Il “femminismo antagonista”, uno strumento di oppressione delle donne

Intervista con la professoressa Alessandra Nucci

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ROMA, lunedì, 27 novembre 2006 (ZENIT.org).- E’ appena arrivato in libreria il volume di Alessandra Nucci: “La donna a una dimensione. Femminismo antagonista ed egemonia culturale”, (Marietti 1820, 256 pagine, 18 Euro), in cui l’autrice denuncia come una certa cultura di “genere” stia tentando di postulare “un'umanità basilarmente androgina e in tutto intercambiabile e l'antagonismo anti-uomo elevato a prassi di portata e ambito mondiale”.



Nella sua opera, la professoressa Nucci descrive come il femminismo occidentale che, “sembrava sopito per mancanza di buone cause, al volgere del Millennio è tornato alla ribalta, con maggiore antagonismo, ponendosi al servizio di una cultura omologante fatta di tenui appartenenze e ‘generi’ interscambiabili”.

“Per questa cultura – aggiunge –, egemone in ambito internazionalista, la volontà femminile non è da conoscere e da favorire, ma da influenzare e incanalare verso scopi che non sempre corrispondono all’interesse della donna e spesso le sono perfino contro”.

Il libro della Nucci traccia la genesi e la funzione di questo nuovo femminismo, che sarebbe stato “elaborato a tavolino da un’élite intellettuale e diffuso nel mondo da istituzioni e associazioni tese a promuovere una società pianificabile, fatta di una moltitudine atomizzata di persone poco interessate ad appartenersi l’un l’altra e dunque poco interessate a riprodursi”.

Per comprendere e approfondire queste argomentazioni, ZENIT ha intervistato Alessandra Nucci, già femminista ribelle, oggi nonna serena, docente al master Donna Cultura e Società dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.

Perché questo libro politicamente scorretto?

Nucci: Il mio è un discorso che si fonda sul rispetto della libertà, ciò significa che se le scelte di vita sono condizionate da pressioni di cui non si è consapevoli, in realtà non si è liberi affatto. Nello specifico il condizionamento di cui parlo è quello operato da una parte importante del movimento femminista, che invece di accogliere le istanze che vengono dal basso si è arrogato il diritto di definirle dall’alto, per conformarle a un modello astratto di società in cui tutti gli esseri umani sarebbero uguali e fungibili.

Non mi riferisco qui alle pari opportunità o pari dignità, che sono le istanze del femminismo che chiamerò tradizionale, e in cui mi riconosco, ma all’uguaglianza e intercambiabilità che nasce dal concetto di “genere”, consacrato nel famoso “Piano d’azione” di Pechino. A partire da quel documento, “genere” non coincide più con il sesso biologico ma con il ruolo che ognuno si “sente” di assumere.

L’educazione al “genere” è molto di più di un programma di diffusione di un particolare visione del mondo. E’ una delle principali strategie in atto per soppiantare gli assunti dettati dalla tradizione e dal diritto naturale, che sta portando di fatto alla graduale accettazione di una “benevola” regolamentazione del mondo, legittimata a controllarci tutti quanti, in tutti gli aspetti della vita.

Da chi sono messe in atto queste strategie?

Nucci: Da un’élite che ruota intorno ai vertici dell’ONU e della stessa Unione Europea, con annesse agenzie e organismi governativi e non governativi. I propositi educativi intorno al “genere” sono aperti e dichiarati, inseriti nelle conferenze, nei documenti e nei Global forum gestiti o patrocinati dall’ONU e dall’UE. Per fortuna comincia ad esserci una piccola bibliografia e alcuni bollettini al riguardo, su cui è possibile documentarsi.

L’ONU è ancora percepito dai più come un organismo neutrale, che funziona come semplice portavoce delle singole nazioni. In realtà si sta lavorando alacremente per annullare la sovranità delle nazioni, cioè dei governi che di fatto sono molto più vicini ai popoli di quanto potrà mai essere un’unica struttura mondiale. E attenzione al “mandato” a educare i popoli, che l’ONU deriva dall’atto costitutivo dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), dove si definisce per la prima volta la salute non come la semplice assenza di malattia, ma come il diritto di ognuno al massimo benessere possibile. Questo diritto in realtà serve a dare all’OMS e alle altre agenzie dell’ONU il potere di decidere del nostro benessere, non solo fisico ma anche psicologico e sociale. Un potere enorme, il potere di incidere perfino sui nostri pensieri e sui nostri stili di vita, campi che il principio di sussidiarietà riserva alle libere coscienze di ognuno, campi in cui difficilmente c’è qualcosa di neutro.

