Il Dio del fiore vivo e non dei morti pensieri

Lectio Divina di monsignor Francesco Follo per la XXXII domenica del Tempo Ordinario

Parigi, (Zenit.org) Mons. Francesco Follo | 389 hits

Monsignor Francesco Follo, osservatore permanente della Santa Sede presso l'UNESCO a Parigi, offre oggi la seguente riflessione sulle letture liturgiche per la XXXII.ma domenica del Tempo Ordinario – Anno C.

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Il Dio del fiore vivo e non dei morti pensieri 

Rito romano

XXXII Domenica del Tempo Ordinario – Anno C – 10 novembre 2013

2 Mac 7, 1-2. 9-14; Sal 16; 2 Ts 2,16-3,5; Lc 20, 27-38

Rito ambrosiano

Ultima Domenica dell’Anno Liturgico

Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo, Re dell’Universo

Dn 7,9-10.13-14; Sal 109; 1Cor 15,20-26.28; Mt 25,31-46

1) La vita non ci è tolta, ma trasformata.

Alcuni sadducei[1] vanno da Gesù (Lc 20,27-38) per metterLo contro le Scritture Sacre e, forse, perché anche il loro cuore è attratto da Gesù. A Lui si accostano tutti, pur con intenzioni diverse. Oggi sono gli appartenenti a questa corrente politico-religiosa, che -a partire dalle loro teorie- fanno una domanda importante circa la risurrezione dei morti, per difendere la loro interpretazione delle Scritture. Il caso che sottopongono riguarda una donna che è stata moglie di sette fratelli. Uno dopo l'altro essi sono morti senza figli[2]  e questa vedova, presa e lasciata 7 volte, non solo è sterile ma è condannata ad una vita incerta e infeconda. La conclusione dei sadducei è ironica e tremenda: “Voi dite che c'è la risurrezione. E come la mettiamo con questa donna? Ha avuto sette mariti. Di chi sarà moglie nell’aldilà? Spetta a tutti e sette?”.

Con la pazienza tipica di chi ama, Gesù risponde allargando la prospettiva e portando pian piano alla logica della Vita. I criteri della vita attuale non si possono applicare alla vita futura, perché la differenza è sostanziale: “non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo” (cfr Rm 14,17), per sempre:   Cambia completamente la dimensione dove “su ogni istante gravita l’eterno” (Ada Negri), “La grandezza dell’uomo, la sua gloria e la sua maestà consistono nel  conoscere ciò che è veramente grande, nell’attaccarsi ad esso e nel chiedere la gloria dal Signore della gloria” (San Basilio, Omelia 20 sull’umiltà, cap.3).

Infatti rispondendo, Gesù cita la Scrittura ma sorprendentemente fa riferimento ad Esodo 3,6 che è un testo su Dio e non sulla risurrezione: “Che poi i morti risorgono, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore: Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui”. Dove sta in ciò la prova che i morti risorgono? Se Dio si definisce “Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe” ed è un Dio dei vivi, non dei morti, allora vuol dire che Abramo, Isacco e Giacobbe vivono da qualche parte, anche se, al momento in cui Dio parla a Mosè, essi sono morti da secoli.

Rispondendo ai sadducei, Gesù ne approfitta anche per correggere le idee di quei farisei, che concepivano la risurrezione in termini materiali, prestandosi in tal modo all'ironia degli spiriti più liberali, ironia di cui il brano evangelico di oggi parla: Una donna ebbe sette mariti, nella risurrezione di chi sarà moglie? Gesù afferma che la vita dei morti sfugge agli schemi di questo mondo presente: è una vita diversa perché divina ed eterna: verrebbe da somigliarla a quella degli angeli (cfr Lc 20,36).

Gli angeli[3] non sono le creature gentili e un po' evanescenti del nostro immaginario. Nella Bibbia gli angeli hanno la potenza di Dio, un dinamismo che trapassa, sale, penetra, che vola nella luce, nell'amore, nella bellezza. Il loro compito è di custodire, illuminare, reggere, rendere bello l'amore. Gli angeli, che contemplano incessantemente Dio, sono gli stessi a cui la pietà celeste ci ha affidati in custodia, che illuminano, ci proteggono costantemente nella vita e ci conducono nelle vie del Signore verso la dimora definitiva. Noi siamo chiamati ad una vita angelica qui e ora, e per l’eternità. L’effimero[4] diventa eterno. Con la Croce Cristo non si è liberato dall’effimero, per “fuggire” verso l’eternità, ma ha seminato il seme dell’eternità nel cielo del mondo, per far germogliare il Regno di Dio e introdurre nel mondo una vita angelica.

