Il fattore religioso ed il futuro dell'Europa

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CRACOVIA, sabato, 15 settembre 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il discorso pronunciato a Cracovia (Polonia), il 15 settembre, dal Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato vaticano, all'Inaugurazione della sessione di studio su “Il fattore religioso ed il futuro dell’Europa”.



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Signor Cardinale,
venerati Fratelli Vescovi,
onorevoli Parlamentari,
distinti Signore e Signori,

grazie per avermi invitato ad inaugurare questa sessione di studio dedicata a un tema di particolare interesse, non soltanto per i protagonisti della vita ecclesiale e politica, ma, in definitiva, per ogni credente e per tutti i cittadini europei. Saluto cordialmente il Signor Cardinale Stanislao Dziwisz, Arcivescovo di Cracovia, il Presidente del Parlamento Europeo, Sig. Pöttering, il Vescovo S.E. Mons. Tadeusz Pieronek, le generose istituzioni e le personalità ecclesiastiche e civili che si sono adoperate per promuovere ed animare questa settima Conferenza internazionale. Il tema - “Il fattore religioso ed il futuro dell’Europa” - offre l’opportunità a voi, convegnisti venuti da varie nazioni, di riflettere insieme sull’integrazione europea e sul contributo che ad essa possono offrire i valori cristiani mediante l’azione dei cattolici. Mentre auguro pieno successo ai vostri lavori, inizio questa mia relazione introduttiva con una rapida panoramica sull’attuale situazione socioculturale e religiosa in Europa.

1. Il fattore religioso nell’Europa contemporanea

Profondamente segnato da due grandi eventi storici, la caduta del Muro di Berlino nel 1989 e l’attacco alle Torri gemelle a New York nel 2001, l’Occidente si è trovato a vivere questi anni in un clima culturale caratterizzato da una diffusa, anche se spesso vaga, ricerca del sacro. Questo fenomeno interessa in particolare l’Europa dove la dimensione religiosa dell’esistenza, fortemente posta in crisi dalla massificante propaganda antireligiosa nei Paesi dell’Est e dalla secolarizzazione dilagante che ha toccato le masse oltre che le élites nelle Nazioni dell’Ovest dell’Europa, la dimensione religiosa – dicevo - , ha ripreso invece ad interessare sempre più la pubblica opinione. Recenti statistiche attestano nel nostro Continente un risveglio della fede in Dio ed anche della rivendicazione dell’appartenenza identitaria alla cultura cristiana, anche se si distingue fra believing, belonging e behaving e cioè tra fede, appartenenza confessionale e comportamento etico.

Va subito notato che per alcuni – si tratta per la verità di una minoranza - la religione occupa uno spazio eccessivo nella vita pubblica: per essi qualsiasi riferimento al dato religioso suscita un rigetto, che talora è violento. Qualcuno ha scritto che il loro atteggiamento può essere paragonato a quello, nella corrida, del toro dinanzi al drappo rosso. Per loro far credito alla Chiesa Cattolica equivarrebbe a „ghettizzarsi” in un‘istituzione ormai superata e quasi in via di estinzione. Grazie alla vasta eco dei mass media, la cultura del secolarismo appare in Europa dominante e c’è chi si batte con ogni mezzo perché la religione sia considerata come una scelta meramente privata, ininfluente nella vita della società. A ben vedere, tuttavia, non appare per nulla facile separare l’esigenza spirituale dalle coscienze delle persone e dal senso comune. Inoltre, non è senza ostacoli il processo di secolarizzazione: se è vero infatti che talune forme di de-istituzionalizzazione della religione (believing without belonging) vanno diffondendosi in alcune zone dell’Europa, non avviene la stessa cosa altrove. In presenza di un fenomeno così complesso, che caratterizza l’epoca post moderna che stiamo vivendo, è legittimo domandarsi se ci si avvii verso la fine di un’Europa dove vaste e profonde sono la cultura e la spiritualità cristiana e se ci si debba preparare al trionfo della secolarismo. A questo riguardo, durante il convegno voi studierete anche che cosa le comunità cristiane possono fare e con quale spirito debbano agire. La domanda che riemerge è la seguente: “Quali sono in definitiva la portata ed il «valore aggiunto» che la religione – mi riferisco in primo luogo al Cristianesimo – possono apportare alla costruzione dell’Europa di oggi e di domani?”

