Il Dio delle nostre immagini e delle nostre sculture

Risponde padre Ivan Fuček, professore emerito di Morale presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma

Roma, (Zenit.org) Ivan Fuček, S.J. | 449 hits

DOMANDA di Matteo, studente:

Mi ha sempre tormentato una domanda: si può raffigurare Dio? Noi cristiani amiamo i dipinti e le statue nelle chiese e nelle case a tal punto che alcuni luoghi di culto sembrano gallerie o mostre. E nella bibbia è detto chiaramente che non è permesso rappresentare Dio né con delle statue, né con pitture.

Fare ciò non significa quindi abbandonare la parola della Rivelazione e della fede per il positivismo religioso delle nostre misure umane? Non profaniamo forse e materializziamo Dio in questo modo? Dio non è sicuramente diverso da come noi lo immaginiamo? E Gesù ha anche detto chiaramente che dobbiamo adorare Dio in Spirito di Verità.

Forse, a causa di un eccesso di zelo per avvicinare gli uomini al mistero di Dio, abbiamo affidato questo compito alle statue e alla pittura. Non è forse tutto questo simile al vitello d’oro e agli idoli? Un uomo arriva, prega davanti alla statua o ad un’icona, pensa d’aver fatto ciò che doveva fare, cioè di essere  stato “con Dio”. Non è tutto questo decisamente misero? 

RISPOSTA di Padre Ivan Fuček:

Proprio così, tutto questo è alquanto misero, come hai detto. E’ misero, dico, se c’è qualcuno che possa pensare di poter vedere Dio nel legno, nella pietra, nel bronzo, in una mistura di colori, o in qualsiasi altro materiale – fosse anche lavorato in maniera artistica. Un dio così è completamente impotente, perché non è assolutamente dio, come non lo è il vitello d’oro, né la statua del dio Dagon, né qualsiasi altra figura, come dice la parola di Dio nel salmo 135,16: “Gli idoli dei popoli sono argento e oro, opera delle mani dell'uomo. Hanno bocca e non parlano;  hanno occhi e non vedono; hanno orecchi e non odono; non c'è respiro nella loro bocca. Sia come loro chi li fabbrica e chiunque in essi confida.“ Ma le immagini e le statue nell’ebraismo e nel cristianesimo hanno un significato diverso.

Prima di tutto vorrei dire che l’uomo, come ente razionale, sin dal principio della sua storia ha fatto del proprio meglio per raffigurare la divinità. Questi tentativi sono i primi sforzi dell’intelligenza umana. L’uomo, già nei suoi monumenti più antichi, poneva delle prime tracce di riflessione. La relazione tra la divinità e l’immagine umana della divinità è stata in tutte le epoche motivo di tensioni e di molte discussioni. L’umanità è caduta, sempre nuovamente, nel rischio dell’antropomorfismo, cioè la rappresentazione di Dio in maniera umana e terrena. E i Greci stessi sono caduti in questo rischio nei loro miti e dei dell’Olimpo, descrivendo principalmente le loro debolezze umane e le loro passioni. Ciò, nonostante il fatto che i filosofi greci avessero un concetto esatto di Dio come causa primaria di tutto, il quale non è rappresentabile con nessuna figura materiale.

Gli ebrei hanno una legge: “Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai” (Es 20,4-5). Ma anche qui bisogna vedere lo spirito, e non leggere alla lettera. Non si tratta di un divieto dell’arte. La bibbia ha sempre rispettato l’arte. Qui si parla della raffigurazione di Dio a scopo di culto come facevano i pagani in mezzo ai quali gli Israeliti si sono trovati quando sono arrivati nella terra promessa. Figure di uomini, animali, uccelli, rettili e pesci, corpi celesti, opere monumentali, a volte dipinte o di bronzo fuso o altri metalli, erano per i pagani amuleti o idoli con poteri magici. Facile è immaginarsi come gli Israeliti fossero tentati di perdersi in tali credenze. Per questo motivo la legge di Mosè aveva un carattere molto disciplinare, per l’Israele di quel tempo.

