Il dramma dei bambini-soldato, piaga da estirpare

Si moltiplicano gli appelli al riguardo

| 2210 hits

di Padre John Flynn, L.C.

ROMA, domenica, 24 febbraio 2008 (ZENIT.org).- È ora di punire chi sfrutta i minori nell'ambito dei conflitti armati. E' il messaggio espresso durante il Consiglio di Sicurezza dell'ONU nella sessione del 12 febbraio sul tema dei bambini-soldato.

Secondo un comunicato stampa dell'ONU del 12 febbraio, la Rappresentante speciale del Segretario Generale dell'ONU per i bambini in guerra, Radhika Coomaraswamy, ha lamentato la mancanza di azione contro chi usa i bambini come combattenti nei conflitti. 

La Rappresentante ha raccomandato al Consiglio di prendere in considerazione misure come le restrizioni al movimento dei leader, l'embargo sulle armi e le limitazioni all'assistenza militare per gli aggressori. Nel corso del dibattito, rappresentati di decine di Nazioni hanno parlato della piaga dei bambini costretti a partecipare ai conflitti armati.

La giornata di discussione presso il Consiglio di Sicurezza si è svolta dopo la pubblicazione di un rapporto sul medesimo tema da parte del Segretario Generale dell'ONU Ban Ki-moon. I bambini continuano ad essere usati nei conflitti armati in più di una dozzina di Paesi, secondo il rapporto pubblicato il 21 dicembre. 

Nello studio intitolato "Children and Armed Conflict", relativo al periodo dall'ottobre 2006 all'agosto 2007, vengono citati Paesi come Afghanistan, Burundi, Ciad, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Myanmar, Nepal, Filippine, Somalia, Sudan, Sri Lanka e Uganda, tra i principali aggressori.

Il documento spiega che spesso il reclutamento dei bambini è legato al problema dei rifugiati che sono costretti a fuggire dai conflitti. Da un lato, per evitare che i loro figli vengano presi dai gruppi armati, le famiglie decidono di lasciare la propria casa. Dall'altro, gli stessi campi profughi sono spesso bersagliati dai belligeranti proprio per la presenza di molti bambini indifesi. 

Abusi sessuali

I bambini - sia femmine che maschi -, durante la loro forzata partecipazione ai conflitti, subiscono spesso anche violenze sessuali. Data la portata del problema, il Segretario Generale ha accolto con favore la recente decisione della Corte penale internazionale di avviare un'indagine nella Repubblica del Centrafrica, sulla base di accuse di stupri e altri crimini sessuali commessi durante il conflitto tra le forze governative e i ribelli. 

Ma non sono solo i gruppi di ribelli ad essere responsabili degli abusi. Il rapporto osserva che in alcuni Paesi i bambini sono stati utilizzati anche come guide e informatori per le operazioni militari dei Governi, solitamente sotto costrizione.

Il Segretario Generale ha anche parlato di altri problemi derivanti dai conflitti e che gravano sui bambini. Spesso anche le scuole e gli insegnanti sono vittime dei ribelli, con la conseguenza di lasciare i bambini senza istruzione. I minori si trovano talvolta anche nel mezzo dei conflitti, essendo più vulnerabili degli adulti. Le munizioni delle bombe a grappolo e le mine antiuomo, inoltre, in alcuni Paesi continuano a mietere vittime anche dopo la fine dei combattimenti. 

Il Consiglio di Sicurezza, il 4 febbraio, ha pubblicato un altro rapporto "Children and Armed Conflict" che definisce "raccapricciante" l'impatto dei conflitti armati sui bambini. Il rapporto stima che più di 2 milioni di bambini siano morti in zone di guerra nel corso degli ultimi due decenni.

Altri 6 milioni sono stati menomati o resi disabili permanenti, afferma il rapporto. Sul problema dei bambini soldato il Consiglio di Sicurezza ha affermato che "più di 250 mila giovani sono stati sfruttati come bambini-soldato in almeno 30 Paesi". 

Trovare soluzioni

L'interesse del Consiglio di Sicurezza sull'argomento è aumentato sin dalla risoluzione del 2005 che ha istituito un meccanismo di monitoraggio e di informazione e ha istituito un gruppo di lavoro sul problema dei bambini nei conflitti armati. 

Questo interesse tuttavia ha prodotto solo scarsi effetti pratici, ammette il rapporto. Sebbene oggi le informazioni siano più diffuse, vi è stata una scarsa risposta ai problemi che si sono delineati.

