Il dialogo interreligioso non deve coinvolgere solo i "soliti noti"

L'ex ministro pakistano Paul Bhatti interviene al congresso per i 50 anni della "Pacem in terris"

Roma, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 467 hits

Nessuna religione può essere utilizzata come pretesto per uccidere o violare i diritti umani. È su questa base che dovrebbe fondarsi la libertà religiosa e i cristiani sono il gruppo più penalizzato in tal senso: circa 300mila nostri correligionari nel mondo sono vittime di persecuzione e discriminazione e circa il 75% di tutte le persone discriminate per motivi religiosi sono cristiane.

Se ne è parlato stamattina durante la prima tavola rotonda della sessione conclusiva sulle Giornate Celebrative per il 50° anniversario dell’enciclica Pacem in terris.

Presso la Domus Pacis di Roma, dopo l’introduzione del cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, sono intervenuti il cardinale Jean Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, monsignor Michael Fitzgerald, già nunzio apostolico in Egitto, e Paul Bhatti, già ministro dell’Armonia Nazionale in Pakistan.

Quest’ultimo è fratello di Shabhaz Bhatti, anch’egli ministro in Pakistan, assassinato dai fondamentalisti islamici, il 2 marzo 2011, per non aver mai tenuto nascosta la propria fede cattolica.

Spiegando la situazione della libertà religiosa nel proprio paese, Bhatti ha spiegato come questo diritto (a differenza, ad esempio, dell’Arabia Saudita) sia riconosciuto dall’ordinamento e anche la famigerata legge sulla blasfemia, di fatto, non ha mai condannato a morte nessuno.

Il vero problema è rappresentato dalle frange estremiste e fondamentaliste che scatenano campagne di odio contro i cristiani, accusandoli, spesso in modo pretestuoso, di blasfemia. Un fanatismo che assai spesso degenera nell’aggressione fisica e nell’omicidio.

A margine della conferenza, ZENIT ha posto a Paul Bhatti alcune domande su uno dei temi più determinanti per il futuro dell’umanità e per la pace nel mondo.

Dott. Bhatti, per quale motivo, a suo avviso, non sono più sufficienti i mezzi diplomatici per la pace nel mondo ma è sempre più necessario tenere conto del fattore religioso?

Paul Bhatti: Quando si parla di violenze e di terrorismo spesso la religione viene usata come pretesto. Tuttavia nessuna religione concede il diritto ad uccidere un’altra persona in nome di Dio, quindi dobbiamo condividere questa idea con quelli che hanno a cuore la loro fede e la proteggono. Il cristianesimo non implica tanto la conversione dei non cristiani, quanto soprattutto la testimonianza di Cristo e di una vita dedicata agli altri, l’umanità e l’amore che viene trasmesso come una fede religiosa. Altre religioni hanno valori umani importanti come l’Islam: se uno li promuove non può che condannare qualunque atto di violenza espresso a nome di una religione.

Ritiene che l’appello di papa Francesco alla preghiera e al digiuno per la pace in Siria e in tutto il mondo sia stato un mezzo efficace?

Paul Bhatti: Penso che l’appello del Papa sia stato straordinario! Solo con la preghiera e con il dialogo si può andare avanti. Quando ha parlato di pace in Siria, ha ricordato che una guerra chiama l’altra e, così, non si finisce mai… Pertanto il dialogo, a livello diplomatico, deve avere la potenza di dissolvere le crisi umanitarie mondiali e la violenza. Se si fallisce, forse vuol dire che non si è tenuto conto a sufficienza della realtà della situazione, oppure nel dialogo non sono state coinvolte persone adatte a fare la differenza. Ogni situazione va indirizzata, con una determinata con una capacità intellettuale, religiosa, a persone che abbiano una certa influenza. Se in una zona del Pakistan ci sono manifestazioni estremiste e io chiamo uno scienziato o un prete che parlano bene dell’Islam, loro non fanno nessuna differenza, perché costoro sono già convinti che si tratti di un male. Invece, bisognerebbe condividere le nostre idee con le persone che possono influenzare chi compie la violenza. Il fallimento del dialogo interreligioso a volte avviene perché non coinvolge chi non la pensa come noi.

Lei ha vissuto in Italia e conosce bene la cultura occidentale: in Europa c’è davvero libertà religiosa?

Paul Bhatti: Io credo che l’Occidente ormai, con la sua evoluzione democratica, dovrebbe aver acquisito il concetto di libertà religiosa (compreso il diritto di non professare alcuna religione), come base dei diritti umani. Tuttavia se si infiltrano gruppi estremisti e fanatici, anche di stampo terroristico, un domani sarà un problema per l’Italia e di tutto l’Occidente, quindi bisogna trovare un sistema per bloccare questo tipo di minaccia.

L’Europa è tuttavia viziata dal fattore laicista e, in modo diverso rispetto all’Asia, e si insinua, in modo strisciante, l’ombra della cristianofobia: in Francia vengono demolite le vecchie chiese, mentre in Irlanda sono stati introdotti nelle scuole, corsi di ateismo, come nell’Unione Sovietica di un tempo…

Paul Bhatti: Nessun governo dovrebbe imporsi su temi come la fede. Nelle scuole va data un’educazione universale, in quanto il credo dovrebbe essere responsabilità educativa dei genitori, finché i figli sono minorenni. Lo Stato deve garantire un’educazione universale che permetta ad un individuo possa fare le sue scelte in una vita futura.

Lei come vive il suo impegno di cattolico in politica?

Paul Bhatti: Il tema dell’impegno dei cattolici in politica era stato trattato anche da Giovanni Paolo II che aveva ricordato che la politica è una forma di assistenza agli altri, in particolare ai più deboli: se questa è la concezione, ben venga! Se così fosse ogni cristiano dovrebbe fare politica.

Oggi si conclude il congresso sui cinquant’anni della Pacem in terris: dopo mezzo secolo quanto è attuale questa enciclica?

Paul Bhatti: Il mondo sta affrontando tantissime sfide che stanno coinvolgendo tutto il mondo. Quindi oggi parlare di pace sulla terra è un’esigenza reale per la quale bisogna compiere passi concreti.