2) La vita angelica della vita consacrata.

Prima di accennare a come la vita consacrata è vita angelica e trasforma l’effimero in eterno vorrei precisare che quelli che sostengono che il matrimonio non ha alcun seguito in cielo interpretano in modo errato la risposta che Gesù da ai Sadducei. Con l’affermazione: “I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio” (Lc 20, 34-35) Gesù rigetta l’idea caricaturale che i sadducei presentano dell’al di là, come fosse un semplice proseguimento dei rapporti terreni tra i coniugi; non esclude che essi possano ritrovare, in Dio, il vincolo li ha uniti sulla terra[5].     

Oltre alla famiglia, c’è un altro “luogo” che è scuola dell’amore: è la vita consacrata che “educa” trasformando l’esistenza delle persone in un canto di pura lode al Signore: come la vita degli angeli, come la vita dei santi. Ma perché tutto questo avvenga bisogna accordare l'arpa, bisogna acquistare la purezza di cuore e le persone consacrate lo fanno con il voto e la pratica della verginità. La natura pretende dall’uomo che scriva qualcosa di definitivo sulla superficie di un materiale effimero. Mediante l’Eucaristia l’effimero del pane e del vino diventa eterno.    

Analogamente accade nella consacrazione verginale. Quando le vergini si consacrano il loro ideale “in se stesso veramente alto, non esige tuttavia alcun particolare cambiamento esteriore. Normalmente ciascuna consacrata rimane nel proprio contesto di vita. È una via che sembra priva delle caratteristiche specifiche della vita religiosa, soprattutto dell’obbedienza. Ma per voi l’amore si fa sequela: il vostro carisma comporta una donazione totale a Cristo, una assimilazione allo Sposo che richiede implicitamente l’osservanza dei consigli evangelici, per custodire integra la fedeltà a Lui (cfr RCV, 47)… Vi esorto ad andare oltre il modo di apparire, cogliendo il mistero della tenerezza di Dio che ciascuna porta in sé e riconoscendovi sorelle, pur nella vostra diversità” (Benedetto XVI, Discorso alle Partecipanti al Congresso dell’”Ordo Virginum”, 15 maggio 2008).

In questo modo testimoniano con la loro esistenza che la tenera grazia di Dio vale più della vita (cfr Sal. 62/63, 4).

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NOTE

[1] I Sadducei costituirono un'importante corrente spirituale del giudaismo ed anche un preciso gruppo politico, composto dall'aristocrazia delle antiche famiglie, nell'ambito delle quali venivano reclutati i sacerdoti dei ranghi più alti, come anche, in particolare, il Sommo Sacerdote. Cercavano di vivere un giudaismo illuminato, e quindi di trovare un compromesso anche con il potere romano.

Non conosciamo molto dei sadducei e della loro spiritualità, perché la loro fazione, ritenuta colpevole di collaborazionismo nei confronti dei Romani, fu letteralmente sterminata, durante la rivolta giudaica del I secolo dopo Cristo. Sul piano dottrinale, si ritiene, in base alle scarse informazioni pervenuteci, che i sadducei, a differenza dei farisei, considerassero vincolante solamente la cosiddetta Legge scritta, ossia quanto tramandato nei primi cinque libri (Pentateuco) della Bibbia o Torah. Al contrario, i farisei sostenevano che avesse pari importanza, la Legge orale ossia la tradizione interpretativa della Torah, trasmessa in maniera verbale.

Al contrario dei farisei, i sadducei non credevano alla resurrezione dei morti. Tuttavia, è lecito dubitare che avessero, al riguardo, una posizione di netta preclusione, sia perché ciò non si concilierebbe con il contenuto della stessa Legge scritta, sia perché l'evidenza archeologica delle modalità di sepoltura seguite dai sadducei attesta, in ogni caso, una fede nella esistenza di un mondo ultraterreno del quale il defunto, alla morte, entra a far parte.

