Il figlio dell'altra

Un film che cerca di superare il muro che separa Betlemme

Roma, (Zenit.org) Franco Olearo | 798 hits

Joseph, un ragazzo isrealiano, fa la visita medica per iniziare i suoi tre anni di servizio militare ma con grande sorpresa scopre di avere un gruppo sanguigno diverso da quello dei suoi genitori.

Vengono fatte delle indagini e si scopre che diciassette anni prima, durante la Prima Guerra del Golfo, uno scud si era abbattuto sull’ospedale dove sua mamma stava per partorirlo e nella confusione erano state scambiati due bambini nati nello stesso giorno: lui e Yacine, che è stato allevato da una famiglia palestinese che vive in Cisgiordania, una vita difficile da quando è stato edificato un muro che separa i due territori…

La regista mostra senza reticenze l’attuale difficile convivenza fra israeliani e palestinesi ma crede fermamente nella maturazione delle coscienze di tanti uomini di buona volontà presenti in entrambi i fronti

Da ormai molti anni i film ambientati nello stato d’Israele non possono fare a meno di riprendere il muro. Quel muro alto, nudo, brutto, che separa Betlemme, Gerico e tutte le altre enclavi ad amministrazione palestinese.

E’ come se le cineprese venissero attratte invincibilmente dal grido silenzioso che emette quel muro, segno di quella ferita aperta che isola due popoli che ancora non hanno imparato a convivere e che sentono in coabitazione forzata nello stesso territorio.

Anche Il figlio dell’altra non si sottrae a questa regola e il muro ritorna più volte in diverse sequenze, a mostrare come al di qua e al di là di esso ci siano due civiltà, due economie diverse che comunicano solo attraverso lo stretto filtro di pochi posti di blocco che costringono a lunghe e mortificanti code di attesa.

La regista Lorraine Lévy, francese ma ebrea di origine, usa un espediente narrativo singolare per portare alla luce le tensioni fra i due popoli: immagina che 17 anni prima due donne, una ebrea e l'altra palestinese, si siano trovate a partorire all'ospedale di Haifa sotto i colpi degli scud ai tempi della prima guerra del Golfo e che nel trambusto i due neonati siano stati scambiati.

Si tratta di una ipotesi limite (a cui l'autrice aggiunge la strana coincidenza che i componenti delle due famiglie sanno parlare francese, per rendere più fluidi i dialoghi) ma possiamo senz’altro stare al gioco dell'autrice perché come lei stessa ha detto, “il mio film non è una lezione di storia ma un invito al sogno”: l’impegno cioè di mostrare come persone oneste e sensibili che hanno la sventura di far parte di due popoli che da secoli si fronteggiano, riescano a reagire di fronte a una situazione eccezionale in un contesto sociale così difficile.

Le prime reazioni non possono che essere di sconcerto: Joseph riceve dal rabbino la dolorosa conferma che essere giudeo è un fatto di nascita, mentre ora non lo è più; Bilal, il fratello di Yacine vede il suo non più fratello come colui che sta tradendo la causa palestinese perché ha iniziato a frequentare l’altra famiglia.

Inizia subito dopo un lento processo di assimilazione della nuova realtà e di meditazione sul giusto comportamento da prendere. L’autrice ci tiene a mostrare che le reazioni non sono diverse perché sono diversi i popoli ma sono omogenee per categoria umana di appartenenza.

Le due madri sono presentate come coloro che riescono meglio ad affrontare la nuova situazione, grazie alla consuetudine di privilegiare le relazioni umane ed affettive; sono le prime ad avvicinarsi, non certo per scambiarsi i figli, ma per trarre le conseguenze di ciò che comporta avere un nuovo, terzo figlio.

I giovani dall’una e dall’altra parte hanno il vantaggio di essere tali: hanno la capacità di guardare avanti con una maggiore flessibilità nel reinventare le loro vite. Ai nuovi Isacco e Ismaele interessa sapere con quale ragazza potranno uscire la sera, contare su di una cerchia di amici e scoprire che lavoro faranno da grandi.

In una sequenza Yacine e Joseph si scambiano le loro impressione dopo che hanno scoperto di essere stati scambiati. Quest’ultimo chiede all’altro: “tu chi vorresti essere?”. Yacine risponde, dopo averci pensato un po': “James Bond”. Le sequenze fra i due giovani e con i loro amici sono le più felici ed esprimono meglio di tutte le altre quel segno di speranza che la regista ha voluto imprimere al film.

I due padri al contrario sentono la responsabilità di non poter dimenticare il recente passato, fatto di ostilità e di rappresaglie Per loro è molto più difficile superare la difesa orgogliosa del popolo di appartenenza.

La sequenza, alquanto modesta, dove i due uomini si trovano seduti uno di fronte all’altro in un bar a bere un caffè ma non trovano niente da dirsi, evidenzia i limiti dell’eccesso di schematizzazione antropologica operata dalla regista.

La storia non travalica mai il confine del privato e ci sono solo sporadici accenni alle difficoltà ambientali, come le derisioni attuate dai commilitoni nei confronti del colonnello padre di Joseph, del resto subito rientrate.

Curiosamente questo sgradevole atteggiamento proviene da un sergente donna, quasi l’autrice avesse voluto sottolineare che dalle sue simili può derivare il meglio ma anche il peggio.

Come in ogni racconto drammatico che si rispetti, una volta che si sono creati i presupposti per un conflitto, è naturale aspettarsi la sua dissoluzione in un finale catartico.

Non succede in questo film, perché estraneo al temperamento dell’autrice, che preferisce, giustamente, mostrare come i conflitti si risolvono solo mediante una profonda maturazione interiore.

Il lavoro di Lorraine Lévy si affianca molto bene ad altri film che hanno affrontato i problemi di quella terra, come Il giardino dei limoni, La sposa siriana, Il responsabile delle risorse umane, tutti del regista Eran Riklis e tutti caratterizzati da un grande desiderio di convivenza pacifica e di dissoluzione dei conflitti in nome della comune appartenenza a un’unica grande famiglia, quella umana.

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Titolo Originale: Le fils de l'Autre
Paese: FRANCIA
Anno: 2012
Regia: Lorraine Lévy
Sceneggiatura: Nathalie Saugeon Lorraine Lévy Noam Fitoussi
Produzione: RAPSODIE PRODUCTION, CITÉ FILMS, IN COPRODUZIONE CON FRANCE 3 CINÉMA, MADELEINE FILMS, SOLO FILMS
Durata: 105
Interpreti: Emmanuelle Devos, Pascal Elbé, Jules Sitruk,Mehdi Dehbi, Areen Omari, Khalifa Natour

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