La pubblicazione del Consiglio di Sicurezza elenca tuttavia alcuni risultati positivi. Un accordo concluso nel 2007 nella Repubblica Centrafricana ha liberato circa 400 bambini dai gruppi armati. Nel maggio dello scorso anno, il Governo del Ciad ha siglato un accordo per la smobilitazione dei bambini-soldato. Nella Costa d'Avorio, circa 1.200 bambini erano stati rilasciati dopo un accordo del novembre 2005. 

Questo tipo di risultati non è frequente, e ciò ha indotto il rapporto ad affermare che "sarebbe necessaria un'azione più incisiva, che contempli per esempio sanzioni mirate contro chi viola ripetutamente i diritti dei minori, oltre a procedure sistematiche per dare attuazione concreta ai rapporti".

Rimane tuttavia il dubbio che questo possa veramente accadere. Il rapporto ammette infatti che molti membri del Consiglio di Sicurezza sono riluttanti ad usare la mano forte contro gli aggressori. 

Simili dubbi sono condivisi anche da alcune organizzazioni per i diritti umani coinvolte nella campagna contro l'uso dei bambini soldato. Una di queste, la Coalition to Stop the Use of Child Soldiers, ha pubblicato un rapporto sull'argomento, prima dell'incontro del Consiglio di Sicurezza. L'organizzazione, con sede a Londra, è stata costituita nel 1998 con la convergenza di diversi enti umanitari e per i diritti umani.

Nel suo documento dal titolo "The Security Council and Children and Armed Conflict: Next Steps Toward Ending Violations Against Children", la Coalition riconosce i progressi compiuti dalle Nazioni Unite sul problema. 

Nonostante questo, critica lo stesso Consiglio di Sicurezza per la sua "inconsistenza" e la "debolezza" nella sua azione contro i trasgressori persistenti che reclutano e sfruttano i bambini-soldato. Da questo punto di vista, prosegue la Coalition, i trasgressori potrebbero sentirsi tranquilli pensando di non rischiare grosse sanzioni.

Il dramma delle bambine

Un altro rapporto pubblicato prima del dibattito che si è svolto presso le Nazioni Unite è intitolato "Forgotten Casualties of War: Girls in Armed Conflict", edito dalla International Save the Children Alliance.

L'organizzazione, anch'essa con sede a Londra, provvede a fornire aiuti umanitari mirati ai bambini. 

Stimando in circa 300.000 il numero dei bambini coinvolti nei conflitti sparsi nel mondo, il rapporto calcola che, di questi, fino al 40% potrebbero essere femmine. Le bambine vengono coinvolte, oltre che nel combattimento attivo, nei lavori di pulizia e di assistenza medica, ma vengono usate anche sessualmente dai capi dei gruppi belligeranti.

Il rapporto sostiene che spesso le bambine sono delle vittime invisibili, i cui bisogni non sono presi in considerazione. Un esempio in questo senso sono i programmi per gli ex bambini-soldato, che vengono avviati dopo la fine dei conflitti e che - secondo l'organizzazione - spesso trascurano le necessità delle bambine. 

Dopo essere tornate a casa, osserva inoltre il rapporto, le ragazze vengono spesso emarginate ed escluse dalle proprie comunità poiché vengono bollate come violente o promiscue. Questo avviene ancora di più con quelle che tornano incinta o con bambini.

La Alliance fa appello alla comunità internazionale perché promuova e finanzi la liberazione dei bambini dai gruppi armati e contribuisca a fornire le risorse per i programmi diretti alla loro reintegrazione nelle comunità. Un'attenzione particolare è auspicata soprattutto per le ragazze, per consentire loro di tornare ad una vita normale. 

Il futuro

Anche il Vaticano è impegnato a favore dei bambini che si ritrovano coinvolti nei conflitti. Lo scorso 23 marzo, l'Arcivescovo Silvano Tomasi, Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite a Ginevra, è intervenuto alla quarta sessione del Consiglio per i Diritti Umani. 

I bambini sono spesso le prime vittime delle carestie e delle guerre, ha osservato. Dopo aver delineato alcuni dei problemi che affliggono i bambini, il rappresentante del Vaticano ha osservato che "l'obiettivo di eliminare la violenza contro i bambini e di assicurare un contesto sano e costruttivo per il loro sviluppo esige che lo Stato e la società concretamente sostengano e consentano alle famiglie di svolgere il loro compito".

"Il futuro della società dipende dai bambini e da come essi vengono formati, e la loro vulnerabilità ci impone di assicurare loro una protezione particolare", ha dichiarato l'Arcivescovo Tomasi. Una sfida lanciata a tutti, perché si intraprendano azioni concrete a tutela dei bambini.