Eppure gli Israeliti avevano il tempio nel quale Dio mostrava la sua gloria (1 Re 8, 10-13), nel quale “abita il suo nome” (8, 16-21), anche se per Israele era chiaro che Dio non può stare in un’abitazione terrena (8, 27). Avevano l’arca dell’alleanza come “sgabello” dei piedi del loro Dio (1 Cr 28, 2), anche se Dio-spirito non ha né piede, né gli serve uno sgabello. Inoltre, tutti i profeti dell’antico testamento parlavano di Dio in maniera umana come del “potente”, “altissimo”, “che benedice”, “punisce”, che è “signore”, “amico”, che si manifesta con molteplici segni, “tempesta”, “fulmini”, “fuoco e vento”(Es 20, 18ss), oppure si mostra in modo diverso come: nel silenzio del paradiso terrestre dove soffia una brezza soave (Gen 3, 8), nel dialogo con Abramo, Mosè, Elia. Quel Dio riempie la tenda dove si trova l’arca dell’alleanza con la sua gloria (Es 40, 34). Gesù stesso descriverà il Padre come “padre misericordioso”, “buon pastore”, “signore”, “re”, “buon Samaritano”. Cosa ne deriva? Che la legge di Mosè va interpretata attraverso lo Spirito, non alla lettera, e lo spirito è: la cessazione dei culti pagani agli idoli materiali o dalla materializzazione in quanto tale.

Conviene evitare due estremi: da una parte il non dire nulla di Dio, perché non lo possiamo rappresentare in nessun modo, e dall’altra il portare Dio a livello umano come uno di noi o addirittura a livello di qualcosa che si possa manipolare, come ha fatto la magia nella storia di tutti i tempi. Per questo la magia è completamente opposta alla religione. Tutti i filosofi, i teologi, e i predicatori di tutti i tempi della storia sacra, ma soprattutto di tutte le religioni del mondo, hanno cercato di esprimersi parlando di Dio, rendendolo simile all’uomo, che istintivamente, per così dire, teme Dio. L’uomo parla di Dio nella propria lingua, con il proprio concetto di spazio e tempo. Da una parte, non è sbagliato ciò che parla di Dio e neanche il modo in cui lo mostra, e dall’altra Dio è lo Spirito Assoluto e noi non lo possiamo esprimere con espressioni umane. Perciò è meglio che le nostre chiese e le nostre case siano simili a gallerie piene di dipinti sacri e di statue perché questi sono il nostro “Catechismo popolare”, come si è similmente espresso Strossmayer parlando della cattedrale di Đakovo piena di affreschi bellissimi. In questo modo Dio ci è più vicino, più presente, anche se lui è sempre e dovunque invisibilmente presente.

I cristiani sin dalle origini hanno compreso che il divieto veterotestamentario di costruirsi statue o di fare dipinti è specificatamente un divieto ebraico. Certo, anche se tra i primi cristiani c’erano delle figure straordinarie (Clemente Alessandrino, Eusebio di Cesarea, Sant’Epifanio) che si mantenevano fedeli alla tradizione ebraica, questo non ha impedito la diffusione di immagini e di sculture sacre. Tutte le catacombe, dalle più antiche alle più recenti, abbondano di simboli allegorici e di affreschi. Quando ai cristiani è stata accordata la libertà di culto, questi ultimi sono stati trasferiti dalle catacombe alle basiliche appena costruite. Non neghiamo che a volte anche i cristiani sono caduti nella superstizione, credendo di nascondere nei dipinti e nelle sculture un’immagine divina segreta. La Chiesa ha reagito prontamente (già nel concilio di Elvira, nell’anno 300): essa distingue l’adorazione che è dovuta solo a Dio dalla devozione dovuta ai santi; distingue l’adorazione delle icone o delle sculture, che però non è indirizzata al materiale in quanto tale (pietra, metallo, pittura). In questo senso la Chiesa, contro l’iconoclastia, ha difeso la devozione delle immagini sacre nei concili principali: nel secondo concilio di Nicea (787) e nel terzo concilio di Costantinopoli. Nell’epoca della Riforma, specialmente contro i calvinisti, il concilio di Trento (1563) afferma che la devozione alle icone si rivolge alle persone raffigurate in esse. E il Nuovo Codice di Diritto Canonico (1983) determina i precetti e le regole di questo tipo di devozione (cfr. Can 1188-1190).

Quindi, anche se Dio non è visibile, non è tangibile, non ha dimensioni, non dura, non è anziano o giovane, non ha forma, secondo i nostri canoni, anche se è decisamente “differente”, come appunto affermi, nonostante tutto ciò, l’arte cristiana (per esempio, la raffigurazione della Santa Trinità) è così ricca che soddisfa la nostra ricerca di Dio e arricchisce la nostra vita cristiana; anche se non arricchisce la teologia, può ugualmente elevare l’anima e il cuore alla gioia profonda della fede senza ricadere nella superstizione.