Il giornalismo deve tornare ad essere vero

Il direttore di "Avvenire", Marco Tarquinio, auspica una stampa cattolica più unita nelle sue battaglie e più vicina alla gente comune

Grottamare, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 302 hits

Il giornalismo a stampa e quello digitale. L’etica del giornalista e la missione dei cattolici nei media. Di questo e di altro si è parlato sabato scorso a Grottammare, nel corso della tavola rotonda conclusiva del meeting Pellegrini nel Cyberspazio.

Partecipando al dibattito assieme a don Antonio Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana, Vincenzo Corrado, caporedattore del SIR, e Francesco Zanotti, presidente della Federazione Italiana Settimanali Cattolici, Marco Tarquinio, direttore del quotidiano Avvenire, ha lamentato il drastico taglio delle risorse che sta inevitabilmente impoverendo il settore.

Al tempo stesso Tarquinio ha sottolineato le opportunità che giungono dalle tecnologie digitali e la necessità di un giornalismo cattolico che possa essere valorizzato nelle sue differenze e che eviti di essere troppo polemico al suo interno.

Il direttore di Avvenire si è poi intrattenuto con ZENIT, soffermandosi, tra gli altri temi, sul ruolo di “buon samaritano” affidato ai giornalisti cattolici da papa Francesco nell’ultimo Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali.

Direttore, si è appena concluso il meeting Pellegrini nel Cyberspazio: con quale patrimonio di idee torneremo nelle nostre redazioni, dopo questi giorni di dibattito e di confronto?

Occasioni come queste - in un tempo in cui, molto spesso, la comunicazione si esprime attraverso la virtualità - mettono in contatto persone vere, che svolgono in modo vero un mestiere che sta diventando molto finto. Sono quindi occasioni molto importanti che servono a rifondare umanamente – oltre che cristianamente – quello che facciamo. I partecipanti a questo Meeting, hanno quindi dato la conferma dell’esistenza di una buona “rete dentro la rete” dei mezzi tradizionali e dei nuovi mezzi. La nostra rete, però, non è una lobby. O meglio: può essere una lobby nella misura in cui riesce ad essere una lobby dalla parte dei lettori, degli ascoltatori e degli spettatori dell’informazione che offriamo, la quale non è mai soltanto uno spettacolo ma qualcosa di sostanziale.

Il passaggio dalla comunicazione a stampa a quella su web (sebbene la seconda non eliminerà mai del tutto la prima) è una realtà ineluttabile. Come ha vissuto e sta vivendo Avvenire questo cambiamento?

L’edizione online di Avvenire è giunta al suo sedicesimo anno di attività. È un cammino impegnativo che negli ultimi anni ha conosciuto un’accelerazione, con la digitalizzazione del quotidiano, quindi con la possibilità di leggerlo attraverso i nuovi canali disponibili: pc, smartphone, tablet. Lo viviamo come un’ambizione che è quella di veicolare nel tempo nuovo l’idea stessa del giornale. Il giornale ha un compito: offrire a chi lo acquista e lo legge, un giorno della vita del mondo messo in armonia, con tutte le sue dissonanze e le sue complessità ma interpretato con una gerarchia delle notizie, con degli spazi di approfondimento e delle opinioni chiare messe accanto ai fatti e non sopra i fatti, come accade purtroppo tante volte nell’informazione di cui usufruiamo. Vogliamo quindi trasferire nel tempo nuovo la ricchezza e la tradizione di un giornale che non nasce oggi.

A suo avviso cosa ha inteso papa Francesco – nel suo Messaggio per la XLVIII Giornata per le Comunicazioni Sociali – quando ha parlato della responsabilità dei giornalisti di “creare ponti” e rendersi ambasciatori della “cultura dell’incontro”?

È un Messaggio che indica che i giornalisti devono anche essere dei “buoni samaritani”, laddove essi si chinano spesso sulle persone ma non per dare loro una mano. Si ha la sensazione o l’immagine cinica che i giornalisti si chinano sulle persone per prendere l’ultima parola e metterla cinicamente nel pezzo che stanno scrivendo: ad esempio, quando li vediamo fermi davanti ai citofoni delle abitazioni pur di avere una battuta. Papa Francesco, al contrario, ci ricorda che la prossimità verso coloro che ci leggono, ci ascoltano e ci vedono, è un’altra cosa, è qualcosa di molto serio.

A suo avviso, cosa distingue un giornalista “cattolico” da un giornalista “laico”?

Abbiamo esattamente gli stessi doveri morali e la stessa deontologia di qualunque altro giornalista. In più, però, abbiamo un dovere speciale: quello di ricordarci che qualunque cosa mettiamo in pagina è sempre un pezzo della vita di altre persone: spesso si tende a dimenticarlo, facendo del nostro mestiere una sorta di torre d’avorio che ci allontana dagli altri. È importante, quindi, tornare a fare un giornalismo che torni ad essere in mezzo alle strade, tra la gente, fatto “coi piedi” (non nel senso di “fatto male” ma nel senso che la cronaca bisogna “camminarla” e rendere conto di quello che si mette in pagina o si manda in onda).

Durante il Meeting, Lei ha accennato alla necessità dell’unità del giornalismo cattolico nella ricchezza delle sue diversità, e anche all’importanza di “non pestarsi i piedi” a vicenda…

Pestarsi in piedi è qualcosa che può capitare anche quando si ha una folla felice e ci si vuol bene e questo non mi scandalizza. Mi scandalizza di più se qualcuno tira fuori un bastone e me lo dà in testa senza un motivo: questo non dovrebbe mai accadere, soprattutto tra i cattolici che hanno un dovere di esemplarità nel modo di fare informazione. È molto importante saper essere un coro con tutte le sfumature possibili, perché la ricchezza del cristianesimo è un dato strutturale, però ricordando che c’è un dato che ci unisce e che le battaglie che facciamo hanno forza non perché vengono gridate ma perché vengono dette nel modo giusto, con la voce giusta e con il tono che tutti possono ascoltare e che nessuno può equivocare. Fare chiarezza non è mai sinonimo di strillare, nessuno si convince con le grida. La verità va annunciata in modo forte ma comprensibile.