Il fotografo Arturo Mari, mezzo secolo al fianco di sei Papi

Nei suoi ricordi c’è anche l’ironia di Madre Teresa

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di Mariaelena Finessi



ROMA, lunedì, 10 settembre 2007 (ZENIT.org).- «Ufficialmente ho dato le dimissioni 3 anni fa ma in realtà lavoro ancora tanto, i miei superiori non mi hanno lasciato andare». Ora però è arrivato il momento: «È giusto che anche altri abbiano lo stesso spazio, la stessa soddisfazione e la stessa fortuna che ho avuto io». Arturo Mari, fotografo per L’Osservatore Romano, da 51 anni è al servizio del Papa. Ma non di uno solo.

Lui, classe 1940, di Pontefici ne ha seguiti ben sei. Impresa possibile, ovvio, solo se si inizia in tenera età. In effetti, nonostante avesse appena 6 anni quando con il padre già andava in camera oscura a sviluppare le pellicole, Arturo era poco più che un ragazzino quando ha preso a scattare foto in Vaticano: «Entrai alle ore 11 del 9 marzo 1956 e non ne sono più uscito».

Come va il pensionamento? «Nessun riposo, lavoro forse più di prima, tra conferenze e premiazioni». In tanti se lo contendono, con fatica però. «Mi piace stare un passo indietro – racconta in una intervista a ZENIT –, sarà forse per l’educazione ricevuta dai genitori, ma mi prende un accidente quando devo parlare in pubblico».

Anche questo nostro incontro è stato conquistato dopo un lungo corteggiamento e, comunque, un paio d’ore prima del suo ennesimo volo oltralpe, a raccontare ai giovani, ai seminaristi, ai fedeli e anche agli studiosi di storia, i “suoi” Papi.

Voce bassa, Mari offre una manciata di parole. Poche. Anzi, pochissime ma spontanee, da romano vero qual è. Nato a 100 metri dal Vaticano, nel caratteristico quartiere Borgo, nonostante abbia girato il mondo intero Mari sembra non essersi mai allontanato da piazza San Pietro. Conserva uno sguardo timido e modi alla mano. Sarà per questo che in Vaticano faticano a vederlo andar via.

I sei Pontefici gli hanno sempre confermato l’incarico, dandogli fiducia e libertà di azione. «Non mi hanno mai detto di posare la macchinetta impedendomi di fotografare. Se l’ho fatto, l’ho fatto di mia iniziativa. Come quando Giovanni Paolo II pregava in cappella. Dopo aver scattato la prima foto andavo via, sentirlo parlare col Signore, così assorto, bhè, quello non era il mio posto».

Nei ricordi sfilano Pio XII, il Papa della sedia gestatoria, l’uomo dai gesti ampi e solenni che nel nostro giovanissimo fotografo suscitano all’epoca «il vezzo a cercare l’espressione giusta, il momento più adatto da immortalare». Poi Giovanni XXIII, con il quale «la Chiesa cominciava ad aprire le porte e il Papa era in mezzo alla gente». Paolo VI «timido, chiuso, il primo Pontefice ad andare all’estero».

La repentina parentesi di Papa Luciani, scomparso dopo appena 33 giorni di pontificato: «L’ho fotografato in giardino mentre camminava lungo un viale di cipressi. L’immagine di quest’uomo che si allontana di spalle, a guardarla in seguito, mi è sembrata premonitrice».

Quindi Giovanni Paolo II, ritratto con i Capi di Stato di tutto il mondo come con i bambini dei lebbrosari. E con il quale trascorreva giornate intere. «Sapevo quando entravo da lui, alle 6 e un quarto del mattino, ma non sapevo quando uscivo. Magari alle 8 o alle 10 di sera».

E infine Benedetto XVI, «intelligente e buono, un uomo che ha saputo condurci con dolcezza in un momento di passaggio davvero delicato».

D’altronde prima c’era stato Wojtyla, e una storia lunga 27 anni. Arturo lo ricorda per quella sua grande spiritualità. Il Papa polacco, sempre in preghiera. Ma anche il Papa simpatico, che con Madre Teresa inscenava duetti divertenti. «You are a businessman», sei un uomo d’affari, gli diceva lei. «This money is for you», questo denaro è per te, le rispondeva ironico il Pontefice.

Un rapporto amicale, insomma, quello dei due religiosi. «Piccolina, lei, ma che forza! Quando andava dal Papa, come si dice a Roma, “batteva de banco”. Cioè chiedeva, chiedeva di poter fare. La suora, una mitraglietta, “ta-ta-ta”, buttava fuori tutto quello che aveva da dire».

Wojtyla se la stringeva allora a sé, sul cuore, accarezzandole la testa nel tentativo di tranquillizzarla, di rallentare quell’emozione agitata che tanto lo inteneriva. E allora «slow – le diceva – slow, piano, piano».

Che dire, nel lungo di mezzo secolo, un accumulo di momenti indimenticabili. Soprattutto gli ultimi, quelli della malattia di Giovanni Paolo II. «Stando vicini, vedevo la sua sofferenza, ma lui non si è mai vergognato di esporsi. Anzi, ci ha fatto comprendere cosa vuol dire essere infermi».

Una sosta, per impedire alle lacrime di scendere, e quindi riprende: «Quegli occhi, poi... Sei ore prima che lui morisse, don Stanislao mi chiama, chiedendomi se potevo andare con urgenza nell’appartamento di Sua Santità. Io, sinceramente, non avevo capito».

Mari, smarrito, accoglie comunque l’invito rivoltogli da don Stanislao Dziwisz, segretario personale di Giovanni Paolo II. Lo raggiunge, ne scorge «gli occhi lucidi». Poi l’abbraccio fraterno. Le parole, anche quelle poche di cui è capace il fotografo, all’improvviso non hanno più senso.

In silenzio i due uomini escono dall’ascensore. Girano subito a sinistra e poi a destra, a percorrere il lungo corridoio, «alla fine del quale don Stanislao mi prende per mano e mi porta verso la camera del Papa». Mari ora ha capito e si irrigidisce: «Mi è preso un colpo». Non vorrebbe entrare. «No, no». Ma il segretario insiste: «Vieni, ti ha cercato».

Entrati, Dziwisz dice: «Santo Padre, Arturo è qui». A quel punto Giovanni Paolo II alza lo sguardo, incrocia quello del suo fotografo, gli accarezza la mano. «Aveva un viso che non ho mai visto prima. Mi sono inginocchiato, lui mi ha benedetto e mi ha ringraziato».

Trattiene a stento l’emozione: «L’unica persona che mi ha detto grazie nella vita, vede, è stato un Papa sul letto di morte. Poi si è girato, come se fosse pronto per un altro incontro più bello».