2. La religione nella recente storia della Polonia

Mi fermo ora a guardare alla vostra nazione segnata dall’influsso determinante del Cristianesimo e dall’azione di santi e sante che ne hanno plasmato la cultura e lo sviluppo. Non è mia intenzione ripercorrere la storia del popolo polacco, anche se sarebbe quanto mai interessante. Vorrei semplicemnte limitarmi, cari amici, a ricordare che nel corso dei secoli la Polonia ha camminato sotto la costante protezione della Madonna Nera, attingendo dalla sua confortante presenza il coraggio e la saggezza necessari per superare momenti difficili e talora persino drammatici. Il Servo di Dio, l’amato Papa Giovanni Paolo II, si è, ad esempio, soffermato più volte ad evidenziare la brutalità del nazismo e del comunismo, due forme di oppressione sociale e di persecuzione religiosa che voi avete sperimentato. Se la Polonia ha sofferto immensamente sotto questi due regimi totalitari, tra loro così lontani e diversi e per certi versi così vicini e simili, per converso, essa ha potuto sperimentare in profondità la forza insopprimibile del Cristianesimo, che ha reso coeso il suo popolo e lo ha mantenuto fedele al Vangelo. In effetti chi è con Cristo resiste ad ogni attacco. Chi lo ama avverte la necessità di amare l’uomo e di promuoverne sempre il rispetto e la dignità; ama il proprio popolo di cui si sente parte e impara a difenderlo come fosse la propria “famiglia”.

La vostra esperienza testimonia che, soltanto venendo incontro all’anelito di verità, di giustizia e di libertà che è nel cuore di ogni persona, è possibile costruire una nazione veramente libera e solidale, custode di valori umani e spirituali, riconciliata ed unita al suo interno fra tutte le sue componenti e aperta alle grandi prospettive della pace e del progresso integrale, in dialogo con gli altri popoli. Quanto è importante l’azione che, al riguardo, può svolgere la Chiesa! Scrive in proposito il Santo Padre Benedetto XVI nella sua prima Enciclica Deus caritas est: “Una società giusta non può essere opera della Chiesa, ma deve essere realizzata dalla politica. Tuttavia l’adoperarsi per la giustizia lavorando per l’apertura dell’intelligenza e della volontà alle esigenze del bene la interessa profondamente” (n. 28).

Fa parte della missione della Chiesa educare i fedeli ad una libertà interiore che sappia resistere ad ogni forma di oppressione; suscitare ed alimentare in essi un amore che vinca l’odio e l’intolleranza; formarli perchè in ogni situazione siano in grado di offrire una coerente testimonianza dei valori umani e spirituali costitutivi di ogni persona e di ogni popolo. Ispirandosi ai principi cristiani, fortemente presenti nel tessuto della Polonia, giustamente gli attuali responsabili del Governo del vostro Paese hanno con forza chiesto che l’Unione Europea non abbia paura di riconoscere il suo patrimonio specificamente cristiano. L’Europa porta un’impronta cristiana indelebile anche se, oggi più di ieri, molti dei suoi abitanti, per il vasto e incessante fenomeno dell’immigrazione, appartengono ad altre religioni. Anche questo, mi riferisco alla compresenza di più religioni nel vecchio Continente, costituisce un dato di cui occorre tener ben conto.

3. La religione salvaguardia dell’etica

Riprendo ora l’interrogativo posto all’inizio: Qual è il “valore aggiunto” che il Cristianesimo può portare alla costruzione di un popolo, alla realizzazione dell’Europa di oggi e di domani? Chiaro ed illuminante è, in proposito, l’insegnamento della Chiesa esposto nella sua Dottrina sociale. Custodendo e affermando senza ambiguità i criteri fondamentali della giustizia, i discepoli di Cristo si impegnano a sottrarli all’arbitrio del potere dispotico e, mantenendo viva la passione per la verità e con ciò stesso per la libertà, insieme al coraggio di vivere secondo coscienza, contribuiscono in modo qualificato a che la verità non soccomba; si sforzano di far emergere nella società e nella pubblica opinione quelle convinzioni atte a costituire una salda base di civiltà, su cui edificare lo stato di diritto e, di conseguenza, assicurare la pace.

Alcuni anni or sono, l’allora cardinale Ratzinger, oggi Papa Benedetto XVI, ebbe a scrivere: “Dove Dio e la forma fondamentale dell’esistenza umana, da lui tracciata, vengono rimossi dalla mentalità comune e confinati a forza nel privato, nella sfera meramente soggettiva, anche la nozione di diritto svanisce e così il fondamento della pace” (J. Ratzinger, Svolta per l’Europa, pag. 43). Lo Stato non può produrre da sé alcuna morale: la storia è solcata dai drammi provocati da tentativi di fare ciò, e Dio non voglia che essi abbiano a ripetersi! Le religioni, pertanto, ed in primis il Cristianesimo, debbono aiutare a creare quell’ethos comune e condiviso, che è indispensabile per la vita stessa di qualsiasi comunità civile e politica. Proprio perché la legalità trova il suo ultimo radicamento nella moralità dell’uomo, la condizione primaria per uno sviluppo del senso della legalità è la presenza di un vivo senso dell’etica, come dimensione fondamentale ed irrinunciabile della persona.