[2] L’essere senza figli per gli Ebrei era considerato come una vergogna grande (cfr, per es, Lc 1, 25) e come un castigo di Dio (cfr, per es., Os 9, 14)

[3] Il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC) afferma l’esistenza degli Angeli, come "verità di fede", testimoniata dalla Scrittura e dalla Tradizione (CCC n.328). La loro creazione avvenne dal nulla, secondo il pronunciamento del Concilio Lateranense IV del 1215 (CCC n.327).
Sempre il CCC specifica inoltre l’identità degli Angeli: sono creature spirituali, dotate di intelligenza e volontà e sono superiori alle creature visibili (CCC n.330). La missione degli Angeli consiste nell’essere servitori e messaggeri di Dio e potenti esecutori dei suoi comandi (CCC n.329).
Non va dimenticata la relazione degli Angeli con il mistero di Cristo: "Cristo è il centro del mondo angelico" (CCC n.331). Gli Angeli, insieme all’intera creazione, sono stati creati per mezzo di Lui e in vista di Lui, e inoltre, essi sono messaggeri del suo disegno di salvezza (CCC n.331).
Il CCC delinea una catechesi biblica sugli angeli e sulla loro missione nell’AT e nel NT. Gli episodi scelti dall’AT (CCC n.332) nominano i Cherubini che, dopo la cacciata dell’uomo, custodiscono il giardino dell’Eden e l’albero della vita (Gn 3,24); gli Angeli che proteggono Lot (Gn 19); l’Angelo che salva Agar e il suo bambino assetati e smarriti nel deserto (Gn 21,17); quello che ferma la mano di Abramo in procinto di immolare Isacco (Gn 22,11-12); l’Angelo che guida il popolo nel deserto (Es 23,20-23); quello che annuncia la nascita di Sansone (Gdc 13); l’Angelo che annunzia la vocazione di Gedeone (Gdc 6,11-24); l’Angelo che assiste Elia in fuga e impaurito, con una focaccia e un orcio d’acqua (1Re 19,5-7).
Gli episodi scelti dal NT menzionano, anzitutto, Gabriele che annuncia la nascita del Battista e di Gesù (CCC n332). Si ricordano poi gli interventi degli Angeli che cantano l’inno di lode per la nascita del Salvatore, ne proteggono l’infanzia, lo servono nel deserto, lo confortano nell’agonia, annunciano la buona novella della resurrezione, lo serviranno nell’ultimo giudizio (CCC n.333).

Per una buona e sintetica presentazione si veda la voce Angeli nel Dizionario critico di Teologia (Roma 2006 – [Paris 2007 3ème édition]) pubblicato sotto la direzione di Jean-Yves Lacoste.

[4] effìmero (o efìmero) è un aggettivo [dal latino tardo ephemĕrus, gr. ἐϕήμερος, comp. di ἐπί «sopra» e ἡμέρα «giorno»], che indica ciò che dura un solo giorno e, per estensione, ciò che ha breve durata: fama, gloria, grandezza effimera; illusioni, speranze effimere le ricchezze materiali sono effimere. 


[5] A questo riguardo P. Raniero Cantalamessa, OFM Capp., Predicatore della Casa Pontificia scrive: “È possibile che due sposi, dopo una vita che li ha associati a Dio nel miracolo della creazione, nella vita eterna non abbiamo più niente in comune, come se tutto fosse dimenticato, perduto? Non sarebbe questo in contrasto con la parola di Cristo che non si deve dividere ciò che Dio ha unito? Se Dio li ha uniti sulla terra, come potrebbe dividerli in cielo? Può tutta una vita insieme finire nel nulla senza che si smentisca il senso stesso della vita di quaggiù che è di preparare l’avvento del regno, i cieli nuovi e la terra nuova?”. È la Scrittura stessa – non solo il naturale desiderio degli sposi -, ad appoggiare questa speranza. Il matrimonio, dice la Scrittura, è “un grande sacramento” perché simboleggia l’unione tra Cristo e la Chiesa (Ef 5, 32). Possibile dunque che esso sia cancellato proprio nella Gerusalemme celeste, dove si celebra l’eterno banchetto nuziale tra Cristo e la Chiesa, di cui esso è immagine?

Secondo questa visione, il matrimonio non finisce del tutto con la morte, ma viene trasfigurato, spiritualizzato, sottratto a tutti quei limiti che segnano la vita sulla terra, come, del resto, non sono dimenticati i vincoli esistenti tra genitori e figli o tra amici. Nel prefazio della Messa dei defunti la liturgia dice che con la morte “la vita è mutata, non è tolta”; lo stesso si deve dire del matrimonio che è parte integrante della vita.