Il discernimento applicato alla storia, lettura dei segni dei tempi

L'intervento di Flavio Felice al simposio di Approfondimento che si è svolto alla Conferenza nazionale degli Animatori del RnS a Rimini lo scorso 2 novembre

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di Flavio Felice

RIMINI, mercoledì, 7 novembre 2012 (ZENIT.org) - Ringrazio gli amici del “Rinnovamento nello Spirito”, organizzatori di questa 36° Conferenza nazionale animatori. Il tema che mi è stato chiesto di approfondire insieme a voi ha un titolo decisamente impegnativo: “Il discernimento applicato alla storia, lettura dei segni dei tempi”.

Quando Salvatore Martinez mi ha invitato, ho pensato immediatamente che si trattasse di un’occasione importante per il sottoscritto. Non tanto perché mi sarei potuto mettere in mostra davanti a tante persone (per carattere sono portato a fuggire da adunate di questo tipo, preferisco gli incontri ristretti, quelli dove ciascuno può guardare negli occhi il proprio interlocutore), quanto perché il tema proposto mi è apparso immediatamente come una sfida.

Chi, come il sottoscritto, si occupa professionalmente di storia delle idee economiche e politiche e lo fa insegnando in un istituto pontificio di teologia pastorale non può non farsi interpellare da un simile tema. Dunque, ho assunto l’invito come una sfida a me stesso a leggere dal di dentro, dal profondo della mia anima, alcune riflessioni di carattere teologico, antropologico, sociologico e infine storico-politico, al fine di coglierne il filo rosso che lega il tema generale del discernimento a quattro argomenti: in primo luogo, il discernimento come azione teologale.

Non l’esercizio della mera arte del “buon consiglio”, ma un atto a tutti gli effetti teologale che investe il nostro rapporto e la nostra conoscenza di Dio Padre, nonché la nostra capacità di rendere ragione della nostra fede.

In secondo luogo, il discernimento come assunzione di responsabilità. Un atto teologale compiuto da un soggetto creato ad immagine e somiglianza di Dio, dunque per vocazione chiamato a partecipare all’opera creatrice del Padre e a rispondere al Padre e al prossimo di tale alto mandato.

In terzo luogo, il discernimento come massima espressione della libertà di coscienza. Si tratta di una questione molto delicata. È la coscienza educata e orientata dalla fede che risponde alla chiamata del Padre (la vocazione di cui sopra) con un “eccomi” che non ammette intromissioni da parte di nessuno che non sia in sintonia con il Padre, ossia, che non sia disposto a salire sulla Croce insieme al prossimo con il quale pratica l’atto teologale del discerinimento.

La persona educata alla fede esprime il suo “fiat” anche se imprigionata, anche se costretta in un campo di concentramento. In tal senso, non esiste comunità, e un’autorità all’interno della comunità, che possa intorbidire la cristallina freschezza di un “si” pronunciato da chi esprime l’immagine e la somiglianza del Padre celeste.

In quarto luogo, il discernimento come fondamento dell’azione politica dei cristiani. In un momento di così grave crisi istituzionale, i cristiani sono chiamati ad esprimere con la propria vita e le proprie scelte di vita la rilevanza della loro presenza nei particolari mondi vitali.

Le considerazioni sul discernimento come atto teologale dal quale stiamo per iniziare la nostra conversazione, dunque, approdano sulle sponde della riflessione sulla sua rilevanza politica e sociale del vivere cristiano; in pratica, sulla sua capacità di essere sorgente di istituzioni politiche, economiche e sociali, nelle quali sia possibile per il cristiano praticare la virtù delle virtù: la Caritas, il nome più intimo di Dio Padre, che manifesta la verità sull’uomo, in quanto creato ad immagine e somiglianza di Dio-Amore. Un percorso che sta alla base del modo di intendere il formarsi della dottrina sociale della Chiesa e la sua capacità di implementarsi nella storia.

Se il nostro vivere da cristiani secondo virtù, in forza del discernimento nello Spirito, non si declina nella vita civile in capacità di edificare istituzioni abili ad offrire soluzioni ai problemi dell’umana contingenza e se esso non sarà conforme al rispetto di quelle istituzioni, di quelle regole e di quelle procedure, vorrà dire che, a dispetto anche delle eventuali migliori intenzioni, staremmo agendo come dei pessimi cittadini e politici cristiani e multa exempla docent.

Infine, le istituzioni sono lo strumento umile, ma necessario, che ci consente di ricercare quotidianamente il doveroso consenso sul legittimo dissenso; ricerca conforme all’idea di discernimento che abbiamo considerato nel primo punto: il discernimento come atto teologale. L’unica possibile definizione di azione politica democratica e poliarchica in una società libera che, nel contempo, assumendo la politica come “via indiretta della carità” ovvero “la via istituzionale della carità”, ci metta al riparo dalla tentazione del serpente di voler prendere il posto di Dio: “Eritis sicut dei cognoscentes bonum et malum”.