La concezione etica, a sua volta, per essere pienamente umana, non può che rispettare il messaggio proveniente dalla natura della persona, perché in essa è iscritto anche il suo “dover essere”. Infatti, la legge naturale è, al contempo, legge morale. Quando è in armonia con la legge naturale, l’attività sia dell’individuo che della comunità rispettano la dignità umana ed i diritti fondamentali della persona e possono evitare tutte quelle strumentalizzazioni che rendono l’uomo miseramente schiavo del più forte, come ebbe a scrivere Giovanni Paolo II nell’Esortazione Apostolica Christifideles laici (n.5). E il più forte – egli continuava – può assumere nomi diversi: ideologia, potere economico, sistemi politici disumani, tecnocrazia scientifica, invadenza dei massmedia (ibid.). Pertanto, solo nel rispetto di precise condizioni, il desiderio di giustizia e di pace che sta nel cuore di ogni uomo potrà trovare appagamento, e gli uomini da “sudditi” potranno diventare veri e propri “cittadini”. In questa prospettiva, è ancora attuale la lezione del poeta francese Charles Péguy: La democrazia o sarà morale o non sarà democrazia.


4. L’impegno della Chiesa

La Chiesa, che ha ricevuto da Cristo la missione di evangelizzare tutte le genti, offre il proprio contributo alla soluzione delle tante problematiche che deve affrontare la comunità umana. Essa è pienamente convinta che in tema di giustizia, di legalità e di moralità sono in gioco non solo la vita delle persone e la loro pacifica convivenza, ma la stessa concezione dell’uomo. A questo intendeva riferirsi Giovanni Paolo II quando affermava che un’autentica democrazia è possibile solo in uno stato di diritto e sulla base di una retta concezione umana (Lett. Enc. Centesimus annus, n. 41). In società dominate dall’imperativo del cambiamento come le nostre – osserva la sociologa belga Danièle Hervieu-Léger – nelle quali nessuna tradizione funziona più come un „codice di senso” che si impone agli individui e ai gruppi, la Chiesa, con la sua Dottrina sociale, indica un sistema di significati ove i valori umani fondamentali, i diritti ed i doveri, anche nel loro coerente sviluppo storico (pensiamo ai diritti di cittadinanza), costituiscono i punti di riferimento irrinunciabili per elaborare le regole di condotta personali e sociali. Fra le priorità emerge oggi in Europa la necessità che la Chiesa difenda e promuova, per richiamare un’espressione ormai celebre di Papa Benedetto XVI, quei valori non negoziabili che sono associati alla dignità umana. Così facendo, si educano le coscienze alle esigenze irrinunciabili della verità e, quindi, della giustizia.

A questo mirano i frequenti interventi della Chiesa a difesa della vita umana, dal suo concepimento fino alla fine naturale, oppure la promozione della famiglia fondata sul matrimonio indissolubile tra un uomo e una donna. Come sottolineò Papa Giovanni Paolo II a Rio de Janeiro, il 3 ottobre 1997, in occasione del II Incontro Mondiale delle Famiglie, oggi attorno alla famiglia e alla vita si svolge la lotta fondamentale per la dignità dell’uomo. Le continue violazioni perpetrate contro tali valori rendono estremamente attuale, impegnativa e necessaria la missione della Chiesa, chiamata spesso ad esercitare un’azione di supplenza nei confronti delle pubbliche istituzioni. Si tratta certo di un compito essenziale, ma impopolare. La Chiesa, tuttavia, non insegue il plauso e la popolarità, essendo consapevole che Cristo la invia nel mondo non “per essere servita”, bensì “per servire”. La Chiesa non vuole “vincere ad ogni costo”, quanto piuttosto “convincere”, o per lo meno “allertare” i fedeli e tutte le persone di buona volontà circa i rischi che corre l’uomo quando si allontana da Dio.