Quali sono i limiti nel movimento femminile?

Nucci: Non è un movimento unico, per fortuna, esistono anche aggregazioni che non ruotano intorno a un’ideologia antagonista ma intorno alla collaborazione fra uomo e donna, in assoluta parità di opportunità e diritti. La parte del movimento femminile che contesto (la più potente, anche se non può dire di rappresentare la maggioranza delle donne) è quella che strumentalizza le donne per creare posizioni di potere per le proprie esponenti, e che indirizza critiche e lamentele solo all’Occidente. Per queste femministe il patriarcato da mettere sotto accusa è solo quello di stampo occidentale, la cultura maschilista da riformare è solo quella in cui siamo cresciute noi. Prova ne è che quando i problemi derivano manifestamente da altre culture scatta il divieto di critica in base al “rispetto per la diversità”. Io trovo che combattere oggi il patriarcato occidentale, come fosse ancora un monolito, sia tanto facile e gratificante quanto miope e pericoloso.

Lei sostiene che è stato il cristianesimo a contribuire in maniera decisiva all’emancipazione femminile. Ci spiega come e perché?

Nucci: E’ un dato di fatto che si legge nella storia del mondo. Quando Paolo dice “non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna” sta solo codificando quello che Gesù aveva sancito con la sua vita. Ma già nel giudaismo la donna aveva un suo ruolo e un rispetto sia in famiglia sia fuori, che non escludeva affatto il comando. Ma come è sempre successo, ogni qualvolta si verifica una ribellione contro la Chiesa, i ribelli si inventano sempre e comunque qualche altra forma di trascendenza o superstizione a cui credere.

Anche gli Illuministi, che fecero di tutto per tirar fuori le monache dai conventi, si dedicarono alla Dea Ragione, al mesmerismo e a varie superstizioni. Così anche al giorno d’oggi vi sono femministi – uomini e donne, anche con l’abito – che accusano la Chiesa di ingiustizia e oscurantismo e continuano anche a istigare le suore alla ribellione, in nome di una supposta nuova razionalità. Se andiamo a vedere, però, gran parte di essi professa le dottrine neo-gnostiche del New Age, quando non addirittura il panteismo neopagano di chi si auto-proclama strega. Sono cose anche queste accreditate in vari modi da organismi e manifestazioni collaterali alle Nazioni Unite, di cui bisognerebbe essere al corrente.

Perché allora il movimento femminista accusa il cristianesimo e soprattutto Maria di essere strumento di oppressione?

Nucci: Quello che le femministe antagoniste non accettano è il ruolo che la cultura di matrice cristiana assegna alle donne, perché il Magistero bisogna conoscerlo per intero, e Maria non è modello supremo solo per le donne, ma anche per gli uomini. Quello che esse non accettano è che il cristianesimo offre e indica soluzioni dove è decisiva la collaborazione fra uomo e donna, nel rispetto e, anzi, nella valorizzazione delle loro differenze. Eppure è proprio questa collaborazione, dati alla mano e limiti umani compresi, che ha permesso alla donna occidentale di conquistare le garanzie e la parità di diritti di cui oggi gode.

Ci sono ingiustizie anche nel mondo avanzato e progredito?

Nucci: Certo che ci sono, è la condizione umana. Ma ci siamo conquistate gli strumenti e le conoscenze necessarie per difenderci e farci valere, esattamente quanto gli uomini. Utilizziamoli e… attenzione a non finire per fare dei passi indietro. Per fortuna tante si stanno svegliando, si stanno organizzando. Mi riferisco ad esempio al “Manifesto del nuovo femminismo” proposto dal Movimento per la Vita in risposta all’appello del Papa sul genio femminile, che si contrappone ai nuovi luoghi comuni e che, lanciato due anni fa, è riuscito ad attirare l’adesione di donne consapevoli e responsabili in maniera trasversale tra i diversi strati sociali, nell’ambito della cultura, la religione e la politica.