Il Laboratorio Trieste per la formazione dei laici cattolici all'impegno sociale e politico

Intervista all'Arcivescovo Giampaolo Crepaldi

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di Stefano Fontana

ROMA, giovedì, 2 agosto 2012 (ZENIT.org) - E’ in libreria per le Edizioni Cantagalli il piccolo volume dal titolo “Laboratorio Trieste. La formazione dei cattolici all’impegno sociale e politico”. Ne è autore il vescovo di Trieste, Mons. Giampaolo Crepaldi.

Si tratta del testo-base del Laboratorio Trieste a cura della Diocesi e dell’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân sulla dottrina sociale della Chiesa, di cui Crepaldi è presidente. L’attività vera e propria del Laboratorio Trieste partirà nel prossimo autunno.

Per meglio conoscere ragioni e finalità del laboratorio Trieste, segue l’intervista che Stefano Fontana ha fatto al Vescovo di Trieste, monsignor Giampaolo Crepaldi

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Eccellenza, perché lo ha chiamato “Laboratorio”?

Mons. Crepaldi: Perché è un tentativo nuovo e perché, dopo averlo sperimentato a Trieste, potrebbe essere realizzato anche altrove.

Come mai ha sentito la necessità di scrivere un testo-base per il Laboratorio?

Mons. Crepaldi: E’ una delle novità del progetto. L’organicità degli interventi ha bisogno di un testo-base, ma soprattutto ne ha bisogno la cattolicità del progetto. Il Vescovo esprime il suo compito di confermare, educare e governare indicando autoritativamente il quadro in cui si inserisce l’attività:  le sue premesse, le sue finalità, le sue caratteristiche. Altrimenti si fanno tante chiacchiere.

Ha parlato di un progetto organico. Cosa vuol dire?

Mons. Crepaldi: Organico prima di tutto perché consta di tre momenti: la Scuola di formazione sociale e politica, gli incontri tra cattolici impegnati in politica e gli incontri tra cattolici e laici. Organico, poi, perché i tre momenti si svolgono dentro un disegno unitario stabilito appunto dal testo-base.

Nelle precedenti esperienze della Chiesa italiana non c’è stato nulla di questo genere?

Mons. Crepaldi: Non credo di poter rispondere a questa domanda perché non conosco tutte le realtà. In generale, però, noto che l’attività della Scuola di formazione sociale e politica non sempre si è raccordata con i tavoli dei cattolici impegnati in politica, in genere tali iniziative si sono sviluppate in modo a se stante e non secondo un progetto.

E’ stata questa una delle difficoltà che ne hanno limitato l’efficacia?

Mons. Crepaldi: Secondo me sì, accanto però ad un’altra. Oggi nel mondo cattolico c’è una eccessiva pluralità di posizioni, alcune delle quali sono illegittime. Il problema allora è di stabilire fin da subito le premesse comuni derivanti dalla dottrina cattolica tradizionale che non sono in discussione e dalle quali unanimemente si parte. Altrimenti non c’è formazione cattolica.

Può fare un esempio di queste premesse?

Mons. Crepaldi: I principi non negoziabili e soprattutto alcune premesse di base come la signoria di Cristo sulle realtà temporali, senza della quale si separa inevitabilmente la politica dalla fede cattolica.

Il Laboratorio prevede anche degli incontri con i laici. Cosa significa? Con quali criteri?

Mons. Crepaldi: Sul criterio di una ragione che accetti fino in fondo la propria natura di ragione e, in questo modo, sia anche aperta alle ragioni della fede. Viceversa non ci può essere dialogo, dato che alla fede non si riconoscerebbero ragioni. In questo caso il dialogo sarebbe sulle opinioni e non sulla verità. Ma un dialogo di questo genere non rispetterebbe la dignità di nessuno, né del credente né del non credente.

Il testo si ispira al magistero di Benedetto XVI?

Mons. Crepaldi: E’ una delle sue caratteristiche principali. Solo esprimendo in pieno la propria verità la fede cattolica interpella radicalmente la ragione e si fa da essa radicalmente interpellare. Alla base del testo-base c’è la bussola della Caritas in veritate.