La cronaca del secolo scorso ed anche le vicende di questi mesi ci portano a riflettere su quale società costruiscano gli uomini quando pretendono di raggiungere la felicità da soli, indipendentemente da Dio. A più riprese e con grande frequenza, si torna ad insistere su cosiddetti valori moderni, su diritti individuali e su visioni complessive della società in contrasto con i principi etici, morali e spirituali che hanno animato la millenaria storia e tradizione dell’Europa, rendendola nel mondo “faro di civiltà”. Proprio per mettere in guardia dal rischio reale che corre l’Europa oggi di venir meno a questa sua peculiare vocazione nel consesso dei popoli, la Chiesa cattolica interviene facendosi “voce” di quanti non intendono cedere alle lusinghe ingannevoli del relativismo etico e di un ateismo pratico e materialista, che considera l’uomo artefice assoluto del proprio destino. Il costante riferimento nell’agenda politica odierna ai moderni “diritti” e la loro grande portata, rendono ragione della frequenza con cui i Pastori sono costretti ad intervenire in tale materia.

Non è allora per hobby o per chiusura mentale verso la modernità che i Pastori della Chiesa intervengono spesso su questioni morali ricorrenti nell’agenda legislativa dell’Europa. Essi sono mossi piuttosto dalla consapevolezza del loro grave dovere di difendere la dignità e, in ultima analisi, il bene della persona e della società da manipolazioni facilmente presentate come liberazioni. Agendo in tal senso, i membri della Chiesa, e soprattutto la Gerarchia, diventano sempre più consapevoli della rilevanza della loro missione. Non combattono battaglie di retroguardia, ma di frontiera; battaglie etiche essenziali per sostenere i fedeli laici impegnati in campo sociale e politico. Non si tratta pertanto di un’indebita ingerenza della Chiesa in un ambito che non le sarebbe proprio, ma di un aiuto offerto ai cristiani perchè maturino una coscienza retta ed illuminata e, perciò stesso, più libera e responsabile.

5. I cristiani impegnati in politica

Mi chiedo ora quale debba essere, oggi in Europa, l’impegno concreto dei cristiani nell’agone della politica. Il cristiano può accontentarsi di enunciare l’ideale e di affermare i principi generali, o deve entrare nella storia ed affrontarla nella sua complessità, promuovendo tutte le realizzazioni possibili dei valori evangelici ed umani in un quadro organico e coerente di libertà e di giustizia? È fuor di dubbio che, essendo cittadino e parte integrante di un popolo e di una nazione, egli deve farsi „compagno di strada” di quanti lavorano per la realizzazione del bene comune possibile. In particolare, ogni fedele laico è chiamato, sotto la propria responsabilità, a costruire la città dell’uomo con l’apporto della sua professionalità, con la sua testimonianza e l’impegno della partecipazione, contribuendo a porre in essere una legislazione adeguata e dando l’esempio della conseguente sua leale osservanza.

Nell’attuale dibattito culturale per la costruzione dell’Unione Europea, occorre aver chiaro che ci sono “soglie” di rispetto della dignità umana – le soglie dei già menzionati “valori non negoziabili” - al di sotto delle quali non si può e non si deve scendere. Quando ciò si verificasse, un cristiano impegnato in politica, o chiunque ponga la dignità umana al centro della sua attività politica e sociale, sarebbe tenuto a non appoggiare provvedimenti lesivi della dignità umana, per non porli di fatto al di sopra di essa. In regime di democrazia rispettare posizioni diverse è giusto; fare proprie o appoggiare scelte e decisioni inconciliabili con la natura umana, è però segno di debolezza e di contro-testimonianza verso la stessa dignità della persona. L’Europa è la “patria” dei valori e sarebbe un controsenso vederla oggi rinunciare al ricco patrimonio spirituale che ha segnato la sua millenaria storia e che l’ha resa capace di forgiare tali valori. In politica si deve spesso scegliere la strada possibile, anziché quella migliore; occorre tuttavia il coraggio di non imboccare ogni sentiero solo perchè teoricamente percorribile.

Il grande Pontefice Giovanni Paolo II, così legato alla città di Cracovia, osservava che il valore della democrazia sta o cade con i valori che essa incarna e promuove, ed alla base di tali valori non possono esservi provvisorie e mutevoli «maggioranze» di opinione, ma solo il riconoscimento di una legge morale obiettiva che, in quanto «legge naturale» iscritta nel cuore dell'uomo, è punto di riferimento normativo della stessa legge civile (cfr. Evangelium vitae, n. 70). Desidero pertanto esprimere l’apprezzamento della Santa Sede per ciò che il Governo polacco, secondo quanto riportato dai mass media, ha dichiarato durante l’ultimo Vertice europeo per salvaguardare la propria morale pubblica e la sua normativa da possibili interpretazioni di alcune disposizioni della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, che violerebbero i suddetti valori non negoziabili.


