Il jihad e la crociata: guerre sante asimmetriche

Intervista a Marco Meschini

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MILANO, domenica, 3 giugno 2007 (ZENIT.org).- Attenzione a non confondere jihad e crociata. Sono guerre sante, ma non sono la stessa cosa. Lo spiega in un nuovo volume – Il jihad e la crociata (Ares, www.edizioniares.it, pagg. 160, euro 12) –, apparso dopo il famoso discorso di Benedetto XVI a Ratisbona, lo storico Marco Meschini.



Marco Meschini è storico medievalista e docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. In questa intervista rilasciata a ZENIT, chiarisce i concetti fondamentali per vedere le differenze tra jihad e crociata: mentre il jihad è essenziale per l’islam, la crociata non lo è per il cristianesimo.

In che senso il jihad e la crociata sono «guerre sante»?

Meschini: Per «guerra santa» intendiamo una guerra con due elementi caratterizzanti: innanzitutto, per chi vi aderisce, è una guerra volta da Dio e promossa dai suoi legittimi rappresentanti; in secondo luogo, parteciparvi apre le porte del Paradiso.

Per il jihad si deve ricordare un passo coranico fondamentale: «Combattete coloro che non credono in Allah e che non ritengono illecito quel che Allah e il suo messaggero han dichiarato illecito» (9,29). È Allah a volere il jihad, Allah è santo, dunque il jihad è santo, una guerra santa.

Per il secondo aspetto, va richiamato un hadit (cioè un detto di Maometto con valore normativo): «Sappiate che il Paradiso è all’ombra delle spade».

Inoltre il mujahid, il «combattente del jihad», in caso di morte è considerato un «martire», shahid, «testimone», lo stesso senso letterale della parole greca martyr, «martire». Costui è ritenuto così santo che il suo corpo non deve essere lavato prima dell’inumazione, come prescriverebbe la legge islamica, e può persino trasferire parte della propria santità ai parenti.

Lei però le definisce anche «asimmetriche»: cosa le distingue?

Meschini: Anche la crociata – per i cristiani del Medioevo – era voluta da Dio, nel senso che i Papi la vollero e la predicarono, connettendovi la remissione delle pene per i peccati commessi dai partecipanti. E il grido di battaglia dei crociati era: «Dio lo vuole!».

Una prima asimmetria è però proprio questa: il jihad apre direttamente le porte del Paradiso, la crociata no, perché è intesa come parte del processo che può condurre l’uomo peccatore in Paradiso.

Vi sono però altre asimmetrie più forti.

Anzitutto, il jihad è sia difensivo sia aggressivo, cioè strumento di diffusione della religione islamica che – ricordiamolo – significa «sottomissione» ad Allah.

La crociata, invece, nacque solo dopo oltre un millennio di cristianesimo e con uno scopo limitato: recuperare Gerusalemme e la Terrasanta, ingiustamente occupate dai musulmani.

Va però aggiunto che, nel corso di una storia plurisecolare, vi furono anche crociate di espansione, pur senza che l’idea originaria si perdesse completamente.

Lei inoltre sostiene che, mentre il jihad è coessenziale all’islam, la crociata non lo è per il cristianesimo.

Meschini: È l’asimmetria più radicale. Come detto, la guerra santa è una prescrizione coranica – e il Corano è la Parola di Allah, eterna e immutabile – praticata da Maometto e dotata di tutta una serie di regole accessorie per definirne modi e condizioni.

Ancora oggi, per tutti gli islamici, il jihad è il «sesto pilastro» dell’islam, cioè uno dei precetti identitari della loro religione.

Viceversa, non esiste alcun testo sacro cristiano che parli di una simile guerra, né il modello che è Cristo la prevede, anzi! Per questo la crociata, certamente sorta in un contesto cristiano, non è necessario che si ripresenti in altri contesti cristiani; né, soprattutto, ha a che fare con il kerigma, il «nocciolo» della rivelazione cristiana.

Avrebbe senso, oggi, una sorta di crociata cristiana?

Meschini: Non credo. Tuttavia ha molto senso un’azione di resistenza salda – che ricorra quindi non solo ma anche alla forza – per contrastare chi minaccia manu armata la pace internazionale.

Parlare di jihad e crociate oggi non rischia di rendere più difficile il dialogo tra cristianesimo e islam?

Meschini: Qual è lo scopo del dialogo? Io penso conoscersi meglio e, se possibile, giungere a un livello superiore di verità. Dunque la verità o almeno l’onestà intellettuale è una premessa, anzi una condizione irrinunciabile del dialogo.

Per questo ho voluto smascherare alcuni commentatori che, dietro contorsioni verbali, cercano di camuffare la verità storica, giuridica e teologica insita nel tema del jihad.

Cosa voleva dire il Papa a Ratisbona quando ha parlato del discorso di Manuele II Paleologo su questi temi?

Meschini: Benedetto XVI è stato molto chiaro: la fede e la verità si possono proporre e diffondere solo da intelletto a intelletto e da cuore a cuore, in un mutuo scambio di ragione e credo.

E quindi espandere la propria religione «con la spada» è una mostruosità antitetica al Logos, alla Ragione, cioè a Dio. E la violenta reazione di tanti alle sue parole è stata – drammaticamente – un’involontaria ma “perfetta” risposta di conferma al suo discorso.