne le spalle”, ovvero seguirlo, anzi è proprio nella sua sequela che lo conosciamo pienamente e ne diventiamo amici.

“L’importante - ha sottolineato il Papa - è che seguiamo Cristo non solo nel momento nel quale abbiamo bisogno e quando troviamo uno spazio nelle nostre occupazioni quotidiane, ma con la nostra vita in quanto tale”.

Tutta la nostra vita, infatti, deve essere orientata “all’incontro con Gesù Cristo all’amore verso di Lui” e in particolare all’amore che “alla luce del Crocifisso, ci fa riconoscere il volto di Gesù nel povero, nel debole, nel sofferente”. Ciò è possibile “solo se il vero volto di Gesù ci è diventato familiare nell’ascolto della sua Parola, nel parlare interiormente, nell’entrare in questa Parola così che realmente lo incontriamo, e naturalmente nel Mistero dell’Eucaristia”.

L’Eucaristia, infatti, è “la grande scuola in cui impariamo a vedere il volto di Dio, entriamo in rapporto intimo con Lui”, ha aggiunto il Pontefice, ricordando che, non a caso, i discepoli di Emmaus riconoscono Gesù proprio “allo spezzare del pane”.

Allo stesso tempo, impariamo “a rivolgere lo sguardo verso il momento finale della storia, quando Egli ci sazierà con la luce del suo volto. Sulla terra noi camminiamo verso questa pienezza, nell’attesa gioiosa che si compia realmente il Regno di Dio”, ha poi concluso Benedetto XVI.