6. Multiculturalità e pluralità religiosa

Prima di concludere, non posso non sottolineare che l’odierno contesto sociale europeo è marcato dall’insieme di popoli e culture diverse: si tratta di un fenomeno che, presumibilmente, continuerà ad accentuarsi. Con la globalizzazione, infatti, il mondo è diventato un “villaggio” dove gli uomini tendono sempre più ad amalgamarsi. Ora, non va dimenticato che l’incontro diventa uno scontro quando mette a rischio i principi fondamentali dell’identità di chi accoglie, incidendo sui fondamenti etici e giuridici dell’ordinamento dello Stato. La cultura degli immigrati va indubbiamente valorizzata senza però, al tempo stesso, obbligare le popolazioni locali a rinunciare alla propria identità. Anche a questo riguardo, la Dottrina sociale della Chiesa offre utili indicazioni. Invita infatti i credenti a ispirarsi alla Santissima Trinità, mistero sommo del cristianesimo, mistero di unità e di comunione: lasciandosi trasformare dall’amore trinitario, i cristiani imparano ad essere costruttori di una società dove le differenze e le diversità non portano alla divisione e alla confusione, ma trovano la loro armonia nell’intesa e nella solidarietà.

Riprendendo poi quanto già ho avuto modo di notare, è utile ribadire che la religione non può essere confinata nel privato, ma piuttosto deve svolgere un suo specifico ed importante ruolo nella società. Vale la pena evidenziare come siano proprio le culture non europee, ormai rappresentate in modo consistente in Europa, a contribuire a rendere desueta la concezione privatistica della libertà religiosa a lungo coltivata da una certa cultura secolarizzata. Per l’Islam e altre religioni significativamente presenti oggi nel nostro continente, la religione è essenzialmente un fatto pubblico. Del resto, ogni autentica tradizione religiosa desidera mostrare la propria identità, anziché nasconderla o mimetizzarla.

Se dunque l’Europa intende essere sanamente laica, non può non accogliere il patrimonio di spiritualità e di umanesimo di ogni religione, rigettando al tempo stesso quanto in esse dovesse esserci in contrasto con la dignità umana. Quanto strana appare un’attitudine contraddittoria, da taluni oggi difesa, che esige la visibilità dei simboli e delle pratiche delle religioni minoritarie, ma cerca di abolire e nascondere i simboli e le pratiche del Cristianesimo, che è la religione maggioritaria e tradizionale. Soltanto l’autentica libertà religiosa è garanzia di pace e premessa di solidale sviluppo; solo in questo modo si evita il temuto conflitto fra civiltà depotenziando con il dialogo la logica infruttuosa dello scontro violento.

7. Conclusione

Vorrei concludere sottolineando come il Cristianesimo sia in sintonia profonda con alcune caratteristiche più marcate dell’uomo contemporaneo: si pensi all’importanza che viene oggi attribuita ai “desideri” ed alla “libertà”. A più riprese, Gesù fa leva proprio sul desidero di senso e di perfezione, nonché sulla voglia di libertà, per presentare il suo Vangelo. L’attuale civiltà europea, segnata da desideri, spesso confusi e sregolati, e da una spasmodica ricerca di libertà, non potrebbe trovare proprio in Cristo la risposta più intima e soddisfacente alle sue attese? Certamente non si può assimilare l’Europa alla Cristianità e nemmeno ridurre la Cristianità all’Europa, ma è indubbio che il Cristianesimo non è soltanto uno degli “ingredienti” del “cocktail” europeo. Come potrebbe dunque questo continente abbandonarlo alla stregua di un compagno di viaggio diventato straniero? Come potrebbe l’Europa tradire i valori forgiati dal Cristianesimo senza rischiare di cadere in una crisi drammatica simile a quella di una persona che rifiuta le sue ragioni di vita e di speranza?

Il Cristianesimo non è in primo luogo un insieme di verità da credere e di norme da seguire: è una Persona, Gesù Cristo! Incontrarlo e diventare suo amico è ciò che caratterizza la nostra identità di cristiani. Noi chiediamo di poter offrire questa proposta di senso, di piena autorealizzazione e di civiltà ai nostri contemporanei in modo libero e semplice. Cristo, solo Lui, amava ripetere Giovanni Paolo II, conosce veramente il cuore dell’uomo. Gesù è il vero amico dell’uomo, il Redentore dell’uomo! L’auspicio è che anche l’uomo moderno sappia riconoscerlo e trarne le opportune conseguenze, sia per la vita personale, sia per la vita delle comunità